Cos’è il razzismo ambientale?

Di Chloé Bertini

Crisi climatica, intersezionalità e giustizia sociale

La crisi climatica sta avanzando, la senti?

Le risposte della nostra società alla crisi climatica non bastano

La corrente attuale, alimentata da poteri che vogliono continuare a trarre del profitto, ci sta portando verso il totale collasso del nostro ecosistema.

Questo, senza nemmeno curarsi di mettere in piedi delle strategie di adattamento che rispondano ai bisogni di base delle persone volte a evitare un collasso del tessuto sociale, e senza considerare i bisogni specifici che emergono da un’analisi intersezionale dell’impatto che la crisi climatica avrà sulla popolazione. Inoltre, il fatto che i Paesi occidentali non si stiano assumendo le loro responsabilità sta già esacerbando l’ingiustizia sociale sul piano internazionale.

Tocca a ognuno di noi decidere di agire e organizzarsi collettivamente per alimentare una corrente alternativa. Una corrente che dichiari “No! Noi vogliamo vivere’’ e che si basi sul pensiero che l’essere umano non è solo avidità e violenza, come sull’impegno a far riemergere solidarietà, giustizia, e disponibilità al cambiamento in questo momento di crisi globale.
Il collasso climatico è una crisi che ci chiede più che mai di considerare l’intersezionalità nel nostro modo di affrontarla. Ci obbliga ad aprire gli occhi collettivamente di fronte alle disuguaglianze che si sommano da secoli.

Cosa significa l’avanzamento della crisi climatica per le persone appartenenti a gruppi marginalizzati?

Nella storia, infatti, carestie, migrazioni, e crisi economiche hanno sempre portato un aumento delle disparità sociali, della repressione politica, e di violenze fra civili.

L’inasprimento delle condizioni di vita e la generale carenza di risorse primarie come cibo e acqua tendono e tenderanno a far aumentare violenze e discriminazioni in tutti i Paesi del mondo. Per questo motivo, con la crisi climatica possiamo già immaginare il tipo di impatto che tutto questo avrà sulle vite di alcune categorie di persone, in maniera sproporzionata.

Ad aggiungersi alla quotidiana violenza fisica e, quindi, più visibile, ogni gruppo, se non tutelato seguendo un principio di equità, potrebbe subire il peggioramento di situazioni specifiche di diseguaglianza.

Ci sarà un ulteriore aumento di violenze di genere (violenze domestiche, abusi, sfruttamento e traffico di essere umani), violenze razziste (verso persone nere, Rom e altri gruppi etnici marginalizzati), violenze verso persone della comunità LGBTQIA+ (come aggressioni, violazioni dei diritti, violenze sessuali, omicidi). Violenze dovute più che altro all’istinto di sopravvivenza dell’individuo nelle condizioni in cui c’è scarsità dei beni primari e per rimanere in vita si applica una specie di “selezione naturale”: chi è più forte o ha più possibilità economica continua a vivere. Se nel mondo animale questo concetto è tollerabile, quando si tratta di vite umane non si devono applicare dei doppi standard. In questo gioco di “selezione” le persone razzializzate e marginalizzate partono a prescindere in svantaggio e nel momento in cui ci sarà un collasso ambientale, economico e sociale saranno purtroppo i primi ad essere presi di mira.

Gli effetti della crisi climatica sulle persone razzializzate

Si parla infatti spesso di disuguaglianze sociali, economiche o di opportunità dettate spesso dalla posizione di privilegio che ogni individuo occupa e si parla poco dell’altra tipologia di disuguaglianza legata all’ambiente in cui si vive.

Le persone razzializzate abitano spesso nelle zone di un Paese maggiormente esposte a inquinamento, rifiuti tossici e altri pericoli ambientali. Tale fenomeno viene, infatti, definito razzismo ambientale.

Vivere in questo tipo di situazioni può portare a un rischio molto elevato di problemi di salute, in particolare per quanto riguarda le vie respiratorie. In più, le zone urbane dove si trovano concentrate comunità di persone nere e gruppi di altre etnie, sono spesso meno sicure nel caso di potenziali eventi climatici estremi (infrastrutture meno resistenti) e anche meno attrezzate per contrastare le intense ondate di calore estive legate all’aumento della temperatura globale (meno accesso a climatizzazione e aree verdi).

Il benessere di donne e persone con disabilità è a rischio

Inoltre, in periodi caratterizzati da eventi climatici estremi e momenti di instabilità sociale, è molto probabile assistere a un aumento del carico di lavoro di cura non retribuito.

