Quello che a lezione di storia non ci hanno insegnato: la rappresentazione del corpo nero

Tutto quello che c’è da sapere su come la nostra percezione è stata influenzata nel tempo 

Quando viene evocato il “corpo nero”, il più delle volte non si parla tanto di una realtà biologica quanto di una figura dell’immaginario contemporaneo, costruita storicamente. La “razza” (e le sue implicazioni) non è un dato spontaneo della percezione e l’evidenza che abbiamo della sua esistenza non è che l’espressione dell’interiorizzazione di un modo di pensare razzializzato.

Strumenti nelle mani della politica e dei media, i corpi neri o non bianchi viaggiano dentro narrazioni e rappresentazioni non proprie. Così il nero, aggettivo che descrive una singolarità, una peculiarità fisica, diventa plurale, colma di preconcetti sociali. L’atto di una persona nera ci macchia tutti. Le azioni dei neri sono trasferibili e infettive. La nerezza non è mai individuale. Pensiamo alla narrazione utilizzata quando si racconta di crimini commessi da persone di origine straniera. Il soggetto non è mai uno, ma la loro intera etnia, che basta per delineare le loro identità.

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Un ragazzo nero viene fermato mentre cucina un gatto di fronte ad una stazione e nel giro di poche ore il diventa mezzo di propaganda per le destre, sbattuto sui media come l’emblema di tutti i neri e della “cultura africana”, senza fermarsi a riflettere sui disagi sociali o psicologici che avrebbero potuto portare quella persona a compiere quel gesto. E se capita che una donna musulmana maltrattata dalla famiglia scompaia, il pericolo del “fondamentalismo islamico” conquista la scena, la cultura machista e il maschilismo caratteristici delle nostre società (tutte) vengono messe da parte e il focus del dibattito diventa la necessità o meno di chiudere le proprie frontiere per evitare questa contaminazione etnica. È un meccanismo sistematico. La responsabilità forzata e gli stereotipi che derivano da individui che rappresentano un’eccezione statistica della loro comunità guidano la narrativa del pericoloso altro.

La problematica della strumentalizzazione delle persone non bianche non è che uno degli strumenti di controllo usati da sempre nelle società occidentali per costruire un nemico comune e, dunque, il senso di appartenenza e coesione che ne deriva. Essa permea tutti gli ambiti della vita: la narrazione esacerbata degli immigrati come criminali, la rappresentazione unidimensionale dello straniero povero, non istruito, e diventa ancora più pericoloso quando ad essa si unisce una (mal)sana dose di sessismo. Esotizzazione, ipersessualizzazione: essere una donna razzializzata in una società a maggioranza bianca e a dominanza maschile può trasformarsi in una sfida costante.

La figura del “corpo nero” si sviluppa da una sedimentazione storica, i cui strati inferiori alimentano gli strati più recenti pur trasformandosi e  la feticizzazione dei corpi non bianchi è il risultato di un retaggio coloniale che si è avuto sia in America che in Europa. In quelle società, al crocevia del biologico e del culturale, il sesso e la sessualità dei nativi sono anche indicatori di razza, genere e civiltà. I popoli africani sono stati ridotti al loro corpo, soprattutto ai genitali, riportandoli così alla loro primitività. Gli attributi sessuali delle donne attirano ancora di più l’attenzione di esploratori e scienziati perché questo corpo era “altro” per due ragioni: sia femminile che nero. I caratteri sessuali femminili sono oggetto delle descrizioni più prolisse perché la donna è poi caratterizzata, in tutte le razze, dal suo sesso. Infatti, quando gli autori parlano della “donna”, inevitabilmente si focalizzano sul suo sistema riproduttivo: è attraverso di esso che la donna esiste nella società.

Dati i rapporti di potere e di dominio tra i sessi nella società bianca dell’epoca, si instaura quindi una certa tolleranza per le relazioni sessuali tra uomini “bianchi” e donne “nere”, per due ragioni principali: in primo luogo, queste relazioni partecipano all’identità maschile dominante poiché l’uomo si trova poi in una doppia situazione di conquista, al tempo stesso territoriale e sessuale, e che ha i mezzi per ignorare, se lo desidera, i possibili “figli naturali” generati da queste segnalazioni. In secondo luogo, gli uomini bianchi godono del doppio dominio, sia razziale che di genere, sulle loro “partner” nere.  Al contrario, lo stereotipo sessuale dell’uomo nero, selvaggio —derivante dalle teorie pseudobiologiche e del condizionamento ambientale che si sono diffuse in Europa a partire dal XIX  secolo — può essere visto come una sorta di monito per le donne bianche, “deboli” e “volubili”.

