Gen 2: Morena Shirin

Di origini rom e sinte e divulgatrice di mestiere

Di sicuro non vi suonerà per niente strano sentire che su chi proviene o ha origini rom e sinte esistono una miriade di stereotipi tutti molto cattivi. Stanca di tutto questo Morena Shirin, ha deciso di prendere le redini della situazione e nel suo piccolo — ma al contempo di grande potenziale grazie al web e ai social — iniziare ad abbattere uno per uno ogni preconcetto su chi ha radici come le sue.

“Ciao! Sono Morena, nata e cresciuta a Ferrara da una famiglia di origini rom e sinte . Nella vita — oltre a complicarmela — scrivo, produco spettacoli teatrali e mi occupo di vari progetti riguardanti le minoranze romanì. Mi sto per laureare in Lingue, Mercati e Culture dell’Asia all’Università di Bologna.”

Cosa ci puoi raccontare sul tuo background?

MS: “Mi sono riconnessa alle mie origini (solo per la quote: rom e sinte) soltanto verso i 18 anni, in seguito a varie “peripezie” personali e ad alcuni episodi di discriminazione vissuti sia in prima persona che da amici.Prima, ovviamente, sapevo da dove venivo, ma, per scappare dal forte pregiudizio che da sempre accompagna la storia del nostro popolo, i miei familiari preferivano non parlarne, quasi come se questo potesse “tutelarmi”. Non per vergogna, ci tengo a dirlo, ma per paura. Paura di essere di nuovo discriminati, giudicati, additati, di subire conseguenze. Mio padre, però, ha sempre tenuto viva la memoria con i suoi racconti. Mi ha sempre insegnato ad essere fiera di ciò che eravamo, nonostante tutto.”

E il tuo impegno “divulgativo”?

MS: “Il mio impegno divulgativo nasce proprio da un episodio vissuto a scuola. Si parlava di minoranze e, quando si iniziò a parlare di rom, la docente disse che noi rubiamo per cultura. Lì per lì non sapevo nemmeno cosa rispondere, ero totalmente impreparata seppur sapevo che non era vero, che la criminalità non è un fattore della cultura rom ma spesso conseguenza di determinate condizioni di vita in cui molti rom, come tante altre categorie di persone sistematicamente e istituzionalmente discriminate, vengono costretti a vivere. Solo che quando a rubare è uno di noi è come se l’azione del singolo diventasse collettiva e macchiasse la comunità intera, come se appartenesse a tutti noi. Ci avete mai fatto caso, se a rubare è un rom, prima pagina su tutti i giornali, se è un italiano non rom, ‘sicuramente aveva i suoi motivi’.” Da quell’episodio, che mi fece molto male e mi fece capire che non ero preparata, ho capito che dovevo studiare, ricercare e tutelare la realtà dei fatti, spesso mistificata. Perché dei rom, in Italia, tutti parlano ma quasi nessuno sa veramente qualcosa. Parlarne sui social mi ha, poi, fatto capire che non erano parole sprecate e buttate al vento, ma che potevano davvero fare una differenza, nel loro piccolo.”

Secondo te che origini ha questo stereotipo così diffuso? 

MS: “È uno stereotipo profondo, che è nato poco dopo che i rom sono entrati in Europa, nel medioevo. Molti Paesi europei ci vietavano di stabilizzarci per più di un tot di tempo in un luogo, avevano paura dei nostri usi e costumi differenti, del colore della nostra pelle, e da qui è nato il mito del rom nomade. Che è, appunto, una bugia. Non siamo mai stati nomadi per cultura. Il nomadismo era una condizione imposta, per sopravvivenza o perché ci si era adattati a fare lavori itineranti. I pregiudizi, le discriminazioni, sono nate da lì e, sebbene non si siano mai fermate, con il nazifascismo hanno conosciuto forse l’apice – rom e sinti sono stati vittima dell’Olocausto, che noi chiamiamo Samudaripen o Porrajmos (il primo significa ‘tutti morti’ e il secondo ‘grande divoramento’) -. Tanti dei pregiudizi che sopravvivono ancora oggi sono figli dell’eugenetica, che ne ha giustificato il massacro. Poi c’è anche quello che io chiamo il ‘pregiudizio positivo’ ovvero chi vagheggia la vita nomade bohemmien immaginandoci a correre scalzi sui prati e vivere sulle carovane per senso di libertà, che, ripeto, è una bugia raccontata dalla società per giustificare le atrocità perpetrate e  che spesso sconfina poi nell’appropriazione culturale. Entrambi i tipi di pregiudizi descritti sono, per l’appunto, pregiudizi e sono sbagliati. Per questo credo che noi siamo figli di un millennio di resistenza e anche oggi continuiamo a resistere. Non siamo vittime, siamo fuoco.”

