La scuola alimenta il razzismo?

“Nella visione “depositaria” dell’educazione, il sapere è un’elargizione di coloro che si giudicano sapienti, agli altri, che essi giudicano ignoranti. Elargizione che si basa su una delle manifestazioni strumentali della ideologia dell’oppressione: “l’assolutizzazione dell’ignoranza”, che costituisce ciò che chiamiamo alienazione dell’ignoranza (l’ignoranza si troverebbe sempre nell’altro).

L’educatore, alienato dall’ignoranza, si mantiene in posizioni fisse, invariabili. Sarà sempre colui che sa, mentre gli educandi saranno sempre coloro che non sanno. La rigidità di queste posizioni nega l’educazione e la conoscenza come processo di ricerca.”

– La pedagogia degli oppressi, Paulo Freire (1970)

L’impatto dei libri scolastici

I libri scolastici hanno un grande impatto sulla formazione delle menti dei futuri cittadini. Sono spesso la fonte principale di informazioni sul mondo e in questo risiede il loro potere di influenzare la percezione che i giovani hanno della realtà che li circonda e la costruzione del loro rapporto con la suddetta realtà. In questo, l’approccio adottato per insegnare agli studenti influisce significativamente sul loro sviluppo cognitivo, emotivo e sociale e l’istituzione scolastica, se poggiata su basi erronee può diventare strumento per rafforzare un sistema di dominio.

Il manuale scolastico, infatti, non è solo un organizzatore della conoscenza per l’uso degli allievi, nonostante questa sia la sua funzione primaria; nella sua finalità costruisce e trasmette, in modo più o meno esplicito, una visione dell’organizzazione sociale in cui è prodotto e più in generale una visione ben definita del mondo. Quindi non è tanto un riflesso quanto una messa in ordine della rappresentazione della realtà e legittimazione di questa e, per tanto, diffonde modelli di comportamento sociale, contribuendo all’elaborazione delle identità individuali e collettive.

È in questa prospettiva che il manuale può diventare potenziale vettore di uguaglianza e comprensione o al contrario di discriminazione e odio, tra gruppi sociali, culture o popoli. Presi separatamente, i libri di testo possono sembrare privi di queste problematicità, esenti da pregiudizi o connotazioni razziste; è nel complesso che formano un sistema, della più grande efficienza, permettendo di trasmettere questa ideologia sotto forma di una concezione del mondo in cui la “razza” è il primo principio esplicativo.

Prospettiva storica eurocentrica

La prospettiva storica, nei libri scolastici, è spesso macchiata dall’eurocentrismo e da un occidentalismo dominante. Ciò è riflesso già nella scelta della divisione del lavoro tra Storia e Geografia, in cui la storia corrisponde a un Noi (gli occidentali, i bianchi), gli Altri sono geografia.

STORIA = NOI (occidentali bianchi)

ALTRI = GEOGRAFIA

Il punto di partenza è l’idea radicata da secoli – di schiavismi, colonialismo prima e imperialismo poi – che quelle occidentali siano superiori ad altre culture. Da tale idea deriva la convinzione che l’Occidente, presentato quasi fosse il punto di partenza della storia mondiale, rappresenti il perno culturale e sociale attorno al quale il mondo intero dovrebbe ruotare e allinearsi, l’ideale ultimo di sviluppo economico e che la sua storia e le sue istituzioni debbano essere il modello da seguire, se non addirittura imporre.

Questo complesso di superiorità alimenta poi la tendenza a vedere la propria cultura come metro di giudizio per valutare le altre società, con la conseguenza di giudicarle in base a criteri che sono propri, senza tener conto delle differenze e delle peculiarità di ogni contesto socio-culturale e storico e finendo per cadere in semplicismi in cui tutto ciò che non segue il modello di fabbrica viene liquidato come strano o esotico, o nella presentazione di stereotipi che riducono una società a pochi tratti superficiali.

L’Africa secondo i libri scolastici occidentali

In molti libri scolastici occidentali, la cultura degli stati africani viene spesso rappresentata come primitiva e sottosviluppata. La storia dell’Africa – relegata al colonialismo e alla schiavitù – viene presentata come una storia di tribù e di conflitti, racchiusa all’interno dei recinti di una cultura uniforme, in cui le diverse etnie, lingue e religioni si fondono e scompaiono, così come la complessità e la diversità delle società che la compongono.

Omissioni e distorsioni contribuiscono a falsare il passato dei popoli del “Terzo Mondo” prima dell’arrivo degli europei. Nel ritratto che se ne fa, questi popoli si sarebbero dimostrati incapaci di creare da sé le proprie istituzioni o istituzioni che incarnassero un ideale soddisfacente di “civilizzazione”.

Rappresentazione dell’Asia, dell’America Latina e del Medio Oriente

La storia dell’Asia, dell’America Latina e del Medio Oriente rimane confinata ad una serie di guerre e annessioni, spesso solo quando vi è un punto di intersezione con l’espansione europea. Nella rappresentazione dei popoli nativi delle Americhe ci viene spesso presentato il quadro di un’opposizione passiva alla conquista europea, senza menzionare la resistenza attiva a cui i conquistadores (e i coloni successivamente) dovettero far fronte, né le loro tecniche di sopravvivenza. La verità sul massacro di queste popolazioni è edulcorata, e coloro che hanno lottato per difendere il loro popolo cadono nell’oblio scavato a colpi di “Erano più arretrati. Non avevano armi abbastanza sviluppate”.

