Quello che a lezione di storia non ci hanno insegnato: Perché la Giornata Mondiale dei Popoli Romanì si celebra l’8 aprile?

Di Morena Shahrazād Pedriali Errani

Baxtalo Romano Dives! Buona giornata internazionale dei popoli romanì! 

Di rom e sinti si parla tanto, quasi sempre con accezione fortemente negativa. 

Della nostra cultura, della nostra storia, del nostro amore e della nostra rabbia, non si conosce pressoché niente. E quale occasione migliore per saperne, finalmente, di più sulle nostre popolazioni se non questa giornata?

Oggi, 8 aprile, infatti, si celebra la Giornata Mondiale dei popoli romanì. Potrebbe sembrare una mera data simbolica, ma nasce proprio in seguito al nostro Olocausto, il Samudaripen, operato per mano nazifascista, come necessità di raccontare e raccontarsi, una necessità martellante di testimoniare la nostra Resistenza, ma anche un monito a una Memoria che ci è stata strappata e sulla cui eliminazione è stata poi rafforzata l’esclusione sociale che ancora oggi viviamo. Ma come nasce l’idea di celebrare i nostri popoli proprio l’8 aprile?

Dopo la Seconda Guerra Mondiale: come combattere l’antiziganismo? 

Chelsfield, Inghilterra. Siamo nei giorni tra il 7 e il 12 aprile 1971. Alcuni rappresentanti delle comunità europee rom e sinte sono riuniti in kriss, una tradizionale riunione dove solitamente si prendono decisioni collettive importanti. 

L’Europa del dopoguerra rimane ancora profondamente antiziganista e, all’interno del cambiamento sociale collettivo, i rom non godono di alcuna, seppur minima, rappresentanza. 

Le conseguenze del Samudaripen (l’Olocausto del popolo romanì) sono state devastanti: interi sottogruppi sono stati spazzati via con i relativi dialetti, di conseguenza ora i rom sono in numero sensibilmente inferiore, sempre esposti al razzismo e all’esclusione sociale e sentono la necessità di organizzarsi, far sentire la propria voce. Questo anche grazie all’esempio della rivolta dello Zigeunerlager di Auschwitz, condotta dai nostri antenati.

La kriss chiamata a Chelsfield vuole discutere di nuove linea guida comuni per contrastare l’antiziganismo, per riunire tutte le comunità e valorizzarne le diversità culturali. Insomma, vuole che, finalmente, il resto del mondo sappia che rom e sinti non vogliono più stare in silenzio.

Durante queste giornate, la rappresentanza che poi si costituirà nell’IRU (International Romani Union), prende decisioni cruciali e segna una svolta nella storia romanì.

Prima di tutto, decide di rigettare nel modo più totale l’uso del dispregiativo “z*ngar*” (e corrispettivi in altre lingue, come “g*psy”, “c*gani”, “t*gan” etc.). 

Rom, sinti, manouches, kalè e romanichals vogliono essere chiamati con il proprio nome e decidono di riconoscersi sotto l’appellativo comuneRoma” (in italiano, rom) – anche se ad oggi, è importante segnalare che anche questo termine comune è dibattuto da alcunɜ attivistɜ perché ritenuto non sufficientemente inclusivo, preferendo altri termini, come ‘romanì’ o ‘romanes’, nome della lingua che tutti i gruppi parlano, nei suoi numerosi dialetti.

L’inno dei popoli romanì

In questo contesto, viene eletto anche un inno, “Djelem, djelem” di Žarko Jovanović, scritto all’interno di un lager nazista dall’artista allora quattordicenne. Questo brano, scelto come inno rappresentativo dei popoli romanì, ricorda gli antenati assassinati nei campi di sterminio e richiama i rom alla memoria, li invita ad alzare la testa. 

Ancora oggi, l’inno viene riprodotto in tutte le celebrazioni sociali più importanti, questo 8 aprile potreste sentirlo cantare anche nelle comunità delle vostre città!

La creazione della bandiera romanì

In ultimo, viene disegnata la bandiera

L’azzurro indica il cielo, il verde la terra e la ruota rossa al centro è il vero cuore della rappresentazione. 

