Razzismo e attivismo climatico

Basta mettere solo le persone bianche al centro della narrazione

Era il 24 gennaio 2020 quando Vanessa Nakate, nota attivista per il clima, veniva tagliata fuori da una foto che la rappresentava insieme a* su* compagn* Isabelle Axelsson, Luisa Neubauer, Greta Thunberg e Loukina Tille alla conferenza del World Economic Forum a Davos in Svizzera. Ma come mai chi ha scattato quella foto ha pensato che lei non c’entrasse nulla? Sarà stato per via del colore della sua pelle?

Certo, la replica del direttore della fotografia di Associated Press, David Ake – nonché superiore dell’autore del gesto – fu ben diversa.

Secondo la sua versione infatti: “Il fotografo stava cercando di ottenere una foto in tempi brevi e l’ha ritagliata esclusivamente per motivi di composizione perché pensava che l’edificio sullo sfondo fosse fonte di distrazione”. (Vanessa Nakate: Climate activist hits out at ‘racist’ photo crop – BBC)

Per onestà d’autore e per chiarire meglio di cosa stiamo parlando, di seguito trovate la foto “incriminata” e quella originale, così da aiutarvi a trarre le vostre conclusioni:

(fonte Google immagini, fotografo AP)

Se state continuando a leggere, sarà sicuramente perché le parole del direttore Ake non vi hanno convinto del tutto. Quello che per qualcuno può rappresentare un semplice problema di composizione della foto, per altr* vuol dire essere silenziat*  ed esclus* da una narrazione. In questa seconda categoria rientra anche l’attivista Vanessa Nakate che all’accaduto ha reagito con un video emozionale in cui ha dichiarato che in quell’occasione ha per la prima volta capito la definizione della parola razzismo.

Com’è andata a finire la vicenda? 

Sono state fatte delle scuse pubbliche e il giorno successivo la foto tagliata  è stata sostituita con quella originale. Certo, lo stesso non si è potuto fare con i sentimenti di Vanessa Nakate perché questa è stata una ferita che non guarirà tanto facilmente.

Il suo però non è un caso isolato, forse è il più noto e il più emblematico, ma come lei, tant* altr* attivist* POC all’interno del movimento per il cambiamento climatico lamentano di subire costantemente cancellazioni, esclusioni e oppressioni silenziose.

Perché succede?

La risposta si trova nel concetto del cosiddetto bianco-centrismo, un fenomeno di narrazione  molto noto ai media occidentali, che consiste nello scegliere volontariamente o involontariamente di raccontare un evento spostando il focus su personaggi bianchi anche quando non sono i protagonisti della narrazione.

Come spiega bene l’autrice ed educatrice Layla F. Saad  in “Me and White Supremacy : “Il bianco-centrismo è mettere al centro i bianchi, i valori dei bianchi, le norme dei bianchi e i sentimenti dei bianchi su tutto e tutti gli altri.”

Anche Ijeoma Oluo, autrice del #1 New York times bestseller “So you want to talk about race”, in un articolo per il Guardian scrive:“Il bianco-centrismo è quando i sentimenti dei bianchi, le aspettative dei bianchi e i bisogni dei bianchi superano quelli delle persone POC in discussioni importanti”. 

Questo è per definizione razzismo:

 s. m. [der. di razza, sull’esempio del fr. racisme]. – Ideologia, teoria e prassi politica e sociale fondata sull’arbitrario presupposto dell’esistenza di razze umane biologicamente e storicamente «superiori», destinate al comando e di altre «inferiori», destinate alla sottomissione…] (Enciclopedia Treccani)

Si perpetua così una narrazione mediatica, in questo caso dell’attivismo ambientale, da un unico punto di vista che esclude quello de* attivist* POC che sull’argomento potrebbero avere un quadro più completo e soluzioni più concrete. Se solo venissero rappresentat* e considerat*.

Come si sentono le persone attiviste POC di fronte al bianco-centrismo?

