La vera storia del popolo Rom e Sinti | Ratvale Jasva – Lacrime di Sangue

di Morena Shahrazād Pedriali Errani

La storia dei popoli romanì è lunga, travagliata e, soprattutto, poco conosciuta.
Infatti, anche a causa dei pregiudizi secolari (se non millenari) e dello stato attuale della convivenza dei popoli romanì e delle altre popolazioni europee, questa storia non viene quasi mai raccontata. Per questo abbiamo chiesto a Morena Shirin, attivista del Movimento Kethane, di ripercorrere questa narrazione per noi.

La storia dei popoli romanì dalla prima diaspora indiana a oggi

Dallo studio del romanes, che contiene elementi dei pracriti (parlate popolari) del sanscrito (la lingua sanscrita è una lingua ufficiale dell’India, ed è una delle lingue più antiche che appartengono alla famiglia delle lingue indoeuropee), è stato possibile collocare l’origine dei popoli romanì in India settentrionale, nell’area dell’attuale Rajahstan, che va dal confine col Pakistan fino a comprendere gran parte del vastissimo Deserto del Thar. Non sono certe le motivazioni di questa migrazione.

Inizialmente, i romanì si spostano nel resto dell’India e del Pakistan, ma presto arrivano anche alla penisola arabica. In particolare, i romanì domari si stabiliscono nelle zone dell’attuale Siria, Palestina, Yemen e  Afghanistan. Da qui, alcune comunità si dirigono dapprima in Nordafrica, risalendo poi l’Europa dalla Spagna. Altre comunità, poco dopo, risalgono la Turchia, una parte dirigendosi in Russia e un’altra risalendo la rotta balcanica e arrivando, quindi, anche in Germania, Italia, Francia, Regno Unito. 

Le prime testimonianze che abbiamo della presenza dei popoli romanì in Italia, risalgono al 1422 e si collocano a Bologna. Le cronache locali (la Cronaca Rampona e la Cronaca Varignana) segnalano l’arrivo e la permanenza in loco di un gruppo di persone guidate da un certo “duca Andrea” tra il 18 luglio e i primi di agosto.

Ma come nascono le persecuzioni in Europa? 

La difficoltà di rendere i romanì sudditi, in un’Europa fortemente frammentata e in cui re, papi, imperatori avevano bisogno di esercitare un controllo totale delle proprie popolazioni per governare, rendono rom e sinti ‘minacce’ per il mantenimento del potere

Questi, infatti, rifiutano di riconoscere un’autorità esterna a quella della kumpania (gruppo di famiglie appartenenti allo stesso sottogruppo rom). Un altro elemento di discriminazione è il colore della pelle unito alle tradizioni diverse – in particolare l’uso delle arti esoteriche – il modo di vestire così inusuale agli occhi di un europeo del Medioevo.

Nei secoli le persecuzioni non conoscono tregua: dal nomadismo forzato in tutta Europa, alle “cacce allo z*ngaro” in Belgio e Germania, dalla schiavitù durata 500 anni in Romania alla distruzione forzata della cultura in Spagna. In Italia, i primi rom sono vittime dell’Inquisizione.

Secoli di pregiudizi, di mancanza di dialogo con le comunità vengono condensati e amplificati nei primi studi di fisiognomia di Lombroso che getta le basi per l’eugenetica nazista, l’apice della persecuzione.

La teoria eugenetica nazista, infatti, ci descriveva come un’originale razza ariana, degeneratasi attraverso questo presunto “gene del nomadismo”. I romanì sono così vittima dell’Olocausto, le cavie preferite di Mengele, che aveva la baracca proprio di fianco al blocco 13, allo “Zigeunerlager” di Auschwitz. Non esistono dati certi perchè, a differenza degli altri prigionieri, mancavano i registri di morte, ma si pensa che circa 800.000 rom e sinti siano morti in quell’olocausto che noi chiamiamo Samudaripen (trad. tutti morti).

