Quello che a lezione di storia non ci hanno insegnato: La colonizzazione avviene ancora oggi?

Di Agar Omar

Il termine “colonizzazione” indica il controllo, da parte di una potenza, su un’area o un popolo, che si esprime rivendicando quella terra come propria, imponendo la propria lingua, cultura e dominio e trasferendo delle persone – i “coloni” – a vivere su quel territorio.

Quando si parla di colonizzazione, è bene ricordare che, sebbene i termini colonialismo e imperialismo siano spesso usati in modo intercambiabile, non sono la stessa cosa. 

Il colonialismo si riferisce principalmente al processo di dominazione territoriale, culturale e linguistica di un territorio, con l’obiettivo di controllare le risorse, l’economia e le popolazioni native. L’imperialismo, d’altro canto, è la mentalità o l’approccio dietro l’espansione coloniale.

Con “imperialismo”, infatti, non si intende per forza la diretta occupazione di terre appartenenti ad altre popolazioni, ma più che altro l’esercizio di potere e dominio politico-economico su un’altra nazione.

Questo termine è stato associato al colonialismo europeo avvenuto tra il 1870 e il 1914, ed è rimasto in uso anche dopo la Seconda Guerra Mondiale per definire in maniera critica la politica delle potenze USA e URSS nelle rispettive zone di influenza. Oggi viene ancora usato in riferimento ai rapporti tra i paesi “ricchi” e le ex colonie.

In questo articolo verrà approfondito il concetto di colonizzazione, analizzando le sue origini, i suoi impatti e le sue conseguenze, per arrivare a capire come l’ombra del colonialismo si proietti ancora sulla società contemporanea.

Le radici della colonizzazione

La colonizzazione ebbe inizio nel XV secolo, durante la cosiddetta “Era delle Scoperte”. 

La visione coloniale di quel periodo sosteneva che una terra non potesse esistere fino a quando gli Europei non l’avessero scoperta e documentata. 

Tuttavia, questa percezione distorta ignorava completamente le popolazioni native che vivevano in quelle terre. Gli “esploratori” infatti, non fecero la scoperta di terre inedite, e il cosiddetto “Nuovo Mondo” in realtà era tutto tranne che nuovo: le Americhe erano già abitate e prosperavano grazie alle culture delle popolazioni native da secoli. 

Il mito del “Destino Manifesto”

Uno dei concetti chiave associati alla colonizzazione è quello del “Destino Manifesto”. 

Quando gli Europei occuparono la costa orientale del Nord America, credevano fermamente di avere un diritto divino a rivendicare un territorio per sé e per le generazioni future. Questo concetto serviva da giustificazione per le conquiste coloniali, sostenendo che c’era un obbligo religioso di controllare le terre e le culture delle popolazioni native. 

Questa giustificazione morale portò a conseguenze disastrose: milioni di nativi americani furono sterminati e i sopravvissuti furono spinti in quelle che ancora oggi vengono chiamate “riserve”, ossia, piccole aree nelle terre più povere. In questo modo, i valori culturali delle comunità locali vennero spogliati, soffocati e svuotati.

Rivendicando il ruolo di “civilizzatori” delle nazioni considerate “barbare” o “selvagge”, i coloni affermavano di agire nell’interesse di coloro di cui sfruttavano le terre e la popolazione. Storicamente, anche la Chiesa ebbe un ruolo significativo nell’incoraggiare lo sfruttamento di terre e manodopera locale, spesso invocando la causa della conversione cristiana. 

A questo proposito, Edward Said, uno dei pionieri della teoria postcoloniale, disse:

“Ogni impero dice a se stesso e al mondo di essere diverso da tutti gli altri imperi, che la sua missione non è quella di saccheggiare e controllare, ma di educare e liberare”. 

La spartizione del continente Africano

Nel XIX secolo si assistette alla seconda ondata di espansione coloniale, che si concentrò quasi esclusivamente sul continente africano. 

La famosa “Spartizione dell’Africa”, vide le nazioni europee – tra cui Gran Bretagna, Francia, Portogallo e Spagna – dividere il continente come una torta, creando confini arbitrari e rivendicando la terra per sé. Questi confini artificiosi divisero gruppi culturali e generarono forti tensioni etniche con conseguenze devastanti su tutto il continente.

Tra i regimi coloniali più brutali sul suolo africano si ricorda quello di Leopoldo II del Belgio, noto come “il macellaio del Congo”. Le sue documentate atrocità contro il popolo congolese provocarono la morte di circa 10 milioni di persone. Sotto il nome crudelmente ironico di “Stato Libero del Congo”, fu instaurato un regno del terrore per sfruttare il commercio della gomma, materia prima abbondante in quella regione.

