InArte: The Gipsy Marionettist

Sono Rašid Nikolič. Ho impegnato la mia vita nel creare e usare marionette originali e nel raccontare il mondo Rom. Sono docente di teatro di figura all’Accademia Albertina di Belle Arti a Torino, sono un Marionettista, sono un figlio, sono uno studente, sono umano.. E sono Rom!

Com’è nata l’idea di diventare un marionettista?  

Esordisco rimanendo in tema: sono molti i fili che si sono intrecciati per tessere questo mestiere. Lo riassumerei così: ho lasciato che le marionette parlassero per me, portando fuori qualcosa che avevo dentro, che mi brucia, che ancora cerco di comprendere e che non si riesce a spiegare a parole, come un fremito, un prurito, una chiamata, una danza febbrile. 

A che età hai cominciato a fare esibizioni in strada? Come ti sei sentito le prime volte che ti esibivi?

Ho iniziato a 16 anni e da allora è sempre stato il mio unico mestiere. Ho scoperto la comunità e le regole non scritte del busking* internazionale, sono stato un po’ in tutto il mondo con il mio spettacolo di strada. Le prime volte sono state una rivelazione, un forte colore della tonalità del destino.

*busking: spettacolo che si svolge in strada, in cui il performer si esibisce circondato dal pubblico in cerchio o semicerchio e in cui improvvisazione e interazione con gli spettatori sono fondamentali.

Le marionette che utilizzi per i tuoi spettacoli sono fatte a mano. Ti va di raccontarci il processo per crearle?

Ho imparato la manualità e l’artigianato da mio nonno, ho coltivato la scultura e ho studiato design dei materiali a Torino; in seguito ho frequentato un’accademia di marionette in Ucraina.

Il mio metodo è progettuale: disegno la movimentazione per mesi, poi intaglio e costruisco le marionette a mano. Una volta assemblate, con molta pazienza, creo i controlli e metto tutto in scena.

Come coniughi la cultura Romaní con la tua arte?

Per me non esiste separazione tra questi due mondi: il mondo Rom è il soggetto che continuo a reinterpretare, che rivendico e racconto attraverso un’arte che è parte della mia cultura. Ogni mio progetto è uno sguardo da angoli diversi sulla mia identità, ogni marionetta e performance è un pezzo della mia famiglia. 

Come hai vissuto il rapporto con la tua cultura e la tua comunità crescendo?

L’orgoglio di appartenere a una cultura millenaria e transnazionale mi ha dato forza e una direzione precisa: difendere la mia cultura e il mio popolo dallo stupro mediatico quotidiano.

Ho passato la mia vita a studiare un’arte tradizionale del mondo Rom, a raccogliere tutte le nostre verità e, in un certo modo, mi rendo conto di essermi costantemente preparato a questo. La mia famiglia ha vinto il campo nomadi in cui ci avete relegati e con l’istruzione abbiamo scoperto i nostri talenti. Armati di volontà abbiamo segnato il solco oltre al quale non ci faremo più mettere i piedi in testa. Non posso sopportare che il mondo non ci conosca perché la cultura Rom è struggente, bella, da far venire le lacrime agli occhi.

Ti hanno mai detto che fare l’artista di strada potrebbe alimentare gli stereotipi intorno alla comunità Rom?

Lo spettacolo itinerante è stato introdotto dai Rom arrivati nell’Europa del ‘400 ed è a tutti gli effetti un mestiere tradizionale del mio popolo che ha regalato al mondo il busking e il grande circo. Nella cultura Romaní esiste un termine, “Paramišar”, per indicare i raccontastorie, i quali hanno un ruolo ben definito nella società Rom: i loro racconti sono principalmente fatti attraverso burattini e marionette. A modo mio e con la mia storia metto insieme questi mestieri. Non c’è stereotipo dove c’è verità.

