Perché ci sono così tante persone romene in Italia?

Scritto da Sielke Beáta Kelner

Le persone romene costituiscono la diaspora più numerosa in Italia. Se nel 1990 erano registrati 8.000 residenti romeni, nel 2007 questo numero è cresciuto a 625.000, e nel 2011 ha superato il milione. Una presenza ribadita dall’ultimo Rapporto sulle Migrazioni della Fondazione ISMU 2025 che conferma la presenza di 1 milione e 53 mila romeni, rappresentando il 18% dei 5,9 milioni di immigrati residenti in Italia (per dimensione, a seguire le diaspore albanese e marocchina). La comunità romena abita tutta la penisola, predileggendo Lazio, Lombardia e Piemonte.

Bucarest, 2011, archivio personale Sielke Kelner

In realtà, i romeni costituiscono anche la diaspora più numerosa in Unione Europea(UE), con 3.1 milioni di persone che vivono al di fuori dei confini del Paese d’origine. È interessante ricordare che questo primato migratorio è seguito dagli italiani, che contano 1,5 milioni di cittadini residenti in altri paesi dell’UE.
Secondo i dati raccolti dal Ministero degli Affari Esteri romeno, circa 5,7 milioni di cittadini romeni vivono all’estero, rispetto ad una popolazione che conta 19 milioni di cittadini che risiedono in Romania. L’Italia, principale Paese di destinazione (i dati del governo romeno indicano 1.137.728 presenze), è seguita da Spagna (1.087.923), Regno Unito (949.810), Germania (826.154) e Stati Uniti (463.814).

Nonostante la Romania sia recentemente diventata essa stessa destinazione di immigrazione, come anche di migrazione di ritorno, la bilancia migratoria rimane ancora caratterizzata da un bilancio negativo. Si stima che nel 2015 la Romania abbia registrato i tassi di emigrazione più alti del mondo (tra i paesi non coinvolti in conflitti) avendo assistito all’emigrazione del 17% della popolazione totale.

Perché così tanti romeni hanno lasciato la Romania? E perché l’Italia?

Come nel caso di altre comunità migranti la cui mobilità non è dettata da conflitti armati o da eventi catastrofici, aldilà delle motivazioni personali che animano chi decide di lasciare il proprio Paese, le cause strutturali della migrazione romena sono da ricercarsi nelle conseguenze dettate dalle disuguaglianze economiche e dalla mancanza di una mobilità sociale nel Paese di origine. Una quota della popolazione migrante decide di partire in risposta a problematiche sociali che purtroppo ancora caratterizzano alcuni segmenti della società romena, come violenza di genere e domestica, razzismo e discriminazione. 

Eppure le cause che hanno spinto milioni di romeni a partire vanno cercate anche nel passato recente del Paese, in un ricordo collettivo segnato dall’impossibilità di varcare i confini nazionali durante il quasi mezzo secolo di vita del regime comunista romeno (1947-1989).

La rigida politica di controllo degli spostamenti del regime di Ceaușescu

Nicolae Ceaușescu e Kim II Sung durante una visita nella Repubblica Popolare Democratica di Corea nel 1978 © Fotografia #BA393, Fototeca online a comunismului românesc, Cota 163/1978(05.05.2026)

Negli anni del regime comunista, la Romania ceaușista impose una rigida politica del controllo della mobilità, sia internamente, sia, e soprattutto, esternamente. Rimane impresso nella memoria collettiva romena il divieto di possedere un documento per l’espatrio. Fino al 1989 la richiesta di un visto di uscita, e quindi di un passaporto, significava un’inevitabile domanda di emigrazione, una procedura logorante, costosa e dall’esito incerto, che oltretutto poneva i cittadini sotto lo scrutinio della polizia politica a prescindere dal risultato burocratico. 

Sebbene il controllo della mobilità in uscita fosse un tratto caratteristico di tutti i paesi comunisti, quando negli anni Settanta ed Ottanta paesi come la Polonia, l’Ungheria e la Jugoslavia cominciarono a sperimentare un allentamento delle misure restrittive, la leadership romena continuò ad imporre un severo controllo degli spostamenti della propria popolazione, riducendo ai minimi termini l’emigrazione legale – fatta eccezione per gli accordi ad hoc stipulati dal governo romeno con la Repubblica Federale Tedesca e con Israele per l’emigrazione delle minoranze tedesche ed ebree e con gli Stati Uniti per alcune minoranze neoprotestanti – facendo così proliferare i tentativi di emigrazione illegale, un percorso, quest’ultimo, spesso dall’esito letale. Infatti, in caso di flagranza di reato, la pena variava tra una reclusione fino a tre anni e un’esecuzione immediata. 