Questo regime spietato includeva lavori forzati, punizioni corporali, rapimenti e massacri di villaggi ribelli. Le donne dei villaggi furono regolarmente tenute in ostaggio, per esempio, per costringere gli uomini a raggiungere la quota di produzione; in caso di mancato adempimento, veniva pubblicamente amputata loro una mano come punizione. Queste mani venivano poi presentate come prova o trofeo al Commissario che rappresentava l’autorità di Re Leopoldo II.

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Come funziona il colonialismo?

Lo storico John McQuade getta luce sull’enorme impatto negativo che la colonizzazione ha avuto, spiegando come serva una lettura altamente selettiva delle prove per sostenere che il colonialismo sia stato qualcosa di diverso da un disastro umanitario per la maggior parte dei colonizzati.

L’impatto del colonialismo è stato profondo e complesso, influendo su vari aspetti delle società coinvolte. Ha generato degrado ambientale, diffuso malattie, causato instabilità economica e alimentato tensioni etniche distruttive, con ripercussioni che hanno superato di gran lunga il periodo del dominio coloniale.

Infatti, le principali caratteristiche del colonialismo includono il dominio politico e legale sulla società “altra” (quella colonizzata), le relazioni di dipendenza economica e politica e le disuguaglianze etniche e culturali istituzionalizzate. Per imporre il proprio dominio si è sempre ricorso alla forza fisica attraverso razzie, espropriazione di manodopera e risorse, imprigionamento e omicidi: la schiavitù dei nativi e della loro terra è l’obiettivo primario della colonizzazione.

Un’altra tecnica utilizzata per sottomettere la popolazione nativa è il saccheggio dei modelli culturali. In questo processo, i valori culturali delle popolazioni del posto vengono spogliati, schiacciati e svuotati. 

Per fare ciò, i colonialisti hanno sempre considerato la loro cultura come una cultura superiore, appoggiandosi alle teorie dell’evoluzione culturale o del darwinismo sociale. Nel tentativo di avere il controllo su tutti gli aspetti della società nativa, i colonialisti procedono, quindi, a smantellare le culture native, imponendo le proprie. Si assiste, così, alla distruzione dei valori culturali e dei modi di vita di queste persone: lingue, abiti e tradizioni sono definiti e costruiti attraverso l’ideologia e i valori del colonialista. 

Questo processo ha contribuito a confinare le culture native e reprimere la loro fluidità e apertura al futuro.

L’arrivo del “settler colonialism”

A differenza dell’occupazione coloniale di gran parte del continente africano, tuttavia, gli europei che si stabilirono negli Stati Uniti nel XV secolo non se ne andarono mai. 

In questo caso, si parla del cosiddetto “colonialismo degli insediamenti” (settler colonialism), una forma distinta di colonialismo che cerca di sostituire, oltre che sfruttare, spesso attraverso il genocidio e l’assimilazione forzata, una popolazione nativa con una nuova popolazione di coloni. Per cui, l’obiettivo del settler colonialism è l’eliminazione e la cancellazione delle popolazioni native e oggi questo si manifesta con la negazione della presenza delle popolazioni locali. Per esempio, nelle scuole statunitensi spesso si parla poco – o non si parla – dei nativi americani, né del passato né del presente.

Anche l’Algeria, sotto i francesi, è stata una colonia di insediamento europea, finché non è stata liberata da una lotta popolare guidata dal Fronte di liberazione nazionale nel 1962. I regimi coloniali europei di Algeria, Sudafrica e Rhodesia (Zimbabwe dopo la liberazione) hanno tutti praticato brutali politiche di apartheid contro le popolazioni native che dominavano.

La comprensione del colonialismo degli insediamenti ci permette di vedere il colonialismo non come un evento singolo, ma come un processo continuo di violenza e cancellazione delle popolazioni native

Un esempio attuale è quello di Israele, uno Stato prodotto di un progetto di insediamento coloniale “intenzionalmente acquisitivo, segregazionista e repressivo”, come dichiarato da Francesca Albanese, relatrice speciale delle Nazioni Unite. 

