In Arte*

Nella vita di tutti giorni passono inosservat*, ma in arte sono autrici e autori di un nuovo capitolo.

Da YouTube, ai palchi di Sanremo, fino a Tik Tok, nell’ultimo decennio l’arte ci ha mostrato il volto più autentico dell’Italia. Mentre la maggior parte dei media continua ricalcare un modello societario, che ormai non esiste più, in questo ambiente libero e in continuo devenire, artiste e artisti Gen 2 si sono ritagliat* spazi dove a parlare è solo il loro talento.

Nnamdi Nwagwu, ballerino

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Presentati

N: “Mi chiamo Nnamdi Nwagwu, ho 17 anni e sono Toscano, ma da ormai  4 anni abito a Parma dove mi sono trasferito per frequentare l’accademia di danza. Sono un modello,coreografo, movement director e un aspirante ballerino.”

Come e quando è iniziato tutto?

N: “Danzo da quando ero piccolo. A dire il vero giocavo anche a basket, ma quando facevo canestro esultavo piroettando e già allora i miei genitori avevano capito che questa arte poteva tenermi indaffarato dopo la scuola. Con la moda invece è iniziato tutto molto di recente ed è stata mia cugina (che di professione fa la modella) a  farmi innamorare di questo fantastico mondo che ancora sto scoprendo.”

La tua famiglia come l’ha presa quando hanno capito che questo era quello che volevi fare nella vita?

N: “Molto bene,  ho la fortuna di aver dei genitori che credono in me e nei miei sogni. Mi definiscono un po’ pazzo perché chiedo sempre di fare nuove esperienze, ma in qualche modo mi accontentato sempre.”

Quanto ci è voluto prima che potessi vivere della tua arte? 

N: “In realtà sono ancora in formazione, sono solo al quarto anno di liceo,  e al penultimo anno di accademia, quindi sicuramente dovrò iniziare il prossimo anno le audizioni per coronare il mio sogno, ma sono soddisfatto delle mie prime esperienze lavorative, sia nel mondo della danza che nel mondo della moda.”

Trovi che sia difficile emergere nella tua industria se appartieni a una minoranza?

N: “Nella danza specialmente lo è. Se vuoi avere un certo tipo di carriera devi rispettare i canoni imposti dalle compagnie di danza e dai potenziali teatri.Anche se devo ammettere che alcune — troppe poche — compagnie di danza considerano la diversità come un  valore vero e proprio, però sono tutte all’estero!”

Se sì, pensi che questo possa cambiare nei prossimi 5 anni?

N: “Me lo auguro! Ci sono così tanti coreografi e movement director che appartengono a minoranze che non vengono valorizzati appieno. Si è abituati  a vedere sempre le solite persone  ma io credo fortemente che ci sia bisogno di più rappresentazione, in ogni contesto, soprattutto nell’arte coreutica.”

 Ultima domanda ormai di rito a Colory*, come vedi l’Italia nel 2030?

 N: “Bella domanda! Io cerco di vivere il presente ponendomi poche domande sul futuro; è uno dei miei obiettivi per quest’anno! Sicuramente dopo il  covid-19 vedremo un’Italia più resiliente.”

Shinhai, ballerina

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Presentati

S: “Mi chiamo Shinhai, sono una ballerina professionista Italo-giapponese e vengo da Torino.”

Come e quando è iniziato tutto?

S: “ È iniziato tutto all’età di 4 anni. Desideravo così tanto ballare che mio padre decise di portarmi in una scuola di danza vicino casa. Inizialmente vedevo questa disciplina come un hobby ma con il passare del tempo, capii che volevo vivere di questo. Per cui decisi di proseguire gli studi professionalmente in un Liceo coreutico a Torino, diplomandomi successivamente negli Stati Uniti nella Kirov Academy di Washington DC. Non è stato facile vivere lontana dalla mia famiglia per due anni: non sapevo bene la lingua, non conoscevo assolutamente nessuno ed ero da sola con il mio sogno di diventare una ballerina professionista. È stata un’esperienza che mi ha fatto crescere molto sia artisticamente che caratterialmente. Ho conosciuto ballerin* provenienti da diverse parti del mondo ed è stato interessante condividere la nostra arte e le nostre culture.”

La tua famiglia come l’ha presa quando hanno capito che questo era quello che volevi fare nella vita?

S: “La mia famiglia mi ha sempre supportata e ha sempre creduto in me. Anche perché siamo una famiglia di artisti: mio padre dipingeva e suonava la chitarra, mia madre è una calligrafia giapponese, canta e suona e i miei fratelli hanno suonato diversi strumenti. Certo, erano un po’ preoccupati per il mio futuro perché purtroppo si sa che non è facile lavorare nel mondo dello spettacolo: bisogna trovare le giuste compagnie e non ci si deve infortunare, se no si rischia di perdere il lavoro. Ma sono comunque riuscita ad andare avanti solo grazie al loro sostegno.”

