InArte: Yves the Male

Da promessa del calcio a producer musicale

I suoi compagni di calcio e anche i suoi avversari gli dicevano di fare provini per provare a diventare calciatore professionista, ma lui già sapeva che avrebbe ascoltato i consigli del prof di musica, perché era quello che sentiva di voler fare. Per chiudere questo ciclo di interviste musicali abbiamo deciso di fare qualche domanda a qualcuno che copre quella posizione che in quest’industria, passa spesso in sordina, ma da cui dipende tantissimo: quella del producer musicale.

Mi chiamo Yves Agbessi, ho 31 anni e vengo da Milano. Più precisamente: sono cresciuto a Paderno Dugnano (MI) dopo essere venuto in Italia dal Togo a 3 anni. In realtà faccio 2 lavori. Sono sia un producer musicale, che un Project Manager per un’azienda informatica.”

Yves The Male è il tuo nome d’arte? Se sì, com’è nato?

YtM: “Yves the Male è il mio nome d’arte. Per lavoro ero solito conversare spesso con persone all’estero, quindi in inglese e quando mi chiedevano come mi chiamassi rispondevo Yves. La reazione era sempre perplessa. Poi mi sono reso conto che effettivamente Yves si pronuncia allo stesso modo di Eve (Eva in inglese). Quindi le persone rimanevano stranite perché sentivano una voce maschile associata ad un nome femminile. Ho iniziato a specificare che My name is Yves, the Male name. Just like Yves Saint Laurent.”

Come e quando è iniziato tutto?

YtM: “In qualche modo ho sempre avuto l’impulso di creare e non parlo solo di musica. La svolta, però, è arrivata a 13 anni quando il mio amico Anthony mi chiese se volevo provare un programma che permetteva di fare musica sul computer che gli avevano passato. Anche se credo che l’innesto musicale sia definitivamente avvenuto quando nel 1996, in un viaggio in Togo, ho visto Moonwalker di Michael Jackson. Da quel momento sono successe tantissime cose. Non pretendo certo di raccontarvi tutti gli 8 anni che mi hanno portato nel 2004 a fare la mia prima produzione, sarebbe troppo lungo parlare di insicurezze superate tramite la musica, concerti scolastici, la prima band e le prove in uno scantinato.”

Quando è stato quel momento in cui hai deciso che nella vita volevi fare musica? 

YtM: “Se dovessi dire il momento esatto, potrei dirne due. Il primo è stato il primo concerto scolastico. Suonavo la chitarra e cantavo, perché il mio prof. durante le prime prove del laboratorio di musica, mi disse di provare a cantare io. Appena finita la performance ho sentito il pubblico di genitori e degli altri ragazzi della scuola esplodere! Wow che sensazione. Specie per me che ero molto timido e non mi sentivo inserito per nulla all’interno della cerchia cool della scuola. Il secondo momento invece è accaduto durante una partita di calcio con la squadra dell’oratorio. Mentre giocavamo, un ragazzino avversario mi disse ‘Sei forte, dovresti provare a fare un provino da qualche parte’. Io, super-fieramente, risposi che invece volevo fare musica.”

La tua famiglia come l’ha presa quando hanno capito che questo era quello che volevi fare nella vita?

YtM: “Non bene. Dopo tutti i sacrifici fatti per venire in questo paese e per cercare di fare soldi così da cambiare radicalmente la propria vita ed aiutare la famiglia rimasta in Togo, i miei genitori non volevano io facessi qualcosa con cui a loro dire ‘non ci vivi’. Avrebbero preferito io facessi l’avvocato, il manager, il dottore: qualcosa di importante e remunerativo. A meno che non volessi fare il calciatore, quello erano disposti ad accettarlo.”

Riesci a vivere della tua arte? 

YtM: “Ci ho vissuto quasi 3 anni, dopo essermi licenziato dal mio vecchio lavoro (dove ora sono rientrato da poco). Il 2020 ha portato non poche emozioni negative nella mia vita e vivere di sola musica è un privilegio. Magari un giorno non più sarà così.”

Cosa non si sa abbastanza del lavoro del producer musicale?

YtM: “Troppe cose. Anzitutto bisogna fare una differenza tra producer e beat maker. Il beat maker fa il beat, l’artista ci canta sopra e fine. Il producer è un lavoro a 360°: autore, arrangiatore, beat maker, psicologo, confidente, visionario, talvolta mix engineer, direttore artistico… È complesso. Sicuramente ciò che non si sa abbastanza è che un producer vero fa molto, ma molto lavoro dietro le quinte. Io sono un producer.”

Hai un genere preferito?

YtM: “Se devo dirne uno, direi il Pop. Proprio perché permette di non rientrare in un unico genere e ha da sempre assunto e continua a assumere mille sfumature. Rappresenta chi sono e cosa mi piace fare. I compartimenti stagni, su di me, mi stancano.”

Pezzo di cui vai più fiero?

YtM: “Un pezzo edito che riascolto sempre gasandomi tantissimo è Alé Alé con Tommy Kuti.”

Raccontaci di Trexmasters

YtM: “È un progetto musicale in cui voglio incorporare ciò per cui credo di avere una vocazione: il mentoring, ovvero far crescere altre persone che vogliono fare il mio stesso lavoro, insegnandolo passo per passo. Prenderà spero presto una nuova veste, perché ora è tornato in cantiere.”

Trovi che sia difficile emergere nell’industria della musica, se appartieni a una minoranza?

YtM: “Sì, anche se non sono il tipo di persona che si piange addosso. Credo solo nelle cose che spaccano, nel giusto lavoro di team. Essendo, poi una persona molto autocritica mi dico spesso che se ancora non sono emerso come vorrei, è semplicemente perché non ho fatto abbastanza, e che devo fare di più.”

Se sì, pensi che questo possa cambiare nei prossimi 5 anni?

YtM: “Sì!. Ci sono tantissimi modi nel 2022 per emergere musicalmente. I vecchi modelli possono essere utili come anche inefficaci al giorno d’oggi.. L’importante è fare musica di qualità e creare un progetto (sia artistico che di comunicazione) interessante e che soddisfi il gusto musicale delle persone, che sono e saranno per sempre il cliente finale ed il giudice più duro da convincere.”

E tu cosa stai pianificando per il tuo futuro?

YtM: “Pianifico di star bene, fisicamente e moralmente e di continuare a fare musica provando a realizzare qualcuno di quei sogni da teenager che avevo.”

Ultima domanda ormai di rito a Colory*, come vedi l’Italia nel 2030?

YtM: “Più che vedere userei il verbo sperare. In generale spero in un paese più aperto all’innovazione, in tanti ambiti, sia quello lavorativo (stanno nascendo nuovi lavori, ed è ora di riconoscerli), sia quello musicale (sarebbe bello che l’Italia tornasse a creare un suo suono come accadeva anche negli anni ’80) sia a livello culturale (e parlo quindi di integrazione a 360*). Ma 8 anni sono pochi e certe cose non si cambiano dall’oggi al domani.”

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