La creazione di questa entità nel 1948 ha innescato una delle più grandi migrazioni forzate della storia moderna, chiamata “Nakba”, “la catastrofe” per i palestinesi. Più di un milione di loro furono costretti ad abbandonare le proprie case, tra massacri di civili e la deliberata distruzione di centinaia di villaggi, in quella che Ilan Pappé, uno dei maggiori storici del Medio Oriente, definisce come una vera e propria pulizia etnica di un popolo.

Da allora, le leggi e le politiche instaurate continuano a promuovere la frammentazione della popolazione autoctona, relegandola in zone sorvegliate da torri di controllo militari e punti di blocco e creando insediamenti illegali per soli ebrei.

La resistenza e l’indipendenza dei Paesi colonizzati

Ovunque il colonialismo si sia manifestato nel mondo, dalle Americhe a ogni angolo del continente africano, si è scontrato con una feroce lotta di resistenza

La storia è ricca di esempi in cui i popoli nativi si sono ribellati, rovesciando con successo le potenze coloniali, dimostrando che i colonizzatori possono rubare terre e risorse, ma non potranno mai rubare la dignità di un popolo determinato a essere libero.

Prendiamo l’Algeria: il Paese ottenne l’indipendenza il 5 luglio del 1962, dopo 132 anni di dominio francese, segnando la fine di una guerra per l’indipendenza durata oltre 7 anni e che aveva portato alla morte di più di un milione e 500.000 algerini. Negli anni di questo brutale dominio le forze francesi repressero ogni forma di resistenza.

In questo contesto, i movimenti indipendentisti del XIX secolo sono stati i primi passi verso la decolonizzazione, ma è importante notare che questi processi non sempre sono riusciti a cancellare le conseguenze e l’impatto della colonizzazione.

Il duro cammino della decolonizzazione

Dopo aver ottenuto l’indipendenza, molte nazioni postcoloniali hanno dovuto fare i conti con l’eredità del colonialismo, che include profonde divisioni sociali, economiche e politiche. In questo senso, viene usato il termine “neocolonialismo” per indicare una varietà di contesti a partire dalla decolonizzazione avvenuta dopo la Seconda Guerra Mondiale. 

Con neocolonialismo, in generale, non ci si riferisce a nessun tipo di colonizzazione diretta, ma al colonialismo fatto con altri mezzi. 

Nello specifico, il termine “neocolonialismo” si riferisce alla convinzione secondo cui, dopo che le colonie hanno ottenuto l’indipendenza formale, le relazioni economiche attuali vengono utilizzate per mantenere il loro controllo. Di conseguenza, il neocolonialismo è associato a un tipo di imperialismo economico. 

Gli studi postcoloniali hanno ampiamente dimostrato che, nonostante il raggiungimento dell’indipendenza, la maggior parte delle ex colonie continua ad essere fortemente influenzata dal colonialismo e dai suoi agenti. Infatti, sebbene le ex colonie abbiano acquisito un nuovo nome e una maggiore autonomia, le conseguenze del neocolonialismo si possono trovare nell’instabilità geopolitica, nei conflitti e nelle disuguaglianze economiche che persistono oggi.

Per questi motivi, non possiamo considerare la colonizzazione una questione del passato

Oggi, il mondo è in una fase di globalizzazione in cui il colonialismo ha gettato le basi per la concentrazione di risorse nelle mani di pochi

Questo si riflette in politiche di “sviluppo” contemporanee, nello sfruttamento delle ex colonie e nell’espressione dilagante delle fobie sociali.

La decolonizzazione è dunque un processo continuo di smantellamento della mentalità e delle strutture coloniali che persistono nelle società post-coloniali.

L’eredità della colonizzazione rimane molto rilevante nella geopolitica contemporanea e negli affari globali. Le divisioni etniche e culturali istituzionalizzate create durante il periodo coloniale spesso alimentano tensioni e conflitti attuali. A questo si aggiunge ancora la lotta per il potere, per le risorse e il controllo delle terre, che può essere collegata direttamente alla storia coloniale di un’area.

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In questo articolo, abbiamo brevemente esplorato il concetto di colonizzazione, analizzando le sue origini, i suoi impatti e le sue conseguenze. 

È evidente che il colonialismo abbia lasciato un’impronta profonda sulla società contemporanea, influenzando disuguaglianze economiche, squilibri di potere geopolitico e conflitti globali.

Affrontare gli effetti attuali della colonizzazione è essenziale per costruire un mondo più equo e giusto. Questo richiede un impegno a livello globale per affrontare le radici del colonialismo e le sue conseguenze durature, un impegno continuo per smantellare le mentalità e le strutture coloniali che persistono nelle società post-coloniali.

Bibliografia

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