InArte: Omar Elerian

Studio e passione: la sceneggiatura inclusiva di Omar Elerian

Ciao Omar, presentati brevemente.

Mi chiamo Omar Elerian e sono un regista teatrale, nato a Milano da padre Palestinese e madre Italiana. Sono cresciuto tra l’Italia, il Medio Oriente e gli Stati Uniti da bambino, ma l’adolescenza e gli anni dell’università li ho trascorsi in provincia di Milano. Mi sono laureato in Storia del Teatro e dello Spettacolo – Istituzioni di Regia all’Università degli Studi di Milano, per poi trasferirmi a Parigi dove mi sono diplomato alla Scuola Internazionale di Teatro di Jacques Lecoq. Nel 2009 mi sono trasferito da Parigi a Londra, dove ho lavorato sia come regista freelance che come direttore artistico associato del Bush Theatre di Londra. Nel 2020 sono tornato a vivere a Milano con la mia compagna e i miei due figli. Ora lavoro prevalentemente tra la Gran Bretagna, la Germania e gli Stati Uniti creando spettacoli per teatri, festival e compagnie.

Come e quando è iniziata la tua passione per teatro e cinema?

Grazie alla passione di Attilio Facchinetti, l’insegnante che dirigeva il laboratorio di teatro presso il liceo scientifico dove studiavo. Il suo approccio era diretto, molto pratico. Ci faceva scrivere e recitare i nostri spettacoli, invece di partire da un testo già esistente. Credo che questo sia stato decisivo nel farmi appassionare al come e con chi fare teatro, più che al teatro stesso. Una cosa che tuttora riconosco essere un fattore nella maggior parte dei miei lavori come regista.

Hai deciso tutto da solo riguardo alla tua carriera o sei stato supportato da qualcun*?

Ho sempre avuto la fortuna di essere libero di scegliere indipendentemente quello che volevo fare. Poi esistono priorità diverse in momenti diversi, sia economiche che personali. E gli incontri che si fanno lungo il tragitto, che ti permettono di crescere ed avanzare.

In generale, quanto segui gli eventi cinematografici maggiori, come la Mostra Internazionale del Cinema di Venezia?

Molto meno di quanto mi piacerebbe. Poi tra pandemia e figli piccoli, andare al cinema è diventato un miraggio. Leggo molto, cerco di vedere i film in uscita dai festival quando posso, e mi affido spesso ai consigli dei miei amici che lavorano nel campo cinematografico per raccomandarmi i film da non perdere.

Come ha reagito la tua famiglia quando ha scoperto che questo era quello che volevi fare nella vita?

Nonostante non venga da una famiglia particolarmente interessata al teatro o all’arte, i miei genitori sono sempre stati assolutamente d’incoraggiamento e supporto nelle mie scelte educative e professionali. Purtroppo, avendo lavorato molto all’estero e in lingue diverse, non sono riusciti a vedere molto del lavoro che faccio. Non fanno altro che chiedermi quando un mio spettacolo passerà da Milano.

Come descriveresti il tuo stile di regia e sceneggiatura? Ti ispiri a qualche artista in particolare?

Domanda difficile. Credo che il mio lavoro come regista si sviluppi principalmente nella relazione con gli artisti con cui collaboro, e successivamente tra il lavoro in scena ed il pubblico in sala. Non ho un’ispirazione particolare, anche se ovviamente prendo spesso spunto da grandi artisti, sia passati che contemporanei. Non solo nell’ambito del teatro; anzi, più spesso trovo ispirazione in medium ed ambiti diversi dallo spettacolo dal vivo.

Com’è lavorare nell’ambito della direzione artistica appartenendo ad una minoranza? 

A Londra, nel teatro dove ho lavorato come direttore artistico associato, la maggioranza dei miei colleghi, nonché degli artisti e del pubblico, appartenevano a quelle che in Italia sono considerate minoranze. Tuttavia, il contesto demografico e sociale in Gran Bretagna, ed a Londra in particolare, è molto diverso da quello italiano. La diversità, o intersezionalità, sono ormai considerati dei valori aggiunti fondamentali nel comparto culturale britannico, e la cosa più difficile è svincolarsi da parametri culturali non al passo con l’evoluzione sociale e demografica del paese.

Porteresti mai in scena una sceneggiatura inclusiva?

Non credo di aver mai portato in scena una sceneggiatura che non lo fosse. Nel senso che la maggior parte degli autori ed artisti con cui lavoro provengono da background molto diversi, e spesso nel loro lavoro mettono in scena loro stessi e le tematiche legate al proprio vissuto, che sia migratorio – come nel caso di dello scrittore Iraniano Nassim Soleimanpour – oppure di seconda/terza generazione – come l’attore e drammaturgo Anglo-Nigeriano Arinzé Kene, con cui ho creato lo spettacolo Misty.

Hai mai pensato di parlare di personaggi razzializzati all’interno delle tue sceneggiature?

Non è un elemento che prendo in considerazione in questi termini. Semplicemente credo che il mio lavoro debba riflettere il mondo e la realtà come la viviamo, da punti di vista diversi e complementari. Io vengo da una famiglia mista, ho vissuto e lavoro in giro per il mondo, con persone che hanno identità stratificate e complesse. Quello è l’orizzonte all’interno del quale opero, le persone con cui lavoro, ed anche il pubblico con cui più spesso mi relaziono. è inevitabile che il mio lavoro includa quelle persone e quelle storie.

Cosa ne pensi del mondo audiovisivo italiano? Secondo te è inclusivo?

Lo conosco pochissimo, non guardo la televisione italiana da 20 anni. A quanto ho sentito da molti colleghi ed amici al mio ritorno in Italia, non mi pare sia cambiata moltissimo sul fronte dell’integrazione e della rappresentatività.

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