Quello che a lezione di storia non ci hanno insegnato: artist* bianc* res* famos* da ritmi che non hanno inventato

Dal Jazz al Rock come sono nate le nostre playlist preferite

Quando si pensa a luoghi come sale da concerto, orchestre oppure all’opera, le si collega senza dubbio a quella che viene spesso chiamata “la grande musica”. Così grande tuttavia da non sembrare adatta a persone non bianche, quindi perché interessarsene? Alla fine ci è sempre stata presentata come un qualcosa fatto da uomini bianchi per altri uomini bianchi, ricchi e funzionale ad ammantare con i suoni i loro valori che si presume siano universali, per questo chi ne usufruisce appare un* raffinat*, colt*.

Ma la musica non è questo e soprattutto non è la provenienza di un artista o il colore della sua pelle a determinare il successo delle sue note ed è la storia a provarlo. Nel secolo scorso durante l’Imperialismo e il Colonialismo, c’è stato uno sforzo ideologico e a tratti propagandistico volto a mostrare la cultura occidentale come migliore e sempre più all’avanguardia. Proprio per questo, ancora oggi si cercano punti di riferimento culturali sempre e solo in questa area del mondo e se qualcosa piace e diventa cool tra le persone bianche, ecco che si diffonde a macchia d’olio un po’ ovunque, fino a dimenticarsi completamente della mente che l’ha inventata oppure se non piace viene bollata come inferiore. La musica non fa eccezione in questo, infatti non a caso con il termine musica classica parliamo di musica “colta”, ma rispetto a chi? Ci vuole tutto questo sforzo per capirla? E soprattutto, alcuni dei generi più popolari in questo momento provengono davvero solo da questa fetta di mondo? Assolutamente no e la spiegazione la si trova nel genere considerato contrapposto alla musica “colta” ovvero il jazz, che viene visto come un prodotto di “neri”: istintivo e non elaborato. Certo, non segue le regole dell’armonia classica, ma nemmeno un compositore del calibro di Debussy lo faceva e certamente non è riferendosi ad uno standard culturale che possiamo elevare le creazioni di uomini e di donne al rango di musica degna di essere ascoltata. Negli anni infatti questo genere è stato bollato come un qualcosa di “etnico” e perciò considerato come un’aggiunta trascurabile e che un pianista bianco o musicista cosiddetto classico non deve studiare perché tra le tante motivazioni, rovina le mani (e il motivo è essenzialmente di matrice razzista: c’era un desiderio smodato di mantenere una qualche sorta di purezza o eccezionalità anche nell’industria musicale di allora).

Questo non è che un esempio di doppi standard e in questo ambito ne esistono molti, ve ne faccio un altro: gli spirituals sono canti appunto spirituali dei cosiddetti neri americani che combinano l’eredità culturale del paese africano di provenienza e l’esperienza di aver vissuto in catene. La musica era per loro uno strumento di conforto di fronte al male e all’oppressione. Le prime trascrizioni musicali di questo genere risalgono all’Ottocento nel pieno del fervore nazionalista romantico e si devono a Samuel Coleridge-Taylor, un musicista inglese, figlio di una donna inglese e di un uomo della Sierra Leone.

Samuel Coleridge-Taylor

In quel periodo altri musicisti si sono occupati di raccogliere le note della propria gente per renderle fruibili al grande pubblico, un esempio è stato Johannes Brahms con le Danze Ungheresi. Ma quelle di Coleridge-Taylor solo le uniche pagine di musica che, purtroppo, si sono scontrate con la discriminazione, le restrizioni e il bigottismo dell’epoca, anche in ambito accademico. A dimostrazione di come già allora fosse evidente il doppio standard.

Perciò non c’è da sorprendersi se un genere di successo come la musica Rock ‘n Roll è da sempre trattato come se fosse un prodotto nato dalla mente di Elvis Presley, quando in realtà egli stesso ha ammesso in numerose occasioni di essere un grande debitore verso cantanti e musicisti afroamericani. Ma le sue dichiarazioni non sono bastate ad impedire che gli Stati Uniti di allora trovassero delle persone bianche che potessero incarnare quanto prodotto da coloro che il sistema opprimeva. La vera iniziatrice del Rock ‘n Roll fu, infatti,  Sister Rosetta Tharphe: una donna nera, che ad inizio Novecento ispirandosi alle musiche blues e gospel del profondo Sud, si dimostrò così creativa da dare vita a un nuovo genere musicale, a cui accompagnava chitarra elettrica, la sua voce profonda e un immaginario lontano da quello ecclesiastico.

“Suoni come un uomo”, le dicevano negli anni 50 credendo di farle un complimento e lei rispondeva piccata: “No, nessun uomo può suonare come me”. Neanche a farlo apposta, quella sarebbe stata la sua “maledizione”, perché a oltre 70 anni da allora, il suo nome è per lo più ignoto e si continua a associare questo genere solo a uomini di solito bianchi, nonostante sia la stessa Rock and Roll Hall of Fame a riportare: “Senza Sister Rosetta Tharpe, il rock and roll sarebbe una musica diversa. Lei è la madre fondatrice che ha dato l’idea ai padri fondatori del rock.”

Eppure lo stereotipo de* musicist* ner* che fa solo musica considerata da “ner*” è sopravvissuto lo stesso, se no Prince non si sarebbe sforzato di mostrare il contrario cantando Paisley Park.

Arrivati a questo punto sicuramente si penserà che questo sia un problema solo “anglosassone” e la risposta più breve a questo quesito è no.

Una risposta più articolata invece andrebbe ad analizzare i generi nati nella parte meridionale del continente americano, dove tantissimi generi sono stati resi celebri da artisti e interpreti che non li hanno inventati come la musica Calypso, nata a Trinidad e Tobago dagli schiavi africani e che conserva una struttura essenziale e ben definita che lascia alla creatività e all’improvvisazione dei musicisti e danzatori enorme libertà, è stata per decenni oggetto di appropriazione culturale da parte di artisti bianchi del nord America, fino a quando negli anni 50 l’artista Harry Belafonte non le ha dato nuova vita. Un discorso simile potrebbe essere affrontato sulla Cumbia colombiana, nata anch’essa durante l’aggressione imperialista spagnola, sembra essere un genere dai ritmi e dalle danze che richiamano il folklore della Guinea Equatoriale.

 Anche la situazione da questa parte dell’oceano non è delle migliori, se analizziamo l’appropriazione fatta su diversi ritmi che puntualmente ascoltiamo ogni estate come ad esempio il reggaeton. Questo genere ibrido, nato dalla fusione di diversi ritmi musicali dei paesi caraibici e latino-americani – e che oggi si vede in vetta alle classifiche italiane, interpretato da cantanti come J-Ax, Baby K e Fred De Palma – deve tutto all’artista giamaicano Shabba Ranks che negli anni 90 fece da apripista ad artisti latinoamericani più conosciuti come Daddy Yankee e Don Omar.

Un po’ come accade oggi con molti trend nati sui social, per cui spesso creator non bianch* lamentano di averli inventati e di non ricevere i crediti dovuti , lo stesso accadeva e continua ad accadere con la musica. I tempi per fortuna sono sufficientemente maturi per fare davvero musica e per capire che non esiste una musica più colta o più classica di altre. L’arte dei suoni è come la poesia, ti fa compagnia ed è un’esperienza troppo importante per limitarla ad un qualcosa che si può approcciare o in maniera etnica oppure in maniera seria con solo il Clavicembalo Ben Temperato di Bach sottobraccio.

Buona musica a tutti.

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