L’esperienza dell’ultima pandemia ci ha già mostrato in parte cosa rischia di accadere.

Le donne sono spesso le prime ad assumersi le responsabilità legate alla cura di familiari anziani o malati, occupandosi anche della cura dei bambini se il servizio scolastico è temporaneamente interrotto, e in generale della cura della comunità in senso più ampio.

Questo lavoro, spesso invisibile, ha un impatto sul benessere delle donne, comportando spesso sforzi fisici e psicologici significativi, e può anche impattare negativamente sulla loro partecipazione al lavoro retribuito.

Un altro esempio è quello delle persone con disabilità, visibili e invisibili. Nel caso di eventi estremi, vi è un alto rischio che le infrastrutture e i piani di evacuazione e accoglienza non siano adeguatamente accessibili e adattati alle specifiche esigenze di supporto di queste persone. Ciò rischia di causare isolamento e anche un reale pericolo per la vita delle persone con disabilità. Inoltre, il sistema sanitario generalmente sopraffatto da situazioni di emergenza collettiva può portare alla carenza di personale competente nei percorsi di diagnosi e cura delle disabilità invisibili.

Quanto visto finora è solo una rappresentazione parziale di quello che può accadere alle persone più vulnerabili. Vista l’incompetenza che le nostre istituzioni hanno dimostrato finora nell’affrontare problemi di questo tipo in modo tempestivo e radicale, è assolutamente essenziale agire sia portando rivendicazioni dirette al governo fin da subito, sia mettendo in piedi reti di solidarietà che agiscano dal basso, per rispondere meglio ai bisogni delle comunità marginalizzate.

Giustizia sociale e giustizia climatica dovrebbero andare di pari passo

Oltre alle varie forme di disuguaglianze all’interno di uno stesso Paese, è essenziale parlare di come l’ingiustizia sociale sia già evidente a livello internazionale.

Le analisi scientifiche mostrano con un’alta percentuale di affidabilità come all’origine della crisi climatica vi sia l’attività umana e, in particolare, le emissioni climalteranti.

Guardando lo storico delle emissioni dal 1975 al 2020 possiamo vedere tra i principali responsabili di queste emissioni gli Stati Uniti (24,5%), l’Europa (16,3%) e poi la Cina (13,9%).

Dall’altro lato, i Paesi che soffrono già da anni delle conseguenze della crisi climatica e che sono destinati a soffrirne di più nei prossimi decenni, sono quelli che hanno contribuito meno alle alterazioni climatiche, come l’Africa subsahariana e il Sud e Sud-Est Asiatico.

Bisogna anche notare che in molti di questi Paesi gli eventi estremi, l’aumento della temperatura al di sopra del limite sopportabile e la rarefazione delle risorse si vanno a sommare a condizioni di povertà e instabilità geopolitica seminate dal colonialismo e dal neo-colonialismo.

Ad aggiungersi a queste ingiustizie, negli ultimi 30 anni non si è ancora osservata una responsabilizzazione da parte dei Paesi che più hanno contribuito a innescare questa crisi.

Migrazioni per il clima: come si evolvono?

L’assenza di questa responsabilizzazione porterà sempre di più alla tendenza di migrare verso luoghi più sicuri a livello ambientale. Nel 1990, l’IPCC (Gruppo Intergovernativo sul Cambiamento Climatico) indicava infatti che l’impatto unico più grande che la crisi climatica avrebbe avuto sulla vita umana sarebbe stato sulla migrazione.

Una stima generalmente accettata è che nel 2050 potrebbero esserci circa 200 milioni di migranti climatici al mondo. Per mettere questa cifra in prospettiva: si tratta di 1 persona su 45, principalmente dalle zone più vulnerabili già citate.

Parte di queste migrazioni si fanno all’interno di uno stesso Paese. Contemporaneamente, i flussi internazionali sono destinati ad aumentare e questi numeri sono terrificanti considerando la mancanza di umanità che già osserviamo nei confronti delle migrazioni nel Mediterraneo.

Secondo l’OIM (Organizzazione Internazionale per le Migrazioni), dal 2014 a oggi oltre 26 mila persone sono morte o andate disperse nel tentativo di attraversare il Mar Mediterraneo per giungere in Europa. È impossibile ignorare il contributo di processi di razzismo in questo fenomeno. La disumanizzazione di queste persone, per la maggior parte razzializzate, ha probabilmente permesso a decisori politici e a milioni di cittadini europei informati ed “educati” di chiudere gli occhi davanti a questo crimine che i nostri governi stanno commettendo.

