InArte: iris nonsonopoetica

Sono Iris e nonsonopoetica! Sono una cantautrice italo-messicana che cerca di raccontare la propria storia – forse è meglio al plurale, le proprie storie – attraverso la musica, perché credo che così le parole fanno meno paura.

Sono nata come artista di strada, ma suono in molti contesti e palchi diversi. Sono anche circense, e forse, attraverso queste due arti – il circo e la musica – cerco di capire meglio le mie radici e i mondi – Italia e Messico – tra cui resto sospesa.

Quando hai capito che volevi fare la cantautrice?

Ho sempre usato la voce: con la scrittura e con la musica. Forse per farmi sentire dal mondo fuori o forse per riuscire a ritagliarmi uno spazio tutto mio che seguisse le mie regole o che forse fosse libero da queste. Non lo so. So solo che ho scoperto di voler essere cantautrice prima a cinque anni cantando su un’altalena, e poi a diciannove, una notte alla finestra della mia prima casa a Torino.

Da dove nascono la passione per la poesia e per la musica? E quali sono i tuoi artisti di riferimento (sia per quanto riguarda la musica che per la poesia)?

È difficile trovare un punto di partenza in cui collocare l’amore che provo verso queste due arti, questi due linguaggi così forti. Credo di averli sempre sentiti crescere con me e battere nel petto. Come riferimenti, non ne ho mai di fissi, ma in questo momento della mia vita, credo di voler sentire forte nelle orecchie la musica di “La muchacha” e “Ketek Alles” e di avere visceralmente bisogno della scrittura cruda e dolceamara di Mónica Ojeda.

La tua famiglia come l’ha presa quando hanno capito che questo era quello che volevi fare nella vita?

Vivo una vita con una famiglia non convenzionale, con una madre che mi insegna a volare più in alto delle nuvole, una sorella randagia e vagabonda come me, un hermanito* con occhi grandi e una meravigliosa abuela* che mi incita a vivere alla giornata, a “disfrutar de la vida”. Mi hanno sempre fatto respirare arte. Forse non l’hanno presa in nessun modo questa questione, ma penso che venirmi a sentire per strada o davanti ai palchi sia già una bellissima risposta.

* Hermanito = hermano vuol dire “fratello”
* Abuela = vuol dire “nonna”

Che emozioni provi quando ti esibisci? E quando pubblichi qualcosa che hai scritto?

Quando suono penso di vivere un momento magico: spesso chiudo gli occhi perché mi sembra di sentire il mondo vibrare dentro di me, o forse io dentro il mondo. È un’esperienza fortissima. Molte persone credono che per fare musica ci voglia coraggio, ma io penso ci vada tanto amore e tanta anima. Spero di pubblicare molto presto qualcosa di mio, infatti qualcosa sta soffiando insieme al vento, statɜ prontɜ. Nel frattempo, mi trovate per le strade o sui palchi, venite pure!

Credi che le persone riescano ad apprezzare una poesia o una canzone letta/ascoltata attraverso i social?

Penso che in questo preciso momento sociale e storico, i social sono uno strumento abbastanza alla portata di tuttɜ, gratuiti e facilmente accessibili. Quindi non so se il messaggio del prodotto artistico veicolato dal social arrivi a tuttɜ. Forse no. Però sono certa che sia un buon strumento per far scoprire l’arte in giro per il mondo, creando rete. Quindi, personalmente, credo sia uno strumento molto utile da non sottovalutare.

Secondo te il mondo della musica e della poesia sono “inclusivi”? Cosa gli manca per esserlo di più e, soprattutto, accogliente per le persone razzializzate?

Questi due mondi artistici – della musica e della poesia – spesso riflettono la società in cui viviamo, ovvero razzista e sessista – due discriminazioni che spesso si intrecciano -. Per rendere più inclusivo il mondo dell’arte in generale, penso sia necessario lasciare più spazio e voce alle persone che diariamente vengono silenziate e marginalizzate e che per farlo ci sia bisogno di sostenere progetti come Colory, ad esempio, per permettere più rappresentazione.

Come è nato il progetto “poesie erranti”?

Credo che Poesie Erranti sia nato proprio con questo obiettivo, smettere di dare il microfono ad una maggioranza bianca, maschile ed opprimente, cercando di lasciarlo alle persone stesse che volessero raccontarsi, dal proprio punto di vista. La volontà di cambiare il racconto che si ha della migrazione, lasciandone cogliere le diverse storie e sfumature. Non riducendo la migrazione ad una “cosa”, ma dando visibilità alle persone che migrano.

Quali sono i tuoi prossimi obiettivi professionali?

Per il momento vorrei dedicarmi di più alla musica, cercando di partecipare a momenti di ricerca artistica e musicale con artistɜ diversɜ fra loro ed esplorare generi diversi. Un altro chiodo fisso sarebbe quello di trovare dei fondi per poter registrare i miei pezzi e farli girare su più piattaforme.

Che consiglio daresti a chi condivide le tue stesse passioni?

Di non fermarsi mai, di crederci e non aver paura. Anche se a volte può sembrare di essere solɜ o di sentire di non essere capitɜ, non abbandonate l’arte, mai. Anche perché sono convinta che l’arte e l’amore per la musica o la poesia non si possono nascondere o reprimere, fioriscono sulla nostra pelle e su ogni cosa che tocchiamo. Create e non fermatevi, create senza paura. L’arte è un mezzo di resistenza e amore, amore e resistenza.

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