Il Samudaripen e il Dopoguerra

Nonostante questo, noi abbiamo sempre lottato. Dal 16 maggio al 2 agosto 1944, rom e sinti internati ad Auschwitz conducono una rivolta contro le SS. Non riescono a portarla a termine e vengono sterminati la notte del 2 agosto, perché privati da queste di cibo e medicine e oggetto degli esperimenti di Mengele, ma la Memoria rimane. Così come è giusto ricordare anche i romanì nella Resistenza, che hanno dato la vita per liberare l’Europa dal nazifascismo.

In Italia esistevano campi di prigionia e concentramento costruiti soltanto per rom e sinti. Prignano sulla Secchia, Agnone, Riviera di San Sabba, Bolzano, Berra, Cento. Nonostante questo l’Italia, ad oggi, ancora non riconosce la minoranza romanì, né il Samudaripen che ha contribuito ad operare, né la lingua romanes, che rischia di scomparire.

Anzi, si può dire che per noi l’Olocausto non sia mai finito.

In Italia, unico Paese in Europa in cui esistono ancora campi in cui rom e sinti vengono ghettizzati attraverso un sistema istituzionale razzista, campi pensati a partire dagli anni ’60 dal governo italiano insieme a sedicenti attivisti gagè (persone non rom) per i rom (senza, ovviamente, che rom e sinti potessero intervenire), forte di questa convinzione culturale chiamata nomadismo culturale secondo cui i rom non si potevano “integrare” nella società, data la loro propensione a trascorrere una vita nomade. Tra gli anni ’80 e ’90 vengono, infatti, scritte alcune Leggi Regionali dove ogni regione decide come regolamentarsi a sé per “salvaguardare il nomadismo dei rom”, tema di cui si discuteva al tempo, senza però che i rom e sinti fossero coinvolti nella discussione. Importante specificare che questo nomadismo culturale è inesistente.

Lo scenario odierno

Oggi, l’odierno “Piano romdel comune di Roma, ripreso da vari altri comuni italiani, prevede lo sgombero forzato di tutti i campi rom e sinti, senza che vengano offerte alle persone sfollate soluzioni abitative alternative come case popolari o micro-aree.

Questa pratica amplifica le situazioni di emergenza sociale, isolamento ed emarginazione promuovendo propagande varie sulla pelle delle nostre comunità che tornano sempre utili come capro espiatorio.

È doveroso, in tutto questo, ricordare che di antiziganismo si muore ancora. Sul mio profilo potete trovare le storie di chi, anche in Italia, anche negli ultimi anni, è morto per antiziganismo.

E se dopo questa lettura vi state chiedendo come potete aiutarci a portare avanti le nostre lotte, il Movimento Kethane (un movimento che vuole unire rom e sinti d’Italia che sentono il bisogno di alzare la testa, di non sentirsi il capro espiatorio di nessuno, e che sentono giusto rivendicare il proprio posto nella società con l’ambizione di migliorare la propria condizione e con essa il nostro Paese) sta portando avanti una campagna per il riconoscimento delle minoranze romanì in Italia.

Riconoscimento che non solo simbolico, ma che obbligherebbe a tutti gli effetti lo Stato a tutelarci, a eliminare le situazioni di emarginazione ed emergenza sociale, a discutere alternative ai campi con le comunità e non per le comunità e a promuovere la nostra storia, lingua e cultura. 

Ma, soprattutto, sarebbe efficace per responsabilizzarla del suo coinvolgimento nel Samudaripen, il nostro Olocausto. Di come, per noi, in questo Paese la battaglia non sia ancora finita combattendo ogni giorno l’antiziganismo e celebrando ogni anno l’8 aprile la Giornata Internazionale del popolo romanì.

Fonti:

  • Studi di Massimo Aresu e Leonardo Piasere
  • Italia Romanì, a cura di Leonardo Piasere, CISU, 1999
  • Movimento Kethane

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