InArte: Didy

In questi giorni, abbiamo avuto l’occasione di confrontarci con Didy riguardo ai suoi progetti futuri e al suo punto di vista sull’inclusività della scena musicale italiana.

Ciao Didy, presentati brevemente.

Sono Diana Gonzalez Pablo in arte Didy. Sono originaria della Repubblica Domenicana e di professione sono una showgirl: canto, ballo, recito e faccio la fotomodella.

Come e quando sei entrat* nel mondo della musica?

Il mio esordio nel mondo della musica come cantante è stato nel 2016 con la canzone “RUMBA”, realizzata insieme a Max Brigante.

Da dove nasce la tua ispirazione?

Ho amato la musica dal primo istante. Mia nonna mi ha trasmesso questa passione: suo padre era un cantante e alcuni dei suoi fratelli avevano una band negli anni ‘50.

Fin da quando ero bambina ho sentito il bisogno di esprimere me stessa attraverso la musica e il mio sogno nel cassetto è sempre stato quello di diventare una cantante.

Hai deciso tutto da sol* riguardo alla tua carriera o sei stat* supportat* da qualcun*?

Ho mosso i miei primi passi nel mondo della danza, lavoravo ovunque come ballerina,

soprattutto durante i concerti di artisti latinoamericani. Avevo tante idee in testa ma confuse; poi, un giorno incontrai Max Brigante che riuscì a farmi capire quale fosse davvero la mia strada e a rendere queste idee concrete, dandomi la possibilità di entrare a far parte del “Mamacita”.

Ad oggi questa è la mia famiglia, il team che da sempre ha creduto in me e mi ha dato la libertà di essere me stessa.

Quali sono gli artisti in attività che ti ispirano di più? E come descriveresti il tuo stile musicale?

Beyoncé è sicuramente l’artista che più mi ha ispirato nella mia carriera musicale, mentre se dovessi descrivere il mio stile direi camaleontico.

Fino a questo momento ho sempre realizzato produzioni azzardate senza seguire schemi o regole, credo di essere ancora in cerca del mio vero stile musicale.

Come ha reagito la tua famiglia quando ha scoperto che volevi fare la cantante?

Inizialmente la mia famiglia aveva paura, non credeva fosse possibile vivere di musica; temeva per il mio futuro e per le delusioni che avrei potuto subire.

Con il tempo però mia mamma si è ricreduta, ora è sempre presente per sostenermi in qualsiasi cosa faccia. Anche mio padre, che non sapeva neppure della mia esistenza, oggi è molto fiero di me. La musica può davvero fare magie.

Pensi che la scena musicale italiana possa essere definita “inclusiva”?

L’Italia è un paese tradizionalista, ci sono molte barriere nella scena musicale e l’inclusività non è ancora stata messa bene a fuoco.

Sto notando però dei piccoli cambiamenti. La mia speranza è che qualcosa possa cambiare grazie alle nuove generazioni.

Quanto ti ci è voluto prima che potessi vivere della tua arte?

Sono sempre riuscita a vivere di musica fin da quando lavoravo solo come ballerina, ma tra alti e bassi.

Ho dovuto impegnarmi sempre di più, prendere confidenza con il microfono e cercare di farmi un nome. Dopo 5 anni, posso dire di iniziare a vedere la luce.

Dei vari progetti e opportunità che ti si sono presentati nel corso della tua carriera, qual è stato quello più memorabile di tutti e perché?

Sicuramente diventare la prima donna “Mamacita”. Essere la protagonista donna del party più importante d’Italia è stato come mettere un segno indelebile sulla scalinata dei miei sogni.

Pensi che sia più complicato emergere nel mondo della musica se appartieni a una minoranza?

Assolutamente no. Credo che se c’è il talento si può arrivare ovunque, soprattutto con la forza che i social hanno al giorno d’oggi.

Attualmente, stai lavorando a qualche progetto? Se possibile, potresti farci qualche piccolo spoiler?

Presto uscirà il mio nuovo EP di 5 pezzi Dembow, un genere musicale dominicano che riprende le mie origini. Il videoclip sarà girato a Modena nella scuderia Ferrari.

Inoltre, il 10 febbraio uscirà in tutto il mondo un pezzo in collaborazione con il circuito Zumba International. Sono davvero emozionata.

Ultima domanda ormai di rito a ColorY*: come vedi l’Italia nel 2030?

Credo che l’Italia nel 2030 sarà molto avanti per quanto riguarda la musica: mi immagino collaborazioni internazionali in un mix di generi e generazioni diversi.

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