Là dove i Rom vengono raccontati come ladri di bambini, asociali, nomadi, primitivi, bestie, m*rde e z*ingari, lì risiede lo stereotipo: nella cecità di una società che ha gli occhi fissi solo sul campo nomadi, sulla dispersione sociale e il disagio, fissi su un’immagine pornografica di una povertà dove siamo stati relegati.  

Quando si lavora in strada, il pubblico può essere imprevedibile. Ti va di raccontarci un aneddoto particolare di un tuo spettacolo? 

Le gioie e i dolori della strada si raccontano di persona in persona, da bocca ad orecchio, gesticolando, ridendo e piangendo insieme.

Gelosamente, da cantastorie custodisco questi tesori: vi invito a trovarmi in strada e lì sentirete i miei passi come se li aveste percorsi voi!

Cosa diresti a chi crede che fare l’artista di strada non sia un “vero” lavoro?

La scalata sociale e il riconoscimento, intesi nel sentire comune come fine ultimo delle nostre vite, non mi interessano. Non so se sia un lavoro ma sicuramente è una filosofia, una comunità, una mentalità, una vita vissuta contro corrente… Un gioco! Ecco, sicuramente è un gioco!

Come mai hai scelto questo nome d’arte? La parola “g*psy” è riconducibile alla z-word italiana?

Z*ngaro vuol dire letteralmente “schiavo”, mentre la parola “g*psy” utilizzata ora in inglese viene da un’incomprensione culturale. Deriva da una comunità Romanì che arrivava da una regione della Grecia chiamata “piccolo egitto” e che, per questo, è stata scambiata per una comunità di egiziani. Col tempo il termine è mutato in “g*psy”. 

“G*psy” è quell’idea romanzata, ma sbagliata, che vi siete fatti di noi, il termine che usate nei vostri hashtag quando andate in vacanza o iniziate ad appassionarvi ai tarocchi (cosa che trovo imbarazzante). Io adotto questa parola e mi approprio del termine per usarlo come primo ingaggio col pubblico, l’ho scelto per partire da quello che le persone pensano di sapere, per poi ribaltarlo. 

I termini z*ngaro, g*psy, g*tano, z*gan, eccetera, ci appartengono, ed essendo dispregiativi, solo noi che siamo parte della comunità possiamo usarli con lo scopo di educare le persone.

L’unico termine generale corretto per riferirsi a noi è Rom, che letteralmente significa “essere umano”.

All’attivo hai anche uno spettacolo teatrale sulla cultura Romaní. Come è stato accolto dal pubblico finora?

Da buon slavo, ho sempre avuto uno humor tagliente, modi diretti e poca voglia di parlare seriamente con chi non ha voglia di intavolare un dialogo. 

Negli anni tutte le domande postemi sul mondo Rom sono fluite naturalmente in una stand-up comedy feroce, che racconta me e la cultura Romaní, in cui la narrazione è nelle mie mani e ho il coltello dalla parte del manico, come se avessi la penna per riscrivere la mia storia. Così è nato “Rom VS Tutti” uno spettacolo in cui istigo il pubblico a pormi qualsiasi domanda.

Il pubblico è sorprendentemente felice di essere preso in giro e sgridato quando serve, di conoscere alcune verità che racconto nello spettacolo che fanno tornare a casa gli spettatori con lo stomaco sottosopra.

Ultima domanda, ormai di rito qui a ColorY*: come vedi l’Italia nel 2030?

Fa sorridere chiedere a una persona di etnia Rom di vedere il futuro. Non possiedo doti di chiaroveggenza e, pur essendo speranzoso di natura, ho deciso di costruire e vivere il presente, cercando già di disegnare il futuro che vorrei.

Visti i recenti avvenimenti nel mondo, ho timore che, come umanità, affronteremo tutti problemi sempre più grandi e complessi; forse, alla fine, capiremo come le vite di tutti ci toccano e spero ne usciremo più uniti.

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Per approfondire la storia e la cultura Rom, leggi la sua mostra multimediale:

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