La fase post-comunista romena è stata caratterizzata da una spinta all’emigrazione, anche in virtù di questo desiderio di scoperta dello sconosciuto occidente, combinato all’aspirazione di un riscatto da una condizione di sistematica privazione dei beni di prima necessità cui il regime ceaușista aveva costretto la popolazione nel suo ultimo decennio di esistenza. 

La prima emigrazione etnica dalla Romania degli anni Novanta

L’immediata fase post-rivoluzionaria (1990-1991), fu caratterizzata da migrazione etnica. Per le minoranze etniche, infatti, il desiderio di riscatto sociale era stato esasperato dal sistema di discriminazioni istituzionalizzate perpetrate nei loro confronti nel periodo della dittatura comunista. Durante la fase di transizione democratica si assistette all’affermarsi di un rinnovato ultranazionalismo politico che si accanì contro le comunità di ungheresi e rom, come anche contro quel che rimaneva di quelle ebree e tedesche, aizzato dall’allora emergente “România Mare” (“La Grande Romania”), partito ultranazionalista di estrema destra la cui retorica degenerò nei violenti scontri di Târgu Mureș – capoluogo di uno dei tre distretti transilvani a maggioranza ungherese – che ebbero luogo nella primavera del 1990.

Scontri a Târgu Mureș, marzo 1990, © www.azopan.ro /  Zsigmond Bálint

Ungheresi e rom lasciarono il Paese alla volta di due principali destinazioni: Ungheria, e Germania. Continuò in quei primi anni Novanta anche il flusso di quel che rimaneva della comunità ebraica romena verso Israele, e di quella tedesca verso la Germania. Esemplificativi i dati del 1990: su un totale di 96.929 cittadini che lasciarono la Romania, 60.000 appartevano alla minoranza tedesca, 11.040 a quella ungherese, 1.184 ad altre etnie non dettagliate, e 745 a quella ebraica. 23.888 gli etnici romeni.

Dopo il 1991, l’emigrazione perse il carattere strettamente etnico. A favorire le partenze furono le conseguenze del declino economico, e di una disillusione collettiva generata da una discutibile gestione della transizione al modello democratico e all’economia di mercato da parte della classe politica.

Le sfide burocratiche della migrazione 

Nel primo decennio degli anni Novanta, la principale destinazione degli emigrati romeni fu la Germania (la quale già aveva accolto 149.544 romeni di origine tedesca nel ventennio precedente): 81.431 i romeni che vi si trasferirono tra il 1990 ed il 2003. 

Stati Uniti ed Ungheria negli stessi anni divennero casa rispettivamente per 31.748, e 25.372 cittadini romeni. Nello stesso arco temporale l’Italia si affermò come una delle destinazioni predilette dalla mobilità romena, registrando 19.920 presenze.

Se Germania, Francia e Regno Unito diventarono destinazione per figure professionali come medici, ingegneri e studenti, l’Italia e la Spagna offrivano contratti lavorativi subalterni, dove prevaleva una forte domanda di manodopera straniera a basso costo, paradossalmente più vantaggiosi delle precarie condizioni di lavoro nel Paese di origine.

Tuttavia la strada che portava all’ottenimento del permesso di soggiorno era in salita. 

Prima ancora che si giungesse alla metà degli anni Novanta, i romeni, come anche gli altri cittadini provenienti dai paesi ex comunisti, sperimentano ben presto, dopo un iniziale entusiasmo iniziale per la fine del sistema bipolare, una progressiva chiusura delle frontiere.  

Per stabilirsi nell’Europa del capitale, si potevano percorrere tre strade: 

1. Ingresso con visto turistico o per studio, rimanendo oltre il termine legale di soggiorno (che comunque richiedeva di poter garantire la disponibilità di risorse economiche proporzionate al soggiorno, oltre ad un biglietto di rientro); 

2. Ingresso clandestino; 

3. Ricorso alla richiesta di protezione internazionale (seppur con un tasso di successo del 2%; questa procedura fu tentata soprattutto dalle minoranze e permetteva loro di guadagnare tempo). 