Sicuramente, la gestione dei flussi migratori non è una faccenda semplice. Allo stesso tempo, considerando che sappiamo da più di 30 anni che questi numeri sarebbero aumentati, come oggi sappiamo che aumenteranno sempre di più, sarebbe il caso di prendersi qualche responsabilità e agire al massimo.

I fattori che più influenzeranno il numero di migranti nei prossimi decenni saranno:

  1. La quantità di emissioni di gas a effetto serra che verranno emesse nel futuro;

  2. Il tasso di crescita e distribuzione della popolazione;

  3. L’evoluzione meteorologica del cambiamento climatico;

  4. L’efficacia delle strategie di adattamento locali e nazionali.

I Paesi occidentali hanno la responsabilità di agire sui punti 1 e 4. Dovremmo diventare leader nell’eliminazione delle emissioni e sostenere direttamente l’adattamento dei Paesi più vulnerabili con reali finanziamenti, anziché tramite l’erogazione di prestiti. Anche per quanto riguarda il punto 2, per migliorare la distribuzione della popolazione in base alle zone più a rischio, saranno essenziali delle migrazioni pianificate. Infatti, negli scenari in cui stiamo sotto i 4-5 gradi di aumento della temperatura, alcune zone come parti dell’Europa, l’Australia e la Nuova Zelanda, potrebbero vedere aumentare la loro capacità di produzione alimentare.

Il livello di ingiustizia raggiungerebbe livelli elevatissimi se ci si trovasse nella situazione per cui alcuni dei Paesi responsabili per la crisi climatica hanno condizioni climatiche che permettono di sostenere la vita di più persone, ma si rifiutano di fare tutto il possibile per accogliere i rifugiati climatici provenienti dai Paesi più vulnerabili e che hanno meno contribuito al collasso del nostro ecosistema.

Cosa possiamo fare?

Arrivati a questo punto, per garantire una reale giustizia climatica e sociale è essenziale dare maggior peso alle voci dei Paesi più vulnerabili negli spazi internazionali di decisione.

Ricordiamo che alla COP27 (Conferenza Mondiale sul Clima delle Nazioni Unite) erano presenti 636 lobbisti dei combustibili fossili, mentre Paesi con meno risorse di solito non riescono a inviare un gran numero di persone delegate.

Esistono anche tanti modi per fare pressioni sui decisori politici nel proprio Paese affinché agiscano il prima possibile, e si prendano le proprie responsabilità. Inoltre, sarebbe utile permettere l’auto-organizzazione delle città, dei comuni e delle singole comunità italiane volta a offrire accoglienza e supporto a chi arriva nel nostro Paese e si vede completamente abbandonato e criminalizzato dalle nostre istituzioni: un modo per portare umanità laddove l’accoglienza e l’assistenza alle persone che migrano da parte dello stato presentano dei problemi.

Questo futuro è già qui, e si annuncia sempre più doloroso e ingiusto. Non possiamo lasciarci paralizzare dall’ansia o proteggerci dietro l’apatia. L’unico modo per limitare tutto questo dolore è decidere di agire ora, al meglio delle nostre capacità. Dobbiamo costruire una vera e propria comunità di resistenza, fatta da persone che esigono direttamente politiche di giustizia climatica e sociale dal nostro governo, persone che tessono reti di solidarietà forti che prendono in considerazione tutti i fattori intersezionali, e persone che continuano a educare e a promuovere crescita e nonviolenza. Tutte queste azioni servono  a limitare l’impennata di violenze e discriminazioni che rischiamo di vedere.

C’è tanto lavoro da fare e tutte le persone possono fare qualcosa. Mettiamo la nostra consapevolezza al servizio di un mondo migliore trasformandola in azione, ORA!

Bibliografia:
  • Hans Pörtner et al. Technical Summary Climate Change 2022: Impacts, Adaptation and Vulnerability IPCC Sixth Assessment Report, 2022
  • Oil Brown, Migration And Climate Change, Publication of the International organization for Migration, 2008
  • Redazione Ansa, “Cop27: Ong, lobbysti oil & gas aumentati di un quarto”, 10/11/2022
  • Julia Black and Zoe Sigman 50,000 lives lost during migration: Analysis of Missing Migrants Project data 2014-2022, IOM publications, 2022
  • “Each Country’s Share of CO2 Emissions” Union of Concerned Scientists 2020

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