Cosa vorresti che la gente capisse una volta per tutte?

MS: “Vorrei che, semplicemente, parlasse con noi. Che ci ascoltasse. Che conoscesse cosa veramente ci è stato fatto. Siamo stati uccisi, perseguitati, sterilizzati a forza, deportati, costretti a non parlare più la nostra lingua né praticare la nostra cultura, siamo stati rinchiusi in campi-ghetto e nessuno si è mai preso la responsabilità di questo. In Italia esistevano campi di concentramento costruiti solo per rom e sinti e nonostante questo, questo Paese nemmeno ci riconosce ufficialmente come minoranza etnica, né riconosce il romanes, la nostra lingua. È come se non esistessimo. Quando non fa comodo.”

Parlare di questo argomento online che reazioni ha creato?

MS: “Contrastanti. Le persone a me più strette mi hanno sostenuto e in generale non posso dire di aver subito commenti pesanti come altri attivisti rom e sinti che conosco (che li ricevono quotidianamente, tra cui minacce di morte), ma sì c’è stato il tizio X che è arrivato e ha cominciato ad augurarmi la morte o a insultarmi soltanto perché dicevo di avere origini rom. Oppure, quando parlo di appropriazione culturale, spesso da chi solitamente si dice attento alle nostre problematiche, trovo un muro, una negazione del problema. Come a dire: sì ti sostengo, ma nel momento in cui devo cambiare un mio atteggiamento, sei tu che sei troppo sensibile, che devi viverla in altro modo. Non c’è un reale ascolto.  Altri, più velatamente, mi hanno chiesto: perché dirlo? O ‘non sembri rom, perché devi specificarlo’. E io rispondo sempre che la vergogna che vogliono nascondere non è la mia, ma di chi ci perseguita.”

Vuoi parlarci di Le Mie Mille Madri Rom?

MD: “Le Mie Mille Madri Rom è un pezzo che ho dedicato alla resistenza delle donne rom. Perseguitate da un millennio e soggette a qualsiasi tipo di violenza, eppure hanno portato avanti la cultura e le tradizioni, la musica, la lingua. Dopo averle incontrate, ho trovato una nuova forza e devo a loro di avermi trasmesso un nuovo concetto di sorellanza, più profondo. Da noi si dice che, in qualsiasi parte del mondo sarai, non sarai mai sola se ascolterai le tue phen (sorelle) che cantano nel vento. Adesso capisco il perché.”

Di quale dei tuoi lavori narrativi vai più fiera?

MD: “Tutti per me hanno un significato profondo. Scrivo per oppormi al silenzio che ci hanno imposto. Forse quello a cui tengo di più, però, è ‘Perché non dormi?’, poi diventato una graphic novel grazie al talento di Miriam Muscas, un’illustratrice che ho incontrato attraverso il progetto “Storie di Barriera” a Piacenza. È la storia di una bambina rom che abita in un campo e di ciò che deve affrontare per sopravvivere. Si trova nel libro ‘Storie di barriera– Sei graphic novel piacentine’ . È stato magico vedere il mio personaggio prendere vita attraverso le illustrazioni.”

Cosa ti auguri per il futuro?

 MD: “Tante cose, principalmente che si esca dall’emergenza sociale e abitativa e che le comunità rom abbiano finalmente un attimo di respiro. Tanti giovani come me rom e sinti si stanno mobilitando, perché è arrivato davvero il momento di dire basta, di alzare la testa. Ho molta fiducia nelle nuove generazioni, ma devono essere forniti loro gli strumenti per avere un percorso educativo stabile e i giusti mezzi per sviluppare i propri talenti, che sono tanti e hanno motivazioni molto profonde. Raymond Gureme, un partigiano rom sopravvissuto all’Olocausto diceva che “resistere è vivere”, dobbiamo continuare a portare avanti la lotta dei nostri antenati. Per farlo, dobbiamo collaborare tutti, costruire ponti dove hanno eretto muri. È difficile, ma so che ce la faremo, se resteremo uniti.”

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