Quello che a lezione di storia non ci hanno insegnato: l’orientalismo

La nuova rubrica di Colory su tutto quello di cui sentiamo spesso parlare, ma che a scuola non c’è stato tempo di spiegarci.

Per tutte quelle parole e quei concetti che sicuramente avrai sentito nominare innumerevoli volte, in contesti dove tutti davano per scontato il significato, ma che in realtà né nel programma di storia, né in quello di diritto — per chi lo aveva alle superiori – e neanche in quello di filosofia c’è stato il tempo di spiegare, c’è questa nuova rubrica, a ricorrenza bimensile e con un’ospite super preparat* in materia.

Oggi Leila Belhadj Mohamed ci spiega uno dei termini più utilizzati dalla critica mossa a molti media in merito a come hanno commentato le ultime crisi in Medio Oriente, ma prima di poterlo fare, occorre fare un passo indietro e spiegare il concetto di narrazione.

 La narrazione è quella parte dell’orazione che permette di diffondere la conoscenza di un determinato argomento o di una determinata situazione. La modalità con cui si sceglie di narrare qualcosa difficilmente è neutra, e influisce inevitabilmente sulla percezione che l’altr* ha rispetto a ciò che sta leggendo o ascoltando. La narrazione è ciò che muove la reazione a ciò che viene narrato. E una delle narrazioni tipiche nel mondo dell’informazione, in particolare quando si tratta di raccontare eventi legati ad alcune regioni del mondo e ai loro abitanti, è orientalista.

Cos’è l’orientalismo? L’orientalismo è una tesi che prende il nome dall’omonimo saggio di Edward Said, pubblicato nel 1978, che parte da un assunto principale: la maggior parte degli studi svolti da occidentali sulle popolazioni e sulla cultura d’Oriente – intese in senso ampio – hanno la funzione di autoaffermazione dell’identità occidentale per giustificare il controllo e l’influenza esercitata nei territori di queste regioni.

In parole più semplici, avere una visione orientalista significa vedere l’Occidente come moderno e espressione di civiltà, progresso, sviluppo, prosperità, libertà, femminismo, diritti delle minoranze e l’apertura mentale e  invece l’Oriente come tradizionale e arretrato e emblema di chiusura, ignoranza, povertà, antichità, omolesbobitransfobia, patriarcato e rigidità. Il risultato di questa narrazione è una rappresentazione completamente fallace dell’identità culturale del resto del mondo, che viene descritto e assimilato alterato dalla realtà, quasi inconsapevolmente.

Sharing images of Afghan women in skirts from the '70s doesn't serve the good-faith argument you'd think. It shows weird and immoral fetishization of western culture over Islamic & Afghan culture.

— Rune Agerhus (@Aldanimarki) August 15, 2021\n“,”width”:550,”height”:null,”resolvedBy”:”twitter”,”providerName”:”Twitter”}” data-block-type=”22″>

Come si è giunti fino a qua? Uno dei motivi principali è che l’Occidente è sempre stato soggetto attivo della narrazione, mentre il resto del mondo ha dovuto subire una descrizione tramite gli occhi altrui.

Oggi la narrazione orientalista è concentrata tutta sulla descrizione del mondo arabo e dell’Islam. Quando mi trovo a parlare di visione orientalista del mondo arabo-islamico parto da un esempio concreto, che dal mio punto di vista ha influenzato più di tutti l’idea che ormai in Occidente ci si è fatti di quell’area del mondo: Aladdin della Disney.

Fonte: Wallpaper Abyss

Fonte: Wallpaper Abyss

A quasi 30 anni dalla sua uscita nelle sale cinematografiche, è ancora l’emblema dell’orientalismo nei confronti del mondo arabo. Vi spiego come: se chiediamo a qualcuno di immaginare, per esempio, una città della Penisola Arabica, quasi certamente verrà descritta come una città deserta, dove gli abitanti si divideranno tra uomini energumeni barbuti e aggressivi, e donne o completamente coperte o odalische tentatrici. Questa è stata l’idea di base del mondo arabo, forse fino all’11 settembre, da allora si sono cancellate le odalische e si è aggiunta la figura del terrorista in un contesto di guerra; avvalorata soprattutto dal mondo dell’industria cinematografica.

La realtà del mondo arabo non potrebbe essere più diversa: infatti questa regione del mondo non è un unicum, ma è composta da stati diversi, con storie, tradizioni e problematiche diverse.

L’apice della narrazione orientalista – che ha portato tra le altre cose all’affermazione del femonazionalismo politico soprattutto nei Paesi dell’Unione Europea – è l’idea che la donna araba e/o musulmana – che spesso vengono confuse come un’unica realtà – sia oppressa e debba essere salvata dal mondo occidentale, in particolare dal femminismo bianco. In questo contesto il velo è diventato il simbolo dell’oppressione, del patriarcato, dell’impossibilità per le donne di scegliere della loro vita. Il bikini è il simbolo di libertà, di rivalsa, di ribellione al patriarcato. Sul corpo delle donne si sta continuando a fare il solito paternalismo che impedisce alle stesse do potersi autodeterminare come meglio credono, ma soprattutto si vuole imporre la visione occidentocentrica di libertà con lo slogan: “ci siamo ribellate per scoprirci negli anni ’60, ora arrivate voi a dirci che è femminismo anche coprirsi”.

Fonte: il Musulmano

Fonte: il Musulmano

Questo continuo credere che la percezione Occidentale di determinate realtà e stili di vita sia l’unica valida e possibile, è pura espressione di orientalismo .

Questa è solo una delle diversissime questioni geopolitiche analizzate e raccontate in maniera distorta a causa della narrazione orientalista, le più recenti sono quelle che riguardano l’Afghanistan, dove nelle aree di conflitto le fazioni dei combattenti si riducono a due, i buoni e i talebani, è anche tornata alla ribalta il discorso sul burqa, che sta annullando completamente il discorso di oppressione generale a cui le cittadine e i cittadini afghani dovranno far fronte.

Qual è la soluzione? Cambiare narrazione, perché è ciò che determina la nostra reazione a un evento o a una realtà diversa da quella che conosciamo meglio; questo è il primo passo per superare l’orientalismo.

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