Quello che a lezione di storia non ci hanno insegnato: il valore della musica africana nella storia

Dall’età pre coloniale ai movimenti per i diritti civili

Che si intende per “musica africana”?

“Musica africana” è il termine ombrello che usiamo per designare la musica concepita, creata ed interpretata dai popoli africani. Ciò include i vasti repertori di origine precoloniale ma anche altri, più recenti, associati alla sfera popolare, e altri ancora, prodotti nello stampo della musica accademica. Tutto porta a credere che la musica sia sempre esistita, accanto al linguaggio.

Le società africane precoloniali tenevano in alta stima la formazione musicale.
Già dall’Antico Egitto, abbiamo testimonianza del suo ruolo sociale, ludico e religioso. Ancora oggi, infatti, nessuno dubita che la musica, rimanga una forza viva non solo nel continente, ma anche nell’insieme della diaspora africana.

La struttura della musica africana riflette e modella l’immagine collettiva della sua terra, del suo popolo, delle sue risorse materiali e spirituali e della sua cultura globale. Ha un’evidente profondità storica, così come una straordinaria diversità nei suoi oggetti sonori, linguaggi, affiliazioni rituali, stili e ideali estetici.

I ritmi tradizionali dell’Africa subsahariana fino al 1500 (l’inizio della tratta atlantica degli schiavi africani)

Nelle musiche dell’Africa subsahariana precoloniale, l’organizzazione ritmica occupa un posto importante, al punto che si potrebbe quasi dire che tutte le altre componenti dipendono da essa.

Per capire meglio questo, occorre definire i tratti che definiscono e caratterizzano la musica africana:

  • non ricorrendo alla scrittura, la sua trasmissione avviene per via orale, passaparola;

  • appartiene all’intera comunità, che è la garanzia della loro sopravvivenza;

  • è funzionale – o più precisamente circostanziate -, non è destinata ad alcun uso al di fuori del loro ambito socio-culturale; ( dai cantastorie, alle cerimonie comunitarie)

  • è anonima e non datata, non si sa in modo assoluto chi ha creato e quando sono state concepite le ritmiche.

Fun Fact: Il Lokole è un tradizionale tamburo a fessura suonato dal popolo Mongo in diverse aree della regione del Congo, nel Kasai. È usato sia come strumento musicale che come strumento di comunicazione per inviare messaggi complessi attraverso la savana

La diversificazione delle musiche tradizionali coincide con la diversità dei gruppi e sottogruppi etnici, come attestata dalle lingue e dai dialetti loro propri. Di conseguenza si dispone allo stesso modo di una musica. Si può quindi considerare che nell’Africa centrale, ci sono tante musiche quante sono le comunità etniche, quante sono le lingue e i dialetti.

La coerenza delle musiche tradizionali si manifesta, in seno a ciascuna di queste comunità, da un lato con il loro funzionalismo, dall’altro, dai loro elementi costitutivi (voci e strumenti, scale, strutture temporali, procedimenti tecnici, ecc.).

Infatti, a ogni circostanza che richiede un supporto musicale corrisponde un repertorio particolare, caratterizzato da un numero di canti specifici, una formazione strumentale predeterminata, così come da strutture periodiche e formule ritmiche che appartengono solo alla musica associata a questa circostanza, e solo ad essa. Ogni repertorio così definito corrisponde quindi ad una categoria musicale, distinta da tutte le altre, che sono a loro volta associate a questa o quella circostanza.

La conoscenza e l’apprendimento di tutto questo materiale musicale si fa attraverso il processo di iniziazione, che spetta a tutti gli elementi della società. Quindi non solo è nota a tutti, ma può anche essere messa in pratica dalla maggior parte degli adulti. Ognuno è musicista, cioè possiede le capacità necessarie per partecipare in modo più o meno attivo alla pratica musicale; infatti, ogni membro del gruppo canta, e quasi tutti sanno suonare uno o più strumenti.

Il fatto che, in questo tipo di società, ogni persona è un potenziale musicista non è casuale. La musica è un mezzo di espressione che non ha solo uno scopo estetico o un’esistenza autonoma: il ruolo che assume si iscrive sempre in un contesto più ampio, determinato da una funzione religiosa o sociale di cui essa è soltanto una componente, indissociabile da molti altri, in particolare dalla parola – in quanto veicolo dei testi necessari al compimento di un disegno, di un’azione – e della danza, che accompagna e sostiene.

