La Police Brutality è un Problema Anche Italiano

Solo perché non ha un nome nella nostra lingua non significa che non esista

Sono passati due anni esatti dall’omicidio di George Floyd a Minneapolis negli Stati Uniti,ma non sono abbastanza per dimenticare la violenza di quelle immagini che fecero il giro del mondo, il senso di paura e vulnerabilità davanti alla brutalità della polizia su di un uomo disarmato. Un anno dopo un episodio tutto italiano ha fatto tornare il ricordo più vivido e feroce: il 14 giugno 2021 a Milano alcuni ragazzi e ragazze che alle prime luci dell’alba stavano facendo colazione al Mc Donald sono stati caricati, picchiati, manganellati dai carabinieri. Il movente? Il rumore del campanello di un monopattino suonato ripetutamente.

Quest’anno di nuovo: lo scorso 5 aprile a Firenze, un uomo di origine senegalese è stato fermato senza apparente motivo da due agenti in borghese. Nel tentativo di immobilizzarlo a terra, sebbene non fosse né armato né pericoloso, hanno attuato una mossa di soffocamento e poi lo hanno schiacciato a faccia in giù, comprimendogli il corpo e il viso sull’asfalto.

La police brutality è proprio questo: un uso eccessivo e immotivato di violenza, soprusi, abuso di potere e violazione dei diritti civili ai danni di un individuo o un gruppo. Le persone nere o razializzate sono maggiormente vittime della brutalità poliziesca a causa della profilazione razziale: una pratica persistente compiuta dalle forze dell’ordine che consiste nel perseguire, fermare e arrestare le persone in base a pregiudizi fondati sull’etnia, il colore della pelle, la religione o la nazionalità.

Per quanto la cronologia degli eventi descritti fino ad ora possa farlo sembrare come un problema recente, non lo è affatto. La vicenza famigliare di Val ne è la dimostrazione:

Sono nata il 18 maggio 1998 e il 5 giugno dello stesso anno, quando avevo appena undici giorni, la polizia fa irruzione a Tam Tam Village, l’Associazione Culturale e Ricreativa Africana che mio padre aveva fondato per cercare di creare un polo di ritrovo a Roma Termini per immigrati, per poter condividere momenti di incontro e svago, ma soprattutto con l’intento sociale di offrire un luogo sicuro nel caos della stazione centrale. Nonostante l’associazione fosse riconosciuta ufficialmente e lo statuto omologato, ottenere autorizzazioni era una battaglia, e tre o quattro volte al mese avvenivano controlli amministrativi e sanitari. Per non parlare dei vicini “non ce li volevano i ne*ri” e spesso chiamavano la polizia. Nulla di straordinario, ordinario razzismo quotidiano, fino alla notte del 5 giugno 1998. 

Arriva l’ennesimo controllo di polizia in borghese su mandato di un magistrato (mai mostrato malgrado fosse diritto dell’associazione), i poliziotti chiedono i documenti e mio padre, cittadino italiano, si rifiuta di mostrarli come forma di protesta non violenta. A quel punto i poliziotti cominciano ad alzare la voce, i toni si fanno minacciosi, pretendono di registrare tutti i soci senza la minima spiegazione. E poi il paradosso, il grottesco: mio padre prova a chiamare i carabinieri, e la polizia stacca il telefono. Chiamano i rinforzi, puntano la pistola contro i soci intimando di uscire, altrimenti li avrebbero massacrati tutti. Mio padre continua i suoi appelli, cosa che probabilmente innervosisce un poliziotto, che gli punta una pistola alla tempia dicendo che gli avrebbe sparato in bocca. Poco dopo parte il primo colpo di pistola, ad altezza d’uomo, la pallottola si conficca in uno specchio.Fortunatamente non sparano a nessuno, riempiono solo di botte mio padre e altri due soci, e infine li portano al carcere di Regina Coeli. Con un braccio rotto, una lesione alla mascella, una contusione alla mano, mio padre decide di fare lo sciopero della fame. Nei rapporti viene definito “cittadino straniero” (anche se aveva la cittadinanza italiana), viene perseguito da diversi capi d’imputazione, il locale viene chiuso. Per anni si batte, ma non viene fatto nulla.

Gli organi di informazione riferirono i fatti in modo distorto, accreditando la versione della polizia, che parlava di violenza partita dai soci di “Tam Tam Village” e di  lamentele dei condomini del palazzo. Solo in seguito a una mobilitazione massiccia delle comunità immigrate e di forze dell’associazionismo, che indirono, una conferenza stampa presso l’assessorato alle politiche sociali, con la presenza dell’assessore competente e di alcuni parlamentari e consiglieri comunali, fu riferita in parte anche l’altra versione.

Ai tre soci imputati giunse, nel mese di settembre 1999, da parte della Questura di Roma, una “richiesta di risarcimento del danno subito dal Ministero dell’Interno per le assenze dal servizio del personale dell’Amministrazione imputabile a fatto illecito del terzo”, con un’ingiunzione da pagare entro 60 giorni, come a dire: non vi vogliamo solo sconfitti, vogliamo schiacciarvi.

Il processo contro di loro durò anni, con più udienze e alla fine furono assolti. Mia madre ricorda che con l’occasione su un famoso giornale uscì la notizia “Assolti i pugili di Tam Tam Village”. Ma quando vollero sporgere denuncia con quei poliziotti la loro stessa avvocata scoraggiò tutti dal farlo.

Da un’indagine della Commissione Europea risulta che il 25% degli intervistati, tutti afrodiscendenti, siano stati fermati senza motivo almeno una volta negli ultimi 5 anni. Questo dimostra che la profilazione razziale e, di conseguenza, la brutalità della polizia sulle persone nere o con background migratorio sia un problema delle nostre italianissime città, e non appannaggio degli Stati Uniti. [Indagine completa: https://fra.europa.eu/sites/default/files/fra_uploads/fra-2018-being-black-in-the-eu_en.pdf]

Grazie a smartphone con telecamera, social media, WhatsApp, oggi i casi di assalto possono venire filmati e diffusi, ma questo non significa che siano una novità. A causa della copertura mediatica delle ondate migratorie, che ha veicolato delle narrazioni stereotipate e negative dei migranti neri, è più di un ventennio che la pelle nera è un bersaglio per la violenza istituzionalizzata e l’abuso di potere. Troppi casi sono passati, e passano ancora oggi, nel silenzio mediatico. Questo rende le voci e le storie delle persone afrodiscendenti indispensabili sia per ricostruire e denunciare la police brutality, sia per immaginare e pretendere un cambiamento verso un futuro più giusto per tutt*.

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