InArte: Jaxs

Mi chiamo Tubokikiba Jacks, in arte JAXS, e sono un artista. Per quanto possa essere un’affermazione forte nei giorni d’oggi, non trovo definizione migliore per identificarmi.

Quando hai iniziato a fare arte? E come?

Ho iniziato il mio percorso d’artista dalla vita! Sono nato a Roma, a 6 anni già scarabocchiavo i muri di casa mia, e mia madre, stanca di dover pulire i miei slanci creativi, mi diede il mio primo album di fogli da disegno, dicendo “d’ora in poi non voglio vedere più scarabocchi sui muri.”

Da dove nasce la tua ispirazione e a cosa ti ispiri quando realizzi le tue opere?

Le mie influenze sono abbastanza palpabili: Basquiat, Picasso, Chagal, Van Gogh, Lam, Mirò. Vengo associato a questi nomi e rientrano nella schiera di artisti che mi hanno particolarmente “turbato”.

Utilizzo questa parola perché, per me, l’arte ha senso quando provoca uno “shock”. Quando l’esecuzione di un’opera raggiunge una certa intensità “si rimane di stucco”, ed è questo lo scopo che mi prefiggo quando decido di creare qualcosa. Il primo a stupirsi sono io, se quello che faccio non mi turba, come posso definire l’opera completa?

Cosa ti ha spinto a perseguire questa strada da creativo e artista?

Questa mia ricerca esistenziale mi ha portato all’alienazione, ma con l’ausilio delle mie qualità la vivo con piacere. La mia è una ricerca costante di un “linguaggio” che esprima al meglio pensieri ed emozioni correnti. Ho compreso che il mio senso di estraneità non è dovuto al colore della pelle, ma al modo in cui penso.

Ho iniziato a lavorare a questa consapevolezza 7 anni fa, quando stavo finendo il mio percorso universitario in filosofia: è stato in quel momento che ho iniziato a costruire il mio percorso artistico.

Abbiamo visto che fai anche musica, in che modo questi due mondi si incontrano?

La mia ricerca artistica mi porta a unire cose apparentemente inconciliabili, e la poesia e la musica elettronica rientrano fra le mie attività performative pubbliche.

Ho iniziato giocando con il microfono imitando i performer che mi hanno “turbato” come Jimi Hendrix, Lenny Kravitz, Fela Kuti e James Brown. Tutta la mia arte è fatta di artisti africani e afrodiscendenti. Ho scelto di seguire un determinato modo di fare musica non solo per riconoscermi in qualcuno, ma anche per capire meglio chi sono.

L’Africa è il tema centrale di tutto il mio lavoro, questo mi permette di capire che ho una storia che mi aiuta a riappropriarmi della mia identità. La più grande trappola che vivono gli africani di tutto il mondo, è “il marchio della loro pelle”. Viviamo in una società dove l’aspetto degli uomini è associato alla storia – la pelle è solo una peculiarità estetica e non un parametro di integrità sociale. Noi viviamo solo la storia moderna dell’Africa, dimenticandoci che la tratta degli schiavi è solo un triste episodio che fa parte di una storia millenaria! Non dobbiamo dimenticarci che, come altre etnie che si vantano di essere discendenti di uomini e donne illustri, nella nostra storia ci sono uomini e donne che hanno compiuto imprese sovrumane.

Raccontaci il processo dietro alla realizzazione di un tuo lavoro.

Per riallacciarmi al discorso di prima, io traggo ispirazione soprattutto dalla mia nazione di origine, la Nigeria, quindi, da musica, letteratura, manufatti, colori e molto altro ancora, per poi rielaborarli in forme simboliche. Per questo parlo di “linguaggio” e non di “discipline artistiche”. Esattamente come i miei antenati, non faccio una differenziazione fra le arti, per me “tutto è uno”, e attraverso l’arte riesco a coltivare anche la mia spiritualità.

Pensi che la scena artistica e musicale italiana possa essere definita “inclusiva”?

Riguardo il panorama artistico italiano ho due opinioni contrastanti. Delle volte sono di un ottimismo Cesareo, altre tendo più a un realismo alla Schopenhauer.

Questo per dire che, anche se la scena italiana non offre spazio alle voci degli afrodiscendenti, nulla ci vieta di creare degli spazi di riconoscimento e condivisione. Oggi abbiamo decisamente più mezzi dei nostri predecessori, ma il processo di riappropriazione dell’immagine deve staccarsi dalla narrativa americana e crearsene una propria.

Gli afrodiscendenti italiani hanno delle differenze notevoli rispetto ai nostri fratelli oltre oceano: dobbiamo sfruttarle, capire che la gente che proviene proprio dalla terra per cui veniamo estraniati, additati, monitorati, insultati, è vicina a noi. Dobbiamo iniziare a creare dei ponti! Possiamo modellare la nostra realtà prendendo spunto da due nazioni, due culture! Questo per me è un potenziale illimitato che scalpita per esprimersi.

Pensi che i social siano un buon mezzo per promuovere la propria arte? O preferisci farti conoscere in altri modi?

I social network, per quanto possono anche essere nocivi, possono essere uno dei mezzi più sani per divulgare informazione, idee, e spunti di riflessione sul mondo. Tutto questo funziona se sappiamo dare significato alle immagini che condividiamo.

Imparare a sviluppare un linguaggio proprio ed efficace, senza entrare nelle dinamiche dell’algoritmo, è l’unico mezzo che abbiamo noi come esseri umani per riappropriarci di una dimensione concreta nel mondo. Che ci possa piacere o meno, il mondo dei social sono un’estensione delle nostre personalità. Dentro le diverse piattaforme siamo degli avatar di noi stessi. Il problema non è avere un profilo o meno, ma come si decide di comunicare! Avere un’identità è ciò che ci permette di vivere lo spazio pubblico e, di conseguenza, coltivare solo una delle due parti limita la nostra persona.

Ormai, che ci piaccia o meno, siamo chiamati a fare un doppio sforzo nella rappresentazione della propria immagine.

Ultima domanda ormai di rito a ColorY*, come vedi l’Italia nel 2030?

L’Italia del 2030 sarà il risultato delle scelte dell’Italia del 2023!

Io guardo al presente per capire come costruire un futuro, questo significa che se non vengono fatte le scelte più efficaci adesso – parlo della narrazione afrodiscendente italiana – non vedremo un’Italia tanto diversa da oggi.

Il potenziale c’è, ed è tanto, ma siamo in grado di sfruttarne a pieno le risorse? Non c’è nulla di male nel fare esperienza all’estero, però non capisco perché queste risorse non vengano poi impiegate nel Paese da dove si è partiti (per non parlare di quello d’origine). L’Italia è un ottimo Paese per costruire una narrativa diversa dalle altre. Mentre in Francia, Inghilterra, Belgio e altre nazioni la comunità afro ha già uno spazio politico significativo, dobbiamo riuscire a trovare anche noi il nostro posto nel panorama italiano. Se vogliamo un futuro migliore, dobbiamo estendere la nostra capacità di osservare il presente che stiamo costruendo.

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