Il rosso, in molte comunità rom, rappresenta il colore della vita. Si associa al sangue e da qui deriva il doppio significato: si intendono ricordare gli antenati vittima del Samudaripen ma anche onorarli con la vita dei loro discendenti, testimonianza della vittoria della minoranza contro l’inferno dello sterminio. 

La ruota è ripresa dalla bandiera dell’India, da cui i rom provengono, e al tempo stesso ricalca le ruote dei carri che, per molti secoli, sono stati casa e mezzo di trasporto e sopravvivenza dei nostri popoli. Viene anche chiamata “ruota dell’eterno migrare”, in ricordo del nomadismo forzato a cui, dal loro ingresso in Europa, i rom sono stati costretti.

8 aprile: la Giornata Mondiale dei popoli romanì

Ad oggi, l’8 aprile rimane per noi un’occasione di celebrazione della nostra cultura, a cui siamo profondamente legati, ma anche e soprattutto un’occasione per ritrovarsi e fare il punto della situazione, dare vita a collaborazioni e programmi comunitari sempre volti al contrasto dell’antiziganismo, coinvolgere i nostri giovani e raccogliere i consigli di tutte le nostre generazioni. 

Una ricorrenza importante proprio perché l’odio nei confronti dei rom e dei sinti rimane ancora una costante nella storia europea e un primato nel nostro Paese. 

Questo 8 aprile, per noi rom e sinti italiani, è anche un momento di memoria dei nostri fratelli rom uccisi dal razzismo e dalle sue conseguenze, come Patrick Guarnieri (20 anni) e Davide (21 anni), per cui continuiamo a chiedere giustizia. Le loro storie si legano inevitabilmente all’antiziganismo di cui i rom e sinti italiani sono vittime da sempre.

Patrick si trovava in una cella di isolamento nel carcere di Castrogno Teramo quando, il 20 marzo scorso (2024), la famiglia ha ricevuto la notizia della sua morte. Il giovane, italiano di etnia rom, soffriva di alcune patologie che lo rendevano incompatibile con la permanenza in carcere. Le forze dell’ordine a guardia hanno subito sostenuto si trattasse di suicidio, negando alla famiglia di vedere il corpo. 

La prima autopsia, condotta dal medico legale interno del carcere, conferma l’ipotesi di suicidio, ma non convince i familiari e gli amici di Patrick

Quando, infatti, la madre riesce a vedere il corpo del figlio, lo trova pieno di lividi e con il cranio fratturato. La famiglia chiede, dunque, che venga condotta una seconda autopsia da un medico legale esterno al carcere, il quale esclude l’ipotesi di suicidio perché non compatibile con i traumi visibili sul corpo del ragazzo. Inoltre, gli altri detenuti, hanno testimoniato di aver sentito Patrick urlare per tutta la notte.

Davide Jovanovic, invece, muore folgorato il 29 febbraio all’interno del campo rom di Scampia, nel quale viveva. Aveva ottenuto la cittadinanza italiana da poco più di due anni e, prima di allora, non aveva mai avuto accesso ad alcun documento che potesse garantirgli una residenza alternativa al campo. A metà marzo non aveva ancora ottenuto una sepoltura, come riportato dall’associazione Chiromechino. 

Alla luce di storie simili, questa giornata rappresenta anche un momento di lotta: se siete rom e sinti, potete seguire il Movimento Kethane, che organizza diversi eventi per oggi, 8 aprile. Partecipate e coinvolgete i vostri amici e familiari! Le nostre vite contano, sono la vendetta dei nostri antenati. Alzate la voce!

Se non siete rom o sinti, il nostro invito è quello di andare ad ascoltare il nostro inno, parlare di questa giornata a scuola, al lavoro, in ogni occasione sociale che potremmo attraversare insieme. 

Il cammino è comune, anche se le voci sono diverse.

T’aves baxtalè, siate fortunat*!

Bibliografia

International Roma Day, European Parliament. (2018). Link: https://www.europarl.europa.eu/RegData/etudes/BRIE/2018/620201/EPRS_BRI(2018)620201_EN.pdf

International Romani Day. Romani Cultural and Arts Company. Link: https://www.romaniarts.co.uk/international-romani-day/ 

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