In Arte: Yoko Yamada

Mi chiamo Yoko Yamada, abito a Venezia, ho 30 anni e faccio la comica.

Com’è iniziata la tua carriera da comica e intrattenitrice? Quando hai deciso di intraprendere questa strada?

Era il 2 dicembre 2017 quando ho deciso di provare a scrivere un pezzo comico. 

Per ricordarmi questa data ho cercato online “Luca Ravenna, Avogaria Teatro, Venezia”: era la prima volta che vedevo uno spettacolo di stand up comedy dal vivo e mi aveva colpita (e divertita) moltissimo. Non saprei dire invece con certezza il giorno esatto in cui è iniziata la mia carriera. La prima volta sul palco come comica è stata nel 2018, quando ho recitato il pezzo che avevo scritto, ma mi sento di dire che il momento più significativo è stato quando ho deciso di licenziarmi dal lavoro fisso per dedicarmi solo a questo, nel dicembre del 2022.

Come hanno reagito le persone accanto a te alla tua decisione?

Le mie amicizie più strette mi hanno supportato e incoraggiato da subito. La famiglia all’inizio era più perplessa, ma ora non manca mai ai miei spettacoli.

Nei tuoi spettacoli di stand up comedy giochi spesso sulle tue origini giapponesi e italiane, parlando anche del Veneto. Che rapporto hai con le tue culture di origine? Pensi che fare comedy possa essere un modo per approfondire la propria identità?

Le mie origini sono italiane e giapponesi, nello specifico bresciane da parte di mia madre e giapponesi da parte di mio padre. Ho dei lontani parenti veneti, ma nei miei spettacoli parlo del Veneto perché ci vivo da 11 anni. Ci sono tanti modi di far ridere e credo che se decidi di farlo raccontando delle tue origini è senz’altro un modo per conoscerti meglio.

Ti è mai capitato di conoscere altre persone di origine giapponese ai tuoi spettacoli?

Sì, in un paio di occasioni, dopo lo spettacolo, sono venute a conoscermi delle persone metà italiane e metà giapponesi, come me.

Gli spettacoli di stand up sono anche improvvisazione. Ci sono stati scambi con il pubblico che ti hanno colpito particolarmente? Se ti va, raccontaci un aneddoto.

Io personalmente tendo a improvvisare molto poco nei miei spettacoli, non è un’abilità che sento di padroneggiare, anzi. Tuttavia, ci sono occasioni in cui non posso tirarmi indietro e devo ammettere che più volte ne è uscito qualcosa di divertente.

Un episodio che mi viene in mente risale a quando ho fatto una serata a Comiso. In prima fila c’era un bambino di 9 anni che, mentre parlavo di parolacce giapponesi, si è sentito chiamato in causa e ha iniziato a dire la sua. Gli ho lasciato la parola e ha raccontato che anche lui in classe aveva un compagno italo-giapponese, che una volta gli aveva insegnato una parolaccia: “minchia”. 

Raccontato così probabilmente non fa ridere, ma vi assicuro che scoprire dal vivo che un bambino ragusano avesse imparato la parolaccia più siciliana che c’è da un giapponese, è stato esilarante. Alla fine ha fatto tutto lui, io l’ho solo incalzato con le domande giuste.

Come ti prepari di solito prima di uno spettacolo?

Dormo tanto e mangio poco.

Pensi che il mondo dell’intrattenimento sia facilmente accessibile anche alle persone con background migratorio? Che consiglio daresti a chi vuole fare questo lavoro?

Se per “mondo dell’intrattenimento” intendiamo la stand up comedy non ho dubbi: da quello che vedo è accessibile a chiunque

In fondo le origini dei miei colleghi più stretti sono rumene, peruviane e metà marocchine. Il consiglio che do a chiunque voglia fare questo lavoro è di iscriversi a una serata di open mic, per provare a raccontare in cinque minuti qualcosa che pensi faccia ridere. Non hai ancora scritto niente? Una ragione in più per iscriversi subito, almeno io la vedo così. È un po’ come un’interrogazione scolastica o un esame all’università: inizi a studiare quando c’è una data importante in calendario che non puoi ignorare.

Ultima domanda, ormai di rito qui a ColorY*: come vedi l’Italia nel 2030?

L’intelligenza artificiale ha il totale controllo, umani contro robot, riscaldamento globale fuori controllo, si scia sul Vesuvio e il Nepal ha dichiarato guerra a… oh, scusate avevo letto “2300″ – no beh, tra 6 anni non sarà cambiato nulla. Nulla, capito?! Nemmeno il numero dei miei capelli bianchi.

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