Non può che esserci un forte senso di impotenza. Sentimento su cui si sono perpetrati anni di oppressione e schiavismo nei confronti delle minoranze nere, indigene, ispaniche, asiatiche e delle POC in tutto il mondo. Portare alla luce un’ingiustizia e reagire vuol dire essere subito etichettati come “vittima” o con il classico stereotipo dell’ “Angry Black Man/Woman“… poiché la passione e la giusta indignazione [degli uomini e delle donne nere arrabbiat*] sono spesso interpretate erroneamente come rabbia irrazionale, questa immagine può essere usata per mettere a tacere gli uomini e le donne nere che osano sfidare le disuguaglianze sociali, lamentarsi delle loro circostanze o chiedere un trattamento equo” 

Anche perché le persone POC sono le prime a soffrire del cambiamento climatico, assieme alle persone bianche povere e marginalizzate ed è proprio così che prende vita  la cosiddetta  violenza climatica, ovvero il connubio di estremi cambiamenti climatici e le fragili realtà sociali. Le persone POC indigenti, infatti, tendono a vivere nelle zone periferiche o industriali dove l’affitto è meno caro, ma l’aria è più inquinata – a causa della presenza di impianti di depurazione, dei fumi delle ciminiere e delle discariche nelle aree limitrofe. A questo bisogna aggiungere anche il rischio non così remoto di disastri naturali come esondazioni dei fiumi nelle vicinanze.  

Le ingiustizie sociali e ambientali possono sfociare nel razzismo ambientale, una forma di razzismo sistemico e istituzionale, determinato da quattro cause principali: mancanza di potere politico, di terre a prezzi accessibili, di mobilità sociale e povertà.  Il termine è stato coniato nel 1982 dal leader per i diritti civili afroamericani Benjamin Chavis.

Chavis prese parte alla realizzazione del documento “Toxic waste and race in the United States of America” diffuso nel 1987 dalla United Church of Christ, di cui era direttore esecutivo della Commission for Racial Justice. Le conclusioni riportate in questo paper erano inequivocabili:  “I risultati dello studio sulla localizzazione degli impianti di raccolta dei rifiuti pericolosi evidenziano come si trovino con alta probabilità in corrispondenza delle aree dove vivono le comunità con maggiori percentuali minoritarie della popolazione. La possibilità che si tratti di un caso è praticamente nulla.Pertanto, la Commissione per la giustizia razziale conclude che, in effetti, è a seconda della zona di residenza dei diversi gruppi etnici che negli Stati uniti è stato deciso dove ubicare gli impianti di smaltimento dei rifiuti pericolosi.”

 Con questa visione ci tengo a riportare una frase di Didier Cherpitel, ex segretario generale della Croce Rossa e della Mezzaluna Rossa, che osserva e racchiude in poche righe il vero problema dei “disastri naturali”: “In molti casi, il contributo della natura ai disastri “naturali” è semplicemente quello di esporre gli effetti di cause strutturali più profonde, dal riscaldamento globale e dall’urbanizzazione non pianificata alla liberalizzazione del commercio e all’emarginazione politica. Gli effetti dell’azione dell’uomo sono spesso evidenti: molte catastrofi naturali sono in/naturali nelle loro origini”  (Un/natural Disasters, Here and There by Stephen Jackson)

Anche se il termine “razzismo ambientale” è nato negli Stati Uniti, il fenomeno che descrive non è circoscritto esclusivamente all’area di giurisdizione della bandiera a stelle e strisce. Bassi costi di manodopera e legislazioni poco restrittive sullo smaltimento di rifiuti tossici fanno sì che molte popolazioni marginalizzate e del sud del mondo si ritrovino a dover convivere con i rifiuti del cosiddetto primo mondo e  le dislocazioni delle industrie inquinanti occidentali. In altre parole, NIMBY (Not in my back yard – Non nel mio cortile): si fa agli altri quello che non si vuole fare a casa propria per “timore di effetti negativi per l’ambiente, di rischi per la salute o sicurezza degli abitanti o di una riduzione dello status del territorio” (fonte Wikipedia). Perciò lo spediamo dall’altra parte del mondo: lontano dagli occhi, lontano dal cuore.

