In Arte: Nijan Ravi

Mi chiamo Nijan Ravi, ho 27 anni, sono un illustratore e fumettista italiano di seconda generazione, sono queer, attivista e attualmente vivo a Bologna, dove studio all’Accademia di Belle Arti.
Per essere meno formale: mi definisco una persona creativa a cui piace guardare il mondo con gli occhi della meraviglia.

Quando hai capito che volevi dedicarti al disegno e all’illustrazione? 

Credo, come per tuttɜ lɜ creativɜ, che sia stato il mezzo (nel mio caso il disegno principalmente) ad aver trovato me, invece del contrario. 

Ho sempre espresso me stesso e il mio modo di vedere il mondo tramite il disegno

Da piccolo dipingevo, forse anche spinto da mio padre che si diletta in ciò, passione che poi ha trasmesso a me.

ll disegno è un piacere e un interesse rimasto così impigliato nella mia esistenza che è diventato LA cosa a cui dedico più tempo nella mia vita

Detto ciò, cerco sempre di ampliare i miei orizzonti creativi, anche perché il mio interesse principale è raccontare, che sia tramite un fumetto, un albo illustrato, una foto o un video. Tutto quello che è visuale di solito coglie la mia attenzione.

Come hai iniziato? È stato difficile scegliere dove studiare?

Come ho detto, ho sempre avuto un interesse per il disegno, insomma scarabocchiavo cose fin da piccolo

La decisione più consapevole forse è arrivata tra la seconda e la terza superiore, quando ho fatto un passaggio dall’Istituto tecnico per geometra al Liceo artistico, dove ho fatto arti figurative, andando anche un po’ contro il volere dei miei genitori. 

La parte più difficile forse è stata andare contro il volere di chi mi stava intorno e contro le paure che anche io nutrivo verso la scelta in sé, perché alla fine, che io faccia l’illustratore o altro, continuerò sempre a scarabocchiare.

Da dove nasce la tua ispirazione? Ci sono artistɜ e illustratorɜ che ti piacciono particolarmente?

La mia “pozza” creativa viene riempita da tutto: dai racconti di alcunɜ amicɜ, dalle mie esperienze di vita, ma anche da ciò che assorbo tramite film, mostre, fumetti e storie che guardo e leggo. infine, anche la musica mi da tanti stimoli che trovo molto affascinante interpretare sul piano visuale.

Sicuramente, ci sono alcunɜ artistɜ che hanno lasciato un’impronta su come mi approccio al mio lavoro, in primis Cyril Pedrosa nell’ambito fumettistico e del racconto, ma ammiro molto anche Heikala per il suo senso estetico e l’atmosfera che riesce a creare nelle sue illustrazioni.

Oltre a loro, ho mille altrɜ artistɜ che guardo ogni giorno, ma se dovessi fare una lista non finirebbe più! 

Per quanto riguarda le storie e il modo di raccontare in sé, non posso non menzionare il mio amore per la Pixar, mentre ho un interesse particolare per l’estetica dello studio Ghibli – se non lo conoscete, vi consiglio il film “Kiki consegne a domicilio”, è il mio preferito.

Ti rappresenti spesso tramite le tue illustrazioni. Pensi che l’arte ti abbia aiutato a sviluppare la tua identità?

Sicuramente. Crescendo non ho avuto riferimenti in cui rivedermi nei media: banalmente, non vedermi riflesso nelle immagini in cui tuttɜ bene o male si rispecchiavano mi faceva sentire in qualche modo un alieno in mezzo al mondo, non totalmente italiano, ma neanche totalmente Tamil – i miei genitori hanno origini Sri lankane.

Ero entrambi e nessuno dei due allo stesso tempo. 

Raffigurarmi come volevo, anche non realisticamente a volte, creare i miei mondi e ridefinire il concetto di rappresentazione – tema a cui tengo particolarmente – sicuramente mi ha portato a tracciare meglio i confini della mia identità

In questo caso, parlo di confini non come “limite”, ma come unione fra più mondi, insomma, mi ha aiutato ad abitare lo spazio che c’è in quel confine, dove tutto e niente esistono allo stesso tempo. 

Tramite questa rubrica stiamo notando che sempre più GEN 2 scelgono di dedicarsi a vari tipi di arte. Cosa ne pensi? I settori artistici sono più accessibili di altri per le persone razzializzate?

Sono sempre contento quando vedo persone GEN 2 intraprendere carriere creative, non credo sia scontato dato che cresciamo spesso in ambienti in cui è difficile affermare la propria identità, anche plurale.

Nelle nostre famiglie, spesso, le persone che ti hanno cresciuto hanno determinate aspettative dovute alla fatica e alla voglia di riscatto rispetto ai sacrifici che hanno fatto per crescerci. Ho notato spesso che questo è un tipo di discorso che quasi solo le persone di seconda generazione riescono a comprendere. 

Vivere questa dualità in ogni aspetto della propria vita non è facile, per cui spesso si preferisce non provarci nemmeno, e posso capirlo. Se da una parte dobbiamo lottare contro i nostri cari per l’affermazione del nostro Se (a volte completamente diversa dall’immaginario della nostra famiglia), dall’altra c’è un mondo che non permette spesso l’emergere della diversità, o peggio ancora che non la vede proprio, annientando così il problema stesso e limitandosi a mettere in atto bias cognitivi come “forse non ci sono persone razzializzate che vogliono far questo di mestiere”. 

Io credo che il problema non siano le persone razzializzate che non vogliono intraprendere determinate carriere, ma il sistema (esterno o familiare), che a volte non ci permette neanche la possibilità di sognare, di osare.

Finisco questo discorso con una frase di Nadeesha Uyangoda a cui penso spesso e che sento anche sulla mia pelle, nel mio settore in particolare: mi sento l’unica persona nera nella stanza (e a volte questa affermazione è letterale).

Quali sono i progetti di cui sei più fiero finora?

Non so se definirli progetti propriamente miei, ma in questo periodo di vita sono contento delle attività che faccio come grafico e volontario al Cassero LGBTQIA+ Center di Bologna, per il gruppo giovani per gli spazi fisici e social. 

Mentre nel mio campo, sono fiero di alcune mostre che ho fatto con l’accademia. Inoltre sto capendo che mi piace produrre oggetti fisici con le mie illustrazioni come stickers, tote bag e oggettistica varia, quindi sto pian piano cercando di costruire un mio piccolo “studio” online dove dare spazio anche a questo mio lato.

Il tuo più grande sogno nel cassetto in ambito artistico?

Al momento direi pubblicare con una casa editrice la tesi a cui sto lavorando per la laurea triennale. 

È la storia di una giovane migrante appena arrivata in Italia che deve affrontare un mondo nuovo, quello italiano, mentre la sua famiglia vive ancora in quello che ha lasciato, lo Sri Lanka, nel mezzo della guerra civile in corso.

È una storia a cui tengo particolarmente, dato che è quella di mia madre.

Ultima domanda ormai di rito a ColorY*, come vedi l’Italia nel 2030?

Mettendo da parte l’eco-ansia? Rispondo più con una speranza che con una visione:

Sogno un’Italia Antifascista, questa volta seriamente.

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