Quanto ci è voluto prima che potessi vivere della tua arte? 

S: “In realtà sto ancora combattendo per poter vivere della mia arte. Economicamente parlando è difficile lavorare esclusivamente come ballerina. Per questo motivo ho deciso di affiancare diversi lavori part time come insegnante di danza/fitness e YouTuber in un canale dedicato alla danza che si chiama Choros Ballet. Lo gestisco con altri tre colleghi ballerini professionisti, con lo scopo di poter portare la gente dal web al teatro, producendo i nostri spettacoli e quindi creare una nostra compagnia. Fin’ ora siamo riusciti ad esibirci a Torino e speriamo di poter portare avanti questo progetto una volta ripresi da questa pandemia.”

Trovi che sia difficile emergere nella tua industria se appartieni a una minoranza?

S: “Per quanto mi riguarda, il fatto di essere una ragazza di origini giapponesi non mi ha mai causato difficoltà nella danza. Mi hanno sempre assegnavano i ruoli per le mie capacità, tecnica ed espressività e non per i miei tratti orientali. In passato era molto più difficile per una ragazza asiatica o nera, poter interpretare ruoli principali come nel lago dei cigni, ma adesso il mondo danza è molto più aperto ad abbracciare le varie etnie. Personalmente però non ho mai sentito alcuna discriminazione in questo ambiente, anzi l’ho percepita di più in mezzo alla strada. Come agli inizi del Coronavirus la gente cambiava strada quando mi vedeva, pensando che venissi dalla Cina e quindi che potessi essere portatrice di questo virus. Era sempre un disagio uscire fuori soprattutto dopo aver sentito le testimonianze di var* asiatic* che hanno addirittura subito violenze fisiche. Purtroppo le persone si atteggiano in questo modo perché nella nostra società manca un’educazione generale di rispetto verso le persone. Bisognerebbe insegnarlo già nelle scuole, per evitare ogni pregiudizio e far sentire tutt* a proprio agio a seconda delle proprie origini e orientamento sessuale.

 Ultima domanda ormai di rito a Colory*, come vedi l’Italia nel 2030?

S: “Spero di vedere l’Italia molto più aperta mentalmente, che abbraccia ogni tipo di cultura e evita i pregiudizi. Mi piacerebbe vedere molti giovani che provano a combattere per il proprio sogno, ovviamente se ne avranno la possibilità, senza seguire la “massa” ma seguire il proprio cuore.”

Soul System

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Leslie Nkum Sackey, Samuel Nyame Bismarck Jr, David Anokye Yeboah, Joel Ainoo e Alberto Patuzzo, nella vita sono rispettivamente, cantante, cantautore, arrangiatore, producer e batterista: insieme sono i Soul System. Se questo nome vi suona familiare è perché questa band nel 2016 ha vinto xFactor Italia.

Come e quando è iniziato tutto?

SS: “Joel nel 2013 ha creato uno studio di registrazione dove tra i vari artisti che seguiva c’erano Leslie e Jiggy con i loro progetti singoli. Nello stesso studio ha conosciuto Alberto, che all’epoca suonava come turnista per vari artisti locali. Dopo l’eliminazione da “Amici” di Leslie nel 2014, si è creata la formazione iniziale – Alberto, Joel, Leslie e Eric (bassista iniziale della band) – con cui ci esibivamo in varie serate sul Lago di Garda. Successivamente si è aggiunto alla formazione iniziale Jiggy, col quale abbiamo iniziato a riscuotere un discreto successo anche tra Verona e Roma. A gennaio del 2016 David è subentrato al posto di Eric andando così a comporre quella che è la formazione attuale.”

Le vostre famiglie come l’hanno presa quando hanno capito che questo era quello che volevate fare nella vita?

SS: “ Inizialmente non c’è stato grande entusiasmo da parte loro, anzi hanno mostrato preoccupazione e timore per la nostra scelta. Nella cultura africana la maggior parte dei genitori spera che i figli intraprendano carriere ‘sicure’, come  quella da avvocat*, dottor* o ingegnere. Ciò nonostante ci hanno seguito e supportato tantissimo, sia nel nostro percorso a X Factor, sia dopo la vittoria.”

Quanto ci è voluto prima che poteste vivere della vostra arte? 

SS: “Sicuramente la vittoria del talent ha rappresentato per noi lo spartiacque in questo senso. Vivere d’arte non è comunque facile, e richiede molta passione e impegno. Il talento è un dono, il successo è frutto di duro lavoro.”

Trovate che sia difficile emergere nella vostra industria se si appartiene a una minoranza?

SS: “ I tempi stanno cambiando. Facciamo parte di quella generazione figlia di immigrati, ma nata e cresciuta in questo paese, un fenomeno recente di cui non c’era una rappresentanza dell’industria musicale Italiana. Adesso le cose son diverse, la scena è molto più variegata e pensiamo che col tempo sarà sempre più così.”

Pensate che questo possa cambiare nei prossimi 5 anni?

