Quando un insulto razzista, può durare per sempre: ce lo racconta il dottore Toutari

Mentre il dibattito pubblico discute per le minoranze senza mai includerle, cosa è razzista e cosa no: tra paragoni problematici, chi sostiene che le parole non hanno peso e chi è sicuro che basterebbe ridere agli insulti razzisti per risolvere tutto, quello che emerge è un quadro di una maggioranza che sembra aver paura di cambiare.

Così quando qualche settimana fa ci siamo imbattute in un discorso di un giovane medico veneto, di origine nordafricana, su come la discriminazione abbia conseguenze a lungo termine sul corpo e sulla mente di chi viene discriminat*, abbiamo subito voluto condividerlo qui sulla nostra piattaforma.

Il dottore in questione è Anas Toutari di 26 anni e che vive a Verona. Si è laureato da poco meno di un anno Medicina e Chirurgia, insomma giusto in tempo per dare il suo contributo durante la pandemia.

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Innanzitutto parliamo un po’ di te, hai sempre sentito questa vocazione o lo hai capito crescendo?

AT: “Sono sempre stato portato verso l’altruismo e la solidarietà, ma non ho avuto l’idea precisa della medicina fin da subito, è una cosa che si è sviluppata parallelamente alla mia crescita personale soprattutto negli anni del liceo. Una volta entrato all’università si è poi consolidata come passione man mano che la conoscevo meglio, ora come ora sono fiero e contentissimo di essere un medico.”

I pazienti ti fanno mai domande come “da dove vieni oppure ma come mai parli così bene in italiano”? Tu che rispondi?

AT: “Sì, succede,  non spessissimo ma succede. Molte volte i pazienti mi dicono frasi come: ‘Beh ma parla benissimo l’italiano!’, ‘Non sembra neanche marocchino’, ‘Ha studiato qui?’, ‘È nato qui?’ Cose che possono sembrare abbastanza banali a prima vista per chi italiano lo è da generazioni, ma basta soffermarsi a pensare che nessuna di queste domande verrebbe posta ad un medico caucasico per capire che sono filtrate da un pregiudizio iniziale. Quasi sempre in buona fede, questo bisogna ammetterlo, però pur sempre pregiudizio, che funge come un friendly reminder che dice “ehi, ti ricordo che non sarai mai al 100% italiano come gli altri”. La mia reazione a queste frasi è comunque serena, tendo a spiegare e assecondare i pazienti, in modo che questo pregiudizio sia gentilmente abbattuto, a favore di un sentimento di normalità nei confronti della multiculturalità in tutti gli ambienti quotidiani e non solo.”

Ti senti spesso uno fra pochi in ambiente ospedaliero/sanitario? Credi sia dovuto alla mancanza di rappresentazione?

AT: “Mi sento sempre uno fra pochi nel mio ambiente. In tutta la mia vita non ho mai conosciuto un altro medico di origini marocchine e comunque i medici arabi presenti sul territorio italiano sono in gran parte di origine medio-orientale. I medici africani in Italia sono ironicamente delle mosche bianche. La causa è prevalentemente statistica in realtà: per le famiglie immigrate in Italia, che spesso partono da zero, è più difficile sostenere economicamente un figlio lungo un percorso di studi come quello del medico, che richiede sacrifici e tempi importanti. A volte è più semplice abbassare le proprie aspettative e mandare il/la figlio/a a lavorare, per sostenere la famiglia. Questo fenomeno però col tempo è destinato ad affievolirsi, poiché i figli degli immigrati partono mediamente da uno standard più permissivo rispetto a quello dei loro genitori alla loro età.”

Pensi che la narrazione dominante (quella dei media) delle minoranze in Italia abbia delle ripercussioni a lungo termine sulle seconde generazioni?

AT: “Assolutamente sì, è ormai risaputo che le fotografie sociali che propongono i mass media nazionali influenzano inevitabilmente e profondamente l’opinione pubblica. Quello che la popolazione non nota però è che la cronaca nera fa più ascolti della cronaca bianca, quindi è facile intuire come ogni servizio mediatico che proponga un episodio spiacevole connotandone i protagonisti in base alla loro origine produce un effetto malizioso sull’ascoltatore, che è portato a pensare che ci sia una prevalenza di eventi negativi riguardanti gli immigrati rispetto ai positivi.”

Se ci si distaccasse dall’idea molto statica che persiste nella società di chi è italian* e chi no, cosa cambierebbe?

AT: “Cambierebbe parecchio: senza un’etichetta sociale dispregiativa le persone verrebbero valutate prima di tutto in base a personalità, competenze, risultati e obiettivi. Cosa fondamentale non solo per l’individuo ma per l’intera società, che godrebbe degli effetti benefici di una mentalità inclusiva ed efficiente. Dobbiamo tutti ricordare sempre che diversità è sinonimo di opportunità, non lasciamoci vincolare a binari mentali decisi da altri per noi.”

Sempre a proposito di cambiamento come vedi l’Italia tra 5 anni? Le seconde e le terze generazioni si saranno ritagliati spazi per autonarrarsi anche su piattaforme mainstream? 

AT: “Caratterialmente sono una persona molto ottimista e propositiva, quindi tra 5 anni mi aspetto grandi passi avanti per il nostro Paese. Al giorno d’oggi sulle piattaforme social stanno emergendo giovani italiani di seconda e terza generazione che, diversamente da come succedeva qualche anno fa, riescono ad ottenere dei grandi seguiti e apprezzamenti senza dover ricorrere all’inglese per affacciarsi all’estero. L’Italia sta crescendo; ormai è normalissimo per qualunque bambino andare in classe con almeno un compagno di origini straniere e gli effetti benefici di questa cosa sono sempre più lampanti. Io credo in un’Italia più unita ed inclusiva, e farò la mia parte affinché questo si avveri.”

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