WeMadeInItaly: Almaz Textile Design

Mi chiamo Semhal Tsegaye Abebe e sono fondatrice di Almaz Textile Design, brand di prodotti tessili artigianali e abbigliamento gender fluid. E’ un marchio nato a fine 2020 con l’obiettivo di valorizzare l’eredità artistica-architettonica africana e di altri Paesi non occidentali, attraverso l’utilizzo di tessuti naturali, la co-creazione e l’upcycling.

Raccontaci come è nato Almaz Textile Design.

Almaz è nata dall’esigenza di rappresentare adeguatamente un target di persone che si riconoscono in una fusione di più realtà culturali, alternative alla cultura monolitica suggerita.

La complessità delle identità e del senso di appartenenza odierne richiedono un abbigliamento personalizzato, una risposta a un tipo di moda omologante e predominante, un mezzo di emancipazione culturale. Col tempo c’è la volontà di ampliare gli orizzonti testando tagli, materiali naturali e usi che provengano da altre culture sia africane che di altri paesi non occidentali.

Quando hai capito che era il momento giusto per iniziare?

La pandemia aveva interrotto il mio primo progetto (trekNotes) che era nato agli inizi del 2020 assieme a Gianni Meucci; feci appena in tempo a mettere in piedi la rete di vendita che il turismo aveva subito un arresto completo a causa del COVID-19 e, avendo solo quell’anno di disoccupazione, pensai di dare vita al sogno d’infanzia: fare la stilista. Quindi partii subito con una linea di accessori e prodotti tessili per la casa.

Quando si parla di imprenditoria in Italia si sentono più aspetti negativi che positivi, perché hai deciso di crederci lo stesso?

Penso che, oltre al desiderio di realizzare una cosa propria, secondo la propria filosofia di vita e valori, ci sia anche il fatto che la realtà degli uffici in Italia costringe a scendere a compromessi sulla propria dignità, lo stipendio in cambio del silenzio di fronte a frasi e comportamenti fuori luogo, e per come sono stata cresciuta accettarlo è molto difficile. Per me diventare imprenditrice è stata una questione di pura emancipazione.

Com’è nata l’idea di co-creare i pezzi di abbigliamento con i clienti? 

La co-creazione è un mezzo per rendere il cliente finale partecipe al processo di produzione. Dato l’obiettivo di massimizzare la vita di un capo di abbigliamento, se è un pezzo unico di alta qualità, fatto assieme al cliente, è molto probabile che verrà utilizzato e conservato, anche per il valore affettivo che ha, e andando contro le logiche di consumo usa e getta della fast-fashion. Questo è importante per ricordarci che abbiamo voce in capitolo, che possiamo intervenire nelle questioni, che possiamo anche forgiare una parte della realtà e non semplicemente piegarci ad essa, alle offerte preconfezionate.

Ogni capo di abbigliamento e prodotto ha delle stampe uniche. Da dove prendi l’ispirazione?

L’obiettivo iniziale era quello di creare un catalogo di pattern tessili partendo dal simbolismo, arte e architettura africani; per ora sono stati sviluppati solo alcuni dei design tessili progettati, come quelli ispirati al complesso di chiese di Lalibela. Inoltre ho collaborato con brand come Inclusivo plurale di Sambu Buffa e Naturangi di Angela Adamou nella realizzazione di pattern digitali e stampati ispirati all’impero Ashanti del Ghana e ai tessuti kuba del Congo.

Traguardo più importante raggiunto?

Far decollare un’attività in un settore molto competitivo come quello della moda, basandosi sui propri risparmi è stata una grande scommessa, averla superata è già un traguardo per me importante. La cosa di cui vado più fiera è l’aver ispirato indirettamente e direttamente ragazze e ragazzi che si erano dati dei limiti.

Sono orgogliosa anche di aver creato la mia rete di sostegno reciproco all’interno della community, penso che se ciascuno muovesse un piccolo tassello a favore dell’altro si farebbe molta più strada nelle rispettive direzioni.

Come reagiscono le persone quando scoprono che sei un’imprenditrice?

Le persone rispondono al nostro modo di porci e di occupare lo spazio che ci spetta. Inizialmente ero molto timida e succube delle basse aspettative che si hanno verso una donna nera; in questi due anni ho imparato a dare meno importanza alla simpatia che potevano provare le persone nei miei confronti e a prendermi ciò che mi serve e spetta, sempre nel rispetto del prossimo. Per essere rispettati bisogna esigerlo, essere professionali e decisi su quello che si intende fare, a maggior ragione se si è donne immigrate, a cui nessuno dà credito di default come farebbe con un uomo bianco etero.

Come vedi Almaz Textile Design tra 5 anni?

Fra 5 anni vorrei aver stabilito negozi fisici monomarca in varie parti del mondo e che il brand fosse completamente sostenibile dal punto di vista ecologico, basandosi solamente su materiali riciclati o riutilizzati (upcycling).

Che consiglio daresti a giovani imprenditori?

A giovani aspiranti imprenditori consiglierei di studiare una strategia per partire, formarsi sui blocchi utili per diventare imprenditori, anche da autodidatti o partecipando a corsi per l’avvio di impresa, buttare giù un business plan realistico, calcolare spese di avvio e iniziare senza aspettare che tutto sia perfetto.

Strada facendo è possibile migliorare in modo costante correggendo i propri passi. Bisogna essere convinti di ciò che si fa, crederci molto all’inizio quando nessuno ci crede e fare un po’ di sacrifici, impegnarsi e i risultati, il sostegno arriveranno col tempo.

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