La musica tradizionale africana e afrodiscendente
per costruire comunità e resistenza: tra il 1600 e l’abolizione dello schiavismo in USA 1865

Nell’agosto del 1619 a Point Comfort, Virginia – prima colonia inglese nell’America settentrionale – approda la White Lion con a bordo venti uomini di origine africana destinati a essere venduti per il lavoro forzato. Pochi giorni dopo, la Treasure arriva con altra “merce umana”. Questi due eventi segnano l’inizio della schiavitù nell’America settentrionale, nonostante sia molto probabile che i primi africani arrivati in Virginia furono acquistati come “servitori a contratto” o “servitù da debito”, un sistema in cui l’individuo lavorava – senza un compenso – con l’obiettivo di ripagare il proprio debito e una volta saldata la somma si tornava liberi. Questa tipologia di sistema si rivelò poco conveniente per i grandi proprietari terrieri e venne sostituita dal sistema schiavistico, basato sul possesso del lavoratore.

Secondo Jason R. Young*, più dell’80% delle persone schiavizzate durante la tratta schiaviasta, provenivano dall’Africa Subsahariana e del Centro Africa. Questa deportazione umana ha implicato anche la trasposizione nel “Nuovo Mondo” di tutte queste tradizioni musicali, che sono diventate strumento di resistenza, lotta e libertà.

La vita degli schiavi come possiamo ben immaginare non era semplice. Il quotidiano era prettamente caratterizzato da tanto lavoro forzato nei campi e nelle piantagioni e non mancava la paura e il terrore di subire violenze fisiche e/o sessuali.

Work Songs, Spiritual and Hymn

In questo ambiente difficile, la musica è stata un elemento di svago, di conforto ma soprattutto di espressione dei dolori legati al lavoro nei campi. Nascono così le Work Songs o canti di lavoro, genere musicale che segue la continuità della tradizione musicale africana e diventa veicolo di narrazione metaforica. È uno strumento di racconto della durezza del lavoro eseguito e di conseguenza di resistenza, in un contesto dove le comunicazioni erano censurate.

Questa nuova musica fu la base per la creazione di una nuova tradizione culturale afroamericana. Molte di queste canzoni contenevano significati doppi e nascosti, che offrivano un mezzo di resistenza culturale all’istituzione della schiavitù.

Una delle contraddizioni più interessanti della schiavitù fu che, nonostante la crudeltà di questa pratica disumanizzante, si creò un vero e proprio sincretismo* con delle pratiche africane e con la fede cristiana. Nella maggior parte delle piantagioni nel Sud degli Stati Uniti, le domeniche erano considerate un giorno di riposo ed era concesso il tempo di praticare la religione cristiana.

Fu così che in Congo Square, New Orleans e in molte altre piazze statunitensi, le persone schiavizzate fecero uso delle domeniche di riposo per suonare le percussioni e attraverso questo linguaggio segreto – nascosto da testi biblici – comunicavamo, si rassicuravano a vicenda e si divertivano.

Questo sincretismo diede origine a questo nuovo stile di musica che oggi conosciamo come Spirituals.

Note:

*Rituals of Resistance: African Atlantic Religion in Kongo and the Lowcountry South in the Era of Slavery di Jason R. Young (2011)
*sincretismo: l’unione e la fusione di elementi ideologici già inconciliabili.

Fun Fact: La canzone “Sweet Chariot, Sweet Chariot“, venne usata dalla Underground Railroad, una rete informale di itinerari organizzata dagli abolizionisti che permetteva agli schiavi la fuga dalla piantagioni, come linguaggio codificato per comunicare il loro arrivo. Sentendo questa canzone, una persona schiavizzata sapeva che doveva prepararsi a fuggire poiché una banda di “angeli” stava venendo a prenderla e portarla alla sua libertà.
Il testo della canzone recita: swing low (sta arrivando a sud), sweet chariot (la Underground Railroad), comin to carry me home (per portare lo schiavo a nord per la libertà*)
*In alcuni stati del nord degli USA , durante la guerra di secessione (1861-1865), la schiavitù era stata abolita e gli schiavi fuggitivi erano liberi di circolare.
Con la fine dell’era dello schiavismo, sancita dall’entrata in vigore del tredicesimo emendamento il 18 dicembre 1865, la comunità africana entrò in un periodo di ricostruzione, in cui le Work Songs e gli Spirituals hanno continuato ad essere cantati diventando veicoli di memoria collettiva.