In tutti i casi la speranza era quella di – nel medio periodo – regolarizzare la propria situazione. 

Fu così che in Italia riuscirono a stabilirsi regolarmente 11.100 romeni nel 1995; 24.100 nel 1998; e 147.900 nel 2002. 

Ma non a tutti andò così bene: tra il 1993 ed il 2002, furono espulsi dai confini dell’Unione europea circa 200.000 romeni (tra gli stati membri con il maggior numero di espulsioni Germania e Italia).

Vita rurale a Sabed, Romania, 1998, Dr Kolozsváry Zoltán, © www.azopan.ro

Il faticoso ingresso della Romania nella libera circolazione UE 

Nel 2002, l’eliminazione del regime dei visti da parte dell’UE per l’ingresso nello spazio Schengen ha segnato la possibilità di entrare nei paesi membri senza necessità di un visto turistico. Tuttavia in Italia il 2002 coincise anche con l’approvazione della famigerata Bossi-Fini, legge che ancora oggi impone significative limitazioni ed inutili ostacoli alle regolamentazioni dei permessi di soggiorno per lavoro e studio dei cittadini che non possiedono un passaporto UE.

Nonostante questo, Italia e Spagna diventano comunque destinazioni migratorie favorite. 

Negli stessi anni si diffonde anche la migrazione lavorativa circolare: brevi cicli di mobilità ripetuti nel tempo. Ne è un classico esempio la staffetta delle donne che si alternano al servizio di cura di una stessa famiglia. Una dinamica che permette loro di mettere da parte rimesse e non recidere in modo doloroso i rapporti con gli affetti rimasti nel Paese d’origine.

Con l’ingresso della Romania in Unione europea nel gennaio del 2007, l’emigrazione romena ha toccato un dato record nel 2008, registrando 800.000 emigrati – permettendo alle famiglie, spesso lasciate nel Paese di origine, di visitare i propri familiari con maggiore frequenza e facilità. 

Perché i romeni scelsero l’Italia

L’Italia, come la Spagna, viene principalmente scelta per l’assenza di grosse barriere linguistiche (il romeno è una lingua romanza).

Ma c’è anche chi attribuisce come possibile fattore trainante nella decisione migratoria la presenza di: 

  • una piccola minoranza di artigiani italiani insediatisi tra la fine dell’Ottocento e la metà del Novecento, (si stima che fossero circa 8.000 dopo la fine del secondo conflitto mondiale, oggi circa 3.288); 
  • imprenditori italiani in Romania, che ha esposto la popolazione al modello culturale italiano e alla lingua fin dall’inizio degli anni Novanta.

Tra dicembre 1990 e dicembre 2024 sono state costituite complessivamente 53.743 società a partecipazione italiana, con investimenti per un valore totale di 2,68 miliardi di euro. Non a caso, il 2007, anno dell’ingresso della Romania nell’Unione Europea, ha coinciso con la registrazione di ben 3.010 imprese. Con il 19,35% del totale delle società a partecipazione straniera, oggi l’Italia si conferma il principale partner commerciale della Romania. 

Insomma, una mobilità è tutt’altro che a senso unico.

La nascita dell’invasione romena

L’ingresso nell’UE coincise anche con l’intensificarsi dei dibattiti su una presuntaquestione romena: l’ecosistema mediatico italiano, e più in generale dell’Europa occidentale, mostrò una delle sue peggiori facce, alimentando la retorica dell’invasione migratoria, narrazione caratterizzata da razzializzazione della comunità rom, e da distorsione cognitiva – insinuando la minaccia della criminalità organizzata balcanica, complice l’ingresso della Bulgaria nell’UE.

Fu infatti a pochi mesi dall’ingresso ufficiale della Romania in UE, nell’autunno del 2007, che la discriminazione nei confronti della comunità romena e di quella rom romena in Italia raggiunse l’apice. Nell’ottobre di quell’anno, il femminicidio di Giovanna Reggiani a Roma da parte di un cittadino romeno rom, diede il via ad una caccia alle streghe. Ne pagarono le conseguenze immediate i residenti dell’insediamento rom di Tor di Quinto  in cui risiedeva il femminicida Nicolae Romulus Mailat , che venne raso al suolo, come anche altri insediamenti rom a Bologna, Firenze e Genova, evacuati dalle forze dell’ordine. Ma anche l’intera comunità romena, bersaglio, consecutivamente di: un decreto ad hoc che ne permise l’espulsione immediata; di un’ondata di violenza dilagante con diversi episodi di aggressioni fisiche; un consolidamento dei pregiudizi nei confronti della diaspora romena, esasperati da un’immagine mediatica che immancabilmente ne dipingeva gli appartenenti come stupratori, ladri, e prostitute.