(Le dune di Atacama in Cile fonte: Nel deserto più arido del mondo c’è un’enorme discarica di vestiti usati di Matteo Grittani)

Per vedere un esempio italiano del fenomeno basta prendere in analisi la “Terra dei fuochi” una vasta area situata nell’Italia meridionale, che si estende in Campania, a cavallo tra la provincia di Caserta e la provincia di Napoli, fortemente inquinata a causa dell’interramento di rifiuti tossici e rifiuti speciali, la presenza di numerose discariche abusive sparse sul territorio e l’innesco di numerosi roghi di rifiuti, che diffondono diossina e altri gas inquinanti nell’atmosfera. La presenza di rifiuti abusivi è correlata con un incremento significativo dell’incidenza di specifiche patologie e della mortalità per leucemie e altri tumori, nella popolazione locale.

(Napoli, la terra dei fuochi: aria infetta, rifiuti e tumori attorno al Vesuvio di Antonello Caporale)

Ma tornando al punto focale del mio discorso: come possiamo andare oltre la narrazione bianco-centrica?

Vi lascio qualche dritta: 

  • Fare un passo indietro, lasciare spazio e ascoltare attivisti BIPOC.

Passando il microfono, si elevano e amplificano le loro voci. Vivendo quotidianamente le conseguenze della crisi climatica, hanno una visione più completa. Solo in questo il movimento potrà considerarsi progressista.

  • L’empatia è la chiave per cambiare la narrazione e decentrarla dalla mentalità bianca e privilegiata. Mettersi nei panni di chi è oppresso aiuta a vedere le ingiustizie e a percepire il dolore.

  • Iniziare a parlare  ai bambini e nelle scuole di razzismo e delle sue conseguenze.

  • Riconoscere e denunciare pubblicamente un errore mediatico razzista all’interno dell’attivismo climatico.

  • Ridistribuire il potere politico e di rappresentanza nelle istituzioni e nei gruppi di attivismo ambientale.

  • Porsi delle domande e chiedersi perché si sta facendo attivismo. Spesso persone bianche privilegiate lo fanno per mostrarsi agli altri come una persona migliore, se non addirittura colui che potrà salvare tutto e tutti (la figura del white savior complex) prepotentemente narrata  e sopraelevata nei media occidentali. Nella sua interezza questo comportamento è denominato “virtue signalling” (in italiano “segnalare la virtù”) è un neologismo peggiorativo usato per indicare l’ostentazione di valori morali superiori agli altri. In parole semplici: il “segnalatore di virtù” tende a mostrare enorme supporto per una data causa benefica, senza agire effettivamente per sostenere la causa in questione.> (dott. Emilio Alessio Loiacono )

Non ci sono persone giuste o sbagliate, ma esiste un modo giusto o sbagliato di raccontare una storia. C’è un forte bisogno di affrontare la problematica dalle radici. Certe  ideologie e comportamenti sono troppo radicati, complessi e intersezionali e perciò non possiamo permetterci di tralasciare alcune voci.

Dobbiamo prendere consapevolezza che siamo tutt* nella crisi climatica e che non c’è qualcuno o qualcosa che sia più salvabile di un’altro. Perché finora la visione che l’attivismo climatico sta trasmettendo è che c’è una parte sacrificabile.

“La soluzione non è solo una riduzione delle emissioni, ma piuttosto una riduzione delle ingiustizie”   (A guide to Climate Violence by Daniel Voskoboynik)

Qui di seguito alcune pagine e attivisti da seguire per abbracciare una narrazione inclusiva sulla crisi climatica:

Aditi Mayer

Stevie

 Leah Thomas

Kristy Drutman

Mikaela Loach

Joycelyn Longdon

Isra Hirsi

Vic Barrett

Xiye Bastida

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