Quello che ha lezione di storia non ci hanno insegnato: la legge sulla cittadinanza

Come, quando è entrata la legge attualmente in vigore e perché va riformata

Per affrontare il tema della Legge sulla cittadinanza, è doveroso ripercorrere la storia dell’Italia liberale e giolittiana, la quale da poco aveva conseguito l’unità, ma come disse il politico e patriota Massimo d’Azeglio: “Fatta l’Italia, bisogna fare gli italiani”.

La prima legge che disciplina la cittadinanza è la Legge n. 555/1912 legata allo ius sanguinis, frutto di un’ epoca in cui l’Italia era un paese di emigrazione verso l’estero. Nonostante lo sviluppo economico delle riforme dello Stato liberale, l’emigrazione crebbe anzi che diminuire, fino a raggiungere una cifra di 870000 mila partenze solo nel 1912. Lo ius sanguinis, ovvero quel principio del diritto per cui un individuo ha la cittadinanza di uno Stato nel momento in cui uno dei propri genitori o entrambi ne sono in possesso, divenne uno strumento che di generazione in generazione garantiva ai figli degli immigrati italiani di essere riconosciuti come cittadini dallo stato italiano. Questa legge antecedente allo scoppio della Grande Guerra è stata poi riadattata nel 1992 senza prendere in considerazione tutti i cambiamenti storici ed economici.

In quell’anno, infatti rispetto a 80 anni prima, l’Italia era una repubblica e non più monarchia, nonché uno tra i paesi europei ricevente flussi migratori di diverse etnie. Ciò nonostante, non vi è stata la volontà da parte di tutti i partiti politici di modificare una legge ormai a tutti gli effetti superata e ad oggi non ne abbiamo ancora una adeguata. Per secoli la cittadinanza, non solo in Italia, ma in tutto il mondo è stata un mezzo di esclusione, un perimetro entro il quale venivano conferiti o negati determinati diritti. La rivoluzione avvenuta con l’introduzione dei diritti umani, ha cambiato il panorama mondiale, perché l’essere umano diventa titolare di determinati diritti in quanto tale e non in quanto cittadino.

Nell’Italia del 2021, la cittadinanza continua ad essere un mezzo di esclusione per milioni di persone a cui viene negato uno dei diritti più importante, ovvero essere riconosciuti dal proprio Stato. Ci troviamo oggi davanti ad una legge, le cui origini risalgono a 109 anni fa, ogni tentativo di riforma fino ad ora è stato affossato in parlamento da chi sostiene che “la cittadinanza non si regala”, ma non è un regalo è un diritto, è un atto di civiltà.

Il tema più diviso in materia e che accende il dibattito politico è lo Ius Soli — dal latino “legge del suolo”, è il diritto secondo il quale chiunque nasca “sul suolo” di una determinata nazione ne diventa automaticamente cittadino — riportato in auge recentemente, ma definito dalle forze politiche come una non-priorità. Una delle argomentazioni contro questa proposta di riforma alla legge sulla cittadinanza è la paura della cosiddetta “sostituzione etica”, totalmente infondata, perché le persone italiane con discendenza “straniera” sono meno del 10% della popolazione. Quando il vero problema è che ci sono milioni di ragazzi e ragazze italiani di fatto, ma non riconosciuti dalla legge e perciò si ritrovano negati alcuni diritti riservati “ai cittadini italiani”.

Un’altra delle proposte, che non ha visto la luce, è quella dello “Ius Culturae” che conferirebbe la cittadinanza a chi è nato in Italia da genitori stranieri e ha completato almeno un ciclo scolastico. Questa legge consentirebbe ai figli e alle figlie di milioni di stranieri regolari che hanno deciso di stabilirsi e lavorare in Italia, di essere considerati alla stregua dei loro compagni, con cui sono cresciuti e condividono i banchi di scuola.

Tornando alla legge attualmente in vigore, questa oltre ad essere obsoleta, connotata da assurdità e contraddizioni interne. Ad esempio, attualmente un cittadino straniero nato in Italia può ottenere la cittadinanza al raggiungimento della maggiore età, mentre uno straniero arrivato in Italia può richiedere la cittadinanza dopo 10 anni di permanenza nel territorio italiano, la cosiddetta naturalizzazione. Una tra le più grandi assurdità della legge sulla cittadinanza legata allo ius sanguinis è che, chi nasce in uno stato che lo riconosca suo cittadino per nascita e che sia discendente di avo cittadino italiano, può chiedere che gli venga riconosciuta la cittadinanza italiana per diritto di sangue. Abbiamo una legge che permette di avere la cittadinanza a persone che probabilmente l’Italia non l’hanno neanche mai vista neanche in cartolina, ma non riconosce chi nasce e cresce in Italia da genitori stranieri. Tutto questo impedisce un reale percorso di integrazione, confermando l’esistenza di un razzismo sistemico così radicato all’interno della società, da consentire alla legge stessa di tenere separati quelli vengono considerati cittadini di serie B.

Non avere la cittadinanza, vuol dire non poter partecipare attivamente alla vita del proprio paese, dal non poter votare, al non poter partecipare ai concorsi pubblici, a competizioni sportive o all’Erasmus. Se sei minore non avere la cittadinanza vuol dire non poter viaggiare senza i tuoi genitori fino al raggiungimento della maggiore età. Senza contare la costante sottoposizione a file infinite in questura sommersi dalla burocrazia, dalle sue tempistiche e onerosità. Vuol dire essere sempre considerati l’eccezione, quando la diversità dovrebbe essere solo qualcosa che ti arricchisce e non che ti toglie diritti.

Uno dei più grandi problemi, se non il più grande, è il valore che viene attribuito alla cittadinanza, le uniche volte in cui si parla di riforma o di cittadinanza è per premiare gesti eroici, notorietà, come recentemente si è parlato di ius soli sportivo a seguito della vittoria di Marcell Jacobs, dimostrando anche grande ignoranza essendo Jacobs figlio di madre italiana e quindi conseguentemente italiano per ius sanguinis.

La domanda che tutti noi dovremmo porci è: “Che valore ha la cittadinanza?”. La cittadinanza è un DIRITTO, che nel 2021 viene ancora negato a milioni di persone. Non essere considerati cittadini nello Stato in cui si cresce e vive vuol dire provare un senso di esclusione e di ingiustizia costante. Gli italiani di seconda generazione si sentono tali, molto prima di acquisire la cittadinanza, poiché li rende italiani vivere, crescere, studiare e amare l’Italia. Nella maggior parte dei casi nascono in Italia o ci arrivano nei primi anni di vita, ma vengono considerati stranieri solo per le loro origini, quando spesso al loro paese non sono neanche mai stati. La domanda seguente è: “Cosa spaventa realmente, semplicemente fare i conti con la realtà? Nonostante sia trascorso più di un secolo la frase di Massimo d’Azeglio rimane attuale, “fatta l’Italia bisogna (ancora) fare gli italiani”.

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