La colonizzazione e le forme mascherate di schiavitù suonano ancora come portatori di benefici per le popolazioni assoggettate, poiché hanno portato loro la disciplina e le tecniche di cui non erano a conoscenza.

Una scelta di contenuti il cui scopo è la continua rimarcazione della superiorità dell’Europa e degli Stati Uniti — anche morale, nonostante le atrocità commesse nel corso della storia e che continuano tutt’oggi in forme più subdole oggi.

L’eurocentrismo colpisce tutti i campi di studio

E come la storia così altri campi di studio rimangono ancora impregnati di una bianchezza disturbante. Dall’arte, alla filosofia, alla letteratura, gli autori non bianchi sono completamente ignorati, quando non vengono buttati all’interno di un unico pozzo e confinati al piè di pagina. I vaghi tentativi di inclusione, come ad esempio nel campo dell’arte, vengono azzerati dalle letture eurocentriche e dalla decontestualizzazione di cui troppo spesso sono vittime le opere. I pochi testi in cui vengono inclusi personaggi non occidentali incarnano ancora vecchi stereotipi e luoghi comuni.

Le conseguenze: una gerarchia sociale non casuale

Il risultato di questo processo sono generazioni di studenti e futuri cittadini forgiati dall’idea che tutto ciò che non è occidentale è inferiore, meno sviluppato, problematico, da temere e contenere. È evidente come questa serie di stereotipi possa portare alla nascita e diffusione di comportamenti discriminatori, razzisti o di diffidenza verso queste culture e le persone che vi appartengono, o quel complesso del salvatore bianco, derivante dalla costruzione di un immaginario collettivo in cui i poveri, gli arretrati, gli incivili devono imperativamente essere portati verso la luce.

La lotta alla xenofobia è una battaglia che si gioca in primo luogo nelle scuole e spesso viene persa sotto i colpi della metodologia di apprendimento, di libri fermi a dei modelli di base datati e (che dovrebbero essere) superati e di istituzioni impregnate delle stesse problematiche di fondo, che prima di riformare il sistema scolastico dovrebbero riformare le proprie fondamenta.

L’assenza di rappresentazioni di scienziati, intellettuali e attori culturali che hanno segnato la storia della conoscenza e del progresso scientifico, d’altra parte impedisce un’identificazione valorizzante delle persone razzializzate e contribuisce a far sì che non si sentano legittime in ruoli attivi e motori all’interno del tessuto socio-economico nel quale sono inseriti.

Per i giovani non bianchi, la riduzione del campo delle possibilità passa anche, dunque, attraverso l’impossibilità di proiettarsi in figure positive nei contenuti scolastici di cui usufruiscono. Se le persone nere appaiono solo nei capitoli dedicati alla schiavitù, riduciamo la storia degli afrodiscendenti al fatto di essere vittime passive, che avrebbero accettato ciò che accadeva loro senza contribuire alla storia umana. Perpetuare la loro rappresentazione come persone dominate è rischiare di riprodurre questa immagine. In questo, la scuola aliena i bambini razzializzati: li integra facendoli sentire altri, diversi, esterni alla storia che si gioca a scuola.

Fonte: La Repubblica (25 settembre 2020)

Dietro l’illusione delle pari opportunità, gli studenti frutto dell’immigrazione sono indotti  inconsciamente (o meno) a prepararsi per i posti che la società riserva loro, vale a dire tutta una serie di mestieri mal pagati o sottopagati. E nel frattempo, i bambini delle classi dominanti possono dedicarsi a tutto il resto: fare studi lunghi, avere mestieri creativi, arricchirsi, governare per, infine, mantenere il potere.

La mancanza di persone appartenenti a minoranze etniche in alcuni campi e la loro relativa sovrarappresentazione in altri contribuisce, dunque, al mantenimento di una gerarchizzazione sociale non casuale.

In un momento in cui queste problematiche avvelenano persistentemente il dibattito pubblico, con discussioni sul comunitarismo e le tensioni identitarie,  “sostituzione etnica” e “liberazione”, “invasione” e crisi economica, e in cui si riconoscono le lacune dell’azione educativa che non riesce a prevenire disinformazione e pregiudizi, sarebbe opportuno fare un’analisi accurata sull’inclusione di tali tematiche nell’ambito scolastico. Questa analisi porterebbe a rivelare le carenze nell’equipaggiamento intellettuale e richiedere una riconsiderazione di alcune direzioni pedagogiche: ad esempio, prendere in considerazione un insegnamento a sé stante di tali questioni, preferire strumenti di riflessione e analisi a un approccio troppo emotivo ed intuitivo, che spesso si dimostra moralizzante e denigratorio; incoraggiare un approccio comparativo per evitare giudizi unilaterali e monolitici.

Attraverso un’analisi dei fatti, l’acquisizione di fatti precisi, l’inclusione di voci di studiosi fuori dal campo dominante e la spinta sulla riflessione critica, la scuola può contribuire a prevenire e contrastare l’assurdità di una situazione in cui alcuni individui denunciano un razzismo onnipresente, mentre altri sembrano non riuscire a vederlo da nessuna parte.

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