Metà anni ‘50 e anni ‘60: segregazione razziale e movimento per i diritti civili

Gli Stati Uniti del dopoguerra, purtroppo, furono caratterizzati dalla segregazione razziale: bianchi e neri furono divisi in ogni attività quotidiana della società civile.

Ai neri furono negati i più elementari diritti civili e questo portò all’inizio di una lotta della comunità afrodiscendente per riappropriarsene.E anche in questa circostanza, la musica svolse un ruolo fondamentale.

Gospel Groups, Civil Right Freedom Songs, Modern Gospel

Le Freedom Songs o canzoni per la libertà furono una parte vitale della tradizione organizzativa della comunità dello Student Nonviolent Coordinating Committee (SNCC).

A differenza del canto basato sulla performance, le freedom songs erano congregazionali: la gente batteva le mani e cantava canzoni che esprimevano la libertà di fronte all’oppressione e il coraggio di fronte al pericolo.

L’evoluzione della musica nella lotta per la libertà dei neri rifletté l’evoluzione del movimento stesso. Sono diverse le testimonianze di come effettivamente e in maniera concreta la musica contribuì alla divulgazione della lotta per i diritti civili.

Nel 1961 le canzoni di Freedom Rides – un gruppo di attivisti americani bianchi e africani in lotta contro la segregazione razziale – giocarono un ruolo fondamentale nel sostenere il morale per coloro che scontavano la pena nella prigione della contea di Hinds nel Mississippi.

James Farmer, direttore nazionale del “Congresso per uguaglianza razziale” e Freedom Rider, racconta di una notte quando, imprigionato in una cella, chiamò dal suo blocco i compagni gridando: “‘Canta la tua canzone di libertà.’…Abbiamo cantato vecchi canti popolari e canzoni gospel a cui erano state scritte nuove parole, raccontando della Freedom Ride e il suo scopo”.

Le compagne Freedom Riders detenute in un’altra ala della prigione si sono unite ai canti, “e per la prima volta nella storia, la prigione della contea di Hinds è stata scossa da canti di libertà, giustizia e la fratellanza” .

Willie Peacock, attivista per la lotta dei diritti civili, fu anch’esso testimone della potenza musicale poco dopo essersi unito al movimento a Greenwood, Mississippi nell’autunno del 1962. Peacock disse: “Non potevamo smettere di cantare canzoni per la libertà. Quelle canzoni avevano un messaggio reale quella notte: Libertà… viene attraverso la conoscenza e il potere – il potere politico.”

Attraverso queste testimonianze è facile capire quanto queste canzoni rappresentarono “l’anima del movimento” e anche Martin Luther King Jr. nel suo libro Why We Can’t Wait (1964) incoraggiò infatti gli attivisti per i diritti civili con queste parole:

“Cantate le Freedom Songs oggi per la stessa ragione per cui gli schiavi le cantavano, perché anche noi siamo in schiavitù e le canzoni aggiungono speranza alla nostra determinazione che ‘Noi vinceremo, Nero e bianco insieme, Noi vinceremo un giorno'”.

Mahalia Jackson, ritenuta la Madre del Gospel, veniva dal sud e conosceva bene la segregazione. Prestò la sua arte per il movimento per i diritti civili sin dagli albori, cantando in onore di Rosa Parks, raccogliendo fondi per la cauzione per gli attivisti in carcere e lavorando a stretto contatto con Martin Luther King Jr.

Il più grande contributo di Jackson al movimento arrivò durante la Marcia di Washington del 1963. Al Lincoln Memorial, davanti a più di 250.000 manifestanti, ha cantato I’ve Been Buked, evocando le sofferenze che gli attivisti per i diritti civili stavano cercando di rovesciare e How I Got Over, per manifestare la speranze e le sfide del movimento.

Martin Luther King Jr fu l’ultimo oratore quella sera, il suo capo dello staff raccontò che  “Martin stava tenendo questo discorso con tutte queste parole verbose, e osservando la folla, Mahalia capì che non stava ottenendo il responso giusto. Così lei lo chiamò dal lato del palco, e gli disse ‘Raccontargli del sogno, Martin!'”.

In quel momento, come si può vedere nel video del discorso, il Dr. King lascia i suoi appunti preparati per improvvisare la sezione storica del suo discorso che inizia notoriamente:

“E così anche se affrontiamo le difficoltà di oggi e di domani, ho ancora un sogno. È un sogno profondamente radicato nel sogno americano….”

Questo è solo l’inizio del nostro viaggio nella musica africana, è la punta dell’iceberg. E non finisce qui.

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