Presente e futuro dei media con Sabika Shah Povia

Si dice che la realtà sia guida dalle nostre percezioni: tutte generate dalle storie che ci vengono raccontate. Per cambiarle serve una nuova narrativa, con autori e autrici impegnat* a sostituire etichette riduttive con nomi, cognomi e professionalità.

Questo è sempre stato uno degli obiettivi principali di Colory* e per capire meglio le dinamiche dei media tradizionali in termini di cosa manca nelle redazioni affinché possano distaccarsi da alcune narrazioni fin troppo antiquate e quanto sia difficile o meno fare carriera in questo settore, abbiamo voluto fare quattro chiacchiere – virtuali – con chi ci lavora, o meglio ci scrive.

Innanzitutto raccontaci un po’ di te

S: “Mi chiamo Sabika Shah Povia e sono di Roma Nord. Fidati, devo specificare il Nord perché dà tutto un altro significato a quello che dirò da qui in poi. Per lavoro, o forse più per vocazione, racconto storie vere. Direi che “giornalista” è la definizione che più mi si addice.”

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Come sei arrivat* a scegliere questo percorso professionale?

S: “Ho sempre sentito l’esigenza di parlare con le persone, ascoltare le loro storie, scambiare idee e confrontarmi. Tanto che mi sforzo di imparare la lingua del mio interlocutore per assicurarmi di non perdere nulla di ciò che ci diciamo. E, essendo figlia di immigrati, sono cresciuta con una concezione del mondo diversa, senza confini. Tutte caratteristiche che mi hanno automaticamente trasformata in una racconta-storie.  Avevo le idee chiare già da bambina. So che sembra un cliché, ma per i miei 8 anni mia sorella mi regalò una fotografia di Roberto Baggio con dietro scritto ‘Tanti auguri sorellina. Non occuperò tanto spazio così quando da grande sarai una giornalista famosa e intervisterai Baggio, potrai chiedergli di autografare questa foto’. Non l’ho ancora fatto, ma chissà…”

Se avessi più persone che ti somigliano in questo ambito avresto scelto questa strada prima?

S: “Non credo che mi sarebbe cambiato molto sinceramente. Ma solo perché da bambina e da ragazza non ero così consapevole della mia diversità, che al massimo era una cosa in più che avevo rispetto agli altri. Sono cresciuta in un ambiente internazionale e anche a casa c’era la tv satellitare che mi collegava al resto del mondo, con tutte le sue bellissime sfumature di ‘altro’. Nonostante fossi l’unica ragazza ‘marrone’ del mio liceo, non ci pensavo tanto, e se non vedevo ragazze che mi somigliavano in tv, pensavo che fosse solo perché nessuno prima di me lo aveva desiderato. I miei obiettivi mi erano chiari. Ciò che non mi era chiaro era quanto sarebbe stato complesso raggiungerli.”

Quando è stata la prima volta che hai raccontato una storia, che sentivi nessuno aveva ancora raccontato?

S: “Ogni volta che ho raccontato una storia, sentivo che nessuno l’aveva ancora raccontata. Ho sempre pensato che non è tanto la storia che racconti, ma sono come lo fai, la prospettiva che adotti, la tua capacità di empatizzare con i protagonisti, il valore aggiunto che puoi dare con il tuo sguardo e con la tua esperienza a fare la differenza.”

Com’è stato approcciare editor e riviste per farti pubblicare le prime volte?

S: “Ho fatto tanta fatica all’inizio. Sono tantissime le email a cui non ho mai ricevuto risposta. A tratti mi perdevo d’animo, ma poi ritrovavo la voglia di fare e mi rimboccavo le maniche. Anche perché ero fortunata ad avere intorno a me persone che credevano in me molto più di quanto lo facessi io, come ad esempio la mia famiglia. Ci saranno stati almeno tre o quattro momenti in cui ero convinta di avercela fatta, e invece niente, dopo un po’ di attenzione mediatica per una storia che avevo raccontato, tornavo nell’oblio. Credo che il modo migliore per emergere sia creare delle connessioni reali. Ha funzionato per me. Andavo a tutti gli eventi possibili, festival di giornalismo, di documentari, di tutto. Facevo domande intelligenti a cui pensavo per tutta la durata dei panel o dei film – l’obiettivo era farmi notare, far notare la mia preparazione. Scambiavo due parole con tutti, scambiavo contatti. Poi quando arrivava la mia email, almeno sapevo che qualcuno l’avrebbe letta perché, a differenza delle tante altre, la mia aveva anche un volto.”

Qual è un errore che i media tradizionali continuano a commettere che proprio non sopporti?

S: “Non sopporto il modo in cui raccontano i figli di immigrati, le cosiddette seconde generazioni, e i pregiudizi che emergono sempre quando si parla di musulmani (la retorica delle donne vittime, gli uomini cattivi, e ‘l’Occidente’ salvatore/eroe). Non sopporto quando il razzismo e/o il fascismo vengono definiti ‘una bravata’. Ma soprattutto odio quando non si dà voce ai protagonisti dei racconti e si parla, pensa, e scrive a nome loro.”

Di cosa hanno bisogno i media tradizionali italiani per sopravvivere?

S: “Di diversificare le proprie redazioni e di conseguenza il proprio linguaggio. Servono più persone con background differenti, servono più religioni, più etnie, più lingue, più giovani, più donne in posizioni di potere, più esperienze. Basta usare narrazioni vecchie per raccontare generazioni e realtà nuove.”

Se il panorama intellettuale / giornalistico italiano fosse più inclusivo cosa credi cambierebbe drasticamente?

S: “Potremmo finalmente smettere di parlare di questioni che non sono vere questioni, o che perlomeno non dovrebbero esserlo nel 2021, e concentrare i nostri sforzi su ciò che conta veramente. Penso davvero che la diversità sia una ricchezza e un’occasione persa se non impariamo a valorizzarla. Inoltre, in un mondo dove siamo costantemente bombardati da immagini che scorrono veloci davanti a noi, è sempre più importante la rappresentazione. Ognuno di noi deve poter avere dei modelli di riferimento che gli somigliano e che permettano alla società di decostruire i propri stereotipi. Tutti possono fare tutto. Quando lo crederemo veramente, cambierà drasticamente la nostra percezione della realtà e, di conseguenza, anche del nostro potenziale.”

A chi vorrebbe scrivere come te cosa consiglieresti?

S: “Di farlo. Possiamo imparare solo sbagliando, e possiamo sbagliare solo facendo. Il confronto è tutto, ma oltre che con gli altri, confrontati anche con te stessa/o. Rileggi ciò che scrivi a distanza di tempo per fare un’analisi più lucida del tuo lavoro, non provare imbarazzo a riguardare o riascoltare le tue interviste, anzi fallo come esercizio. Capisci cosa puoi migliorare e vai avanti. E se ti rifiutano un pezzo, non pensare a cambiare carriera, piuttosto destruttura ogni passaggio di quello che hai scritto e analizzalo cercandone i punti di forza e le debolezze. E ricorda che quello che hai in più rispetto agli altri è la tua storia, le tue esperienze. Sono quelle che ti daranno una prospettiva unica e che ti permetteranno di emergere.”

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