A causa di questa narrazione diffamatoria, ai cittadini romeni e bulgari fu ritardato l’ingresso nel pantheon UE della libera circolazione fino al 2024. Una discriminazione che tuttora riflette la persistenza di un pregiudizio da parte dell’occcidente benestante che ancora percepisce la migrazione dall’est europa come potenziale invasione. 

Eppure, sebbene l’ingresso della Romania nell’UE abbia coinciso con un aumento degli arrivi in Italia, non si è trattato semplicemente di un afflusso improvviso. 

In centinaia di migliaia di casi, infatti, si è trattato della regolarizzazione di presenze già sul territorio ma senza documenti. Il tanto atteso passaporto bordeaux ha segnato per molti la fine di una condizione di irregolarità, con effetti positivi sul mercato del lavoro. La loro regolarizzazione non essendo più soggetta al sistema delle quote che impone limiti agli ingressi dei lavoratori non comunitari, ha ridotto – seppure non eliminato – la loro vulnerabilità, sottraendoli al mercato del lavoro sommerso e semi-sommerso.

La diaspora romena italiana oggi 

I dati INPS del 2024 indicano la presenza di 696.630 lavoratori romeni regolarizzati, costituendo il 15,1% dei lavoratori stranieri censiti presenti sul territorio nazionale. 

Il 52,8 % di questi si identifica con il genere femminile, confermando che sono tradizionalmente occupate nel settore della cura della persona e l’assistenza familiare. 

Confermati i consueti lavori: con il 41,6 % impiegati nel settore operaio; il 26,8 % in attività commerciali e di servizi; il 25% come lavoratori e lavoratrici non qualificate (manovali, braccianti, collaboratori e collaboratrici domestiche); il 6,6%, invece, risulta impiegato nel mondo dell’imprenditoria e come lavoratori e lavoratrici qualificate. Ad eccezione dell’ultimo dato, che indica l’avvio di attività imprenditoriali proprie, questa distribuzione ancora riflette un’immagine di una comunità che appartiene alla fascia socio economica più debole, confermata – indirettamente – anche dal triste primato dei decessi sul lavoro tra le comunità migranti: nel 2023 sono stati 43 gli operai romeni ad aver perso la vita sul posto di lavoro. Nello stesso anno per la prima volta gli infortuni dei lavoratori e delle lavoratrici romene non sono stati primi in classifica, ma secondi, registrando 13.347 infortuni.

Nel corso di questi decenni, la migrazione stabile ha favorito la formazione di una seconda generazione composta da giovani nati o cresciuti in Italia. Tra il 2000 e il 2011 sono nati complessivamente 203.702 figli di cittadini romeni, segno di un radicamento ormai consolidato. Una presenza accresciuta anche nelle scuole. 

Ne sono una dimostrazione i dati della provincia di Roma, che stima che nel 2024 si siano iscritti nelle scuole della capitale 24.191 studenti di origine romena su un totale di 67.339 iscrizioni di corpo studentesco di cittadinanza non italiana. 

Inoltre, nonostante tra i giovani con background migratorio persistano livelli ancora elevati di abbandono scolastico, gli studenti romeni si distinguono per una presenza significativa nei cicli di istruzione secondaria di secondo grado, insieme a quelli delle comunità cinese, filippina e peruviana. Nel 2021, 5.819 studenti di origine romena hanno conseguito il diploma e il 40,4% di loro ha proseguito il percorso accademico con l’immatricolazione all’università.

È innegabile che l’esperienza dei migranti romeni in Italia sia cambiata molto dagli inizi degli anni Novanta e Duemila. 

Gli esordi di questa avventura collettiva sono stati simili a quelli di tanti altri immigrati, anche in altri paesi: percorso migratorio semi-regolare o irregolare, primi impieghi nell’economia sommersa nei settori delle costruzioni, dell’agricoltura e della cura della persona; sfruttamento, fatica, discriminazione, convivenze in strutture fatiscenti o appartamenti sovraffollati, timore costante di essere deportati per la mancanza del permesso di soggiorno, nostalgia del proprio Paese.

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