SS: “Sì, assolutamente, perchè la musica rispecchia la società odierna che è e sarà sempre più diversificata.”

 Ultima domanda ormai di rito a Colory*, come vedete l’Italia nel 2030?

SS: “Bella domanda! Sicuramente il futuro è incerto, ma bisogna essere sempre positivi e propositivi. Partendo dal presupposto che per noi la differenza è una ricchezza, ci auguriamo di vedere un’Italia più coesa, più a supporto dei giovani e più matura nei confronti delle disuguaglianze sociali e culturali.”

TOMMY KUTI

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Presentati 

T: “ Mi chiamo Tolulope Olabode Kuti, in arte Tommy Kuti, sono cresciuto in un paese in provincia di Mantova chiamato Castiglione Delle stiviere, di professione sono un musicista/Produttore, attore e scrittore, inoltre sono coinvolto in vari business legati alla promozione della cultura africana in Italia.

Come e quando è iniziato tutto? 

T: “Ci sono stati vari inizi però posso dire che è cominciato tutto con la musica. Intorno ai 14 anni andai in vacanza in Inghilterra a trovare mio cugino e mi appassionai al rap, da allora la musica ha sempre fatto parte della mia quotidianità. Poi nel 2016 quando ho firmato un contratto con Universal Music è diventato un vero e proprio lavoro, in seguito ho avuto modo di manifestare la mia creatività in vari altri ambiti, ho scritto un libro per Rizzoli (Ci rido sopra, 2019), ho recitato in uno spettacolo teatrale al Piccolo teatro di Milano ed ho partecipato alla trasmissione Pechino Express e da allora sono entrato anche nel mondo dell’intrattenimento.”

La tua famiglia come l’ha presa quando hanno capito che questo era quello che volevi fare nella vita?

T: “Inizialmente non la presero troppo bene, perchè volevano che io studiassi e andassi all’università, ricordo che al liceo mia mamma mi nascondeva il quaderno delle rime, perchè voleva che mi concentrassi sui libri. Per molti anni hanno pensato che il mio sogno fosse un’utopia perché in effetti prima che io mi affermassi non c’erano artisti neri nel panorama Italiano. Quindi mi facevano capire che dovevo assolutamente avere un piano B, cosa per anni ho fatto, fino a prima di impazzire e dedicare ogni soldi ed energia alla musica lavoravo ad un Apple Store.”

Quanto ci è voluto prima che potessi vivere della tua arte? 

T: “Mi sono serviti esattamente 5 anni per poter vivere della mia musica, assieme a molti sacrifici, un po’ di fortuna, ma soprattutto tanta testardaggine.”

Trovi che sia difficile emergere nella tua industria se appartieni a una minoranza?

T: “ Credo che sia tremendamente difficile soprattutto perchè non ci sono molti esempi ai quali ispirarsi, ma soprattutto nelle stanze che contano e negli uffici delle Major, delle case cinematografiche, delle case editrici, non ci sono quasi assolutamente altre minoranze quindi diventa doppiamente più difficile.”

Se sì, pensi che questo possa cambiare nei prossimi 5 anni? 

T: “Ho  fiducia nel mondo dell’intrattenimento, sono sicuro che le cose miglioreranno nei prossimi anni perchè vedo che grazie a social network come Tik Tok, molt* giovan* appartenenti a minoranze stanno avendo la possibilità di farsi conoscere al pubblico Italiano. Penso che molti dei problemi legati al razzismo siano anche dovuti al fatto che non ci sono troppe piattaforme nelle quali le figlie e i figli di immigrati hanno modo di raccontare se stessi fuori dai cliché negativi veicolati dai media Italiani. Quello che più mi spaventa però sono le istituzioni, credo che purtroppo ci siano ancora troppe leggi che non permettono l’integrazione in questo paese, spero che emerga una classe politica responsabile in grado portare i cambiamenti necessari.”

Ultima domanda ormai di rito a Colory*, come vedi l’Italia nel 2030?

 T: “C’è l’italia che sogno e l’Italia  che vedo e che temo che sarà, se la classe politica e la maggioranza degli italiani non prendono atto dei problemi sociali e di razzismo sistemico che ci sono in questo paese. Nell’Italia che sogno nel 2030 sarà normale vedere avvocati, dirigenti, attori di ogni colore affermarsi, Il paese avrà risolto le tensioni sociali e razziali avendo imparato dalle esperienze dei paesi che hanno affrontato queste questioni prima di noi come la Francia e L’Inghilterra. Nell’italia che temo le questioni sociali non verranno risolte perché la classe dirigente continuerà a fingere che certi problemi non esistono, portando avanti il clichè di Italiani brava gente, senza attuare strategie per inserire socialmente le persone che arrivano da altri paesi e senza prendere atto della xenofobia che vige nel modo di comunicare dei media e della classe politica. Nell’Italia che sogno vedo progresso culturale ed integrazione, in quella che temo invece scontri e ghetizzazione. Speriamo bene!”

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