La disumanizzazione della donna nera è avvenuta anche nel processo di colonizzazione italiano L’esempio più eclatante è il tanto discusso giornalista Indro Montanelli. Nel 1936 scrisse su “Civiltà Fascista”: «Coi negri non si fraternizza. Non si può, non si deve».

Questa sua convinzione non gli ha però impedito di godere dei privilegi del madamato: la relazione che si instaurava tra i colonizzatori italiani e le donne, o meglio bambine indigene dei territori conquistati. Montanelli possedeva una schiava di dodici anni che descriveva come un “animaletto docile” e giustificava questa loro relazione dicendo che«Lì (in Africa) le bambine sono già donne. È tutta un’altra cosa». Eppure, in un’intervista TV degli anni ‘70 alla domanda di Elvira Banotti «Se lo facesse in Europa riterebbe di violentare una bambina giusto?» lui rispose: «Sì, in Europa sì, ma lì no».

Il piano della consapevolezza umana e psicologica di cui parla la giornalista in questo video è un qualcosa di riservato solo alle bambine bianche. La bambina nera non veniva vista come tale per via della sua natura ed etnia. C’era una cultura dell’impunità per la violenza sessuale durante la colonizzazione. I territori coloniali erano territori di opportunismo sessuale per i colonizzatori, lì potevano fare ciò che la Chiesa e la famiglia li avevano privati di fare sul territorio europeo. Tuttavia ciò che per loro era un’avventura (così come lo definì lo stesso grande giornalista Montanelli) furono le fondamenta di un sistema e di una idealizzazione che si ripercuotono oggi sugli stessi soggetti.

Queste forme di esotizzazione si manifestano spesso come una forma di attrazione indiscriminata verso persone appartenenti ad una particolare etnia, basata su stereotipi e la rappresentazione mediatica di quest’ultima. Il problema sta nel fatto che, anche se a primo impatto può sembrare una cosa positiva, si tratta in realtà di una pura e semplice oggettivazione della persona, usata per soddisfare fantasie precostituite.

Rivolgere i propri desideri sessuali verso una cultura particolare e presumere che ogni individuo di quel gruppo incarnerà gli stereotipi che sono stati loro imposti è disumanizzante. Una disumanizzazione che non ha nulla a che fare con la preferenza per gli occhi blu o i capelli biondi, le quali non attribuiscono a chi detiene queste caratteristiche anche degli aspetti comportamentali fissi. Invece, le donne appartenenti a minoranze etniche devono spesso fare i conti con uomini che si relazionano con loro come fossero delle semplici categorie porno, queste che, tra l’altro, hanno contribuito proprio a rafforzare questo tipo di narrativa.

La feticizzazione non sarà espressa nello stesso modo verso tutte le donne, poiché l’immaginario europeo collega diversi tipi di fantasie esotiche a queste varie categorie. Laddove la figura di noi donne nere suscita fantasie legate alla nostra presunta animalità, invece, ci si aspetta che la donna indocinese sia sottomessa, accondiscendente e con un’anatomia vaginale più minuta e la donna araba voluttuosa. Essere donna nera in Italia significa dover convivere con le insinuazioni (velate o meno) di essere una prostituta solo perché sei nera o una donna dell’est, ricevere offerte di vecchi che a 13 anni ti fermano sul ciglio della strada per chiedere di accompagnarli previo pagamento di questa o quella somma, oppure se conosci chi come te potrebbe farlo; che la tua denuncia di molestie sia probabilmente falsa perché “l’avrai sicuramente provocato” o che tu sia una preda facilmente ricattabile da chi ti sfrutta nella tua precarietà e ti abusa nella tua femminilità.

Queste analisi spesso mancano anche nelle istanze del femminismo mainstream e mediatizzato. Invece, è importante sottolineare e contestualizzare questi meccanismi per poter affrontare e risolvere in modo mirato e coerente i problemi ad essi legati, partendo dalla decostruzione di queste influenze secolari.

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