Il panorama giornalistico italiano raccontato da chi lo sta arricchendo con voci e prospettive nuove: Jordan Anderson

Non si può migliorare qualcosa, senza passare per le critiche; quelle costruttive si intende. Chi continua a sottolineare il disservizio che la maggior parte delle testate giornalistiche e delle riviste italiane fanno alle minoranze, come se non le leggessero anche loro o non ne fossero in grado, ha proprio questo obiettivo. L’esempio più lampante è come viene raccontato e percepito il nostro paese all’estero: quella che si presenta è un’Italia monoetnica e che oggi non esiste più. La prova? Un giro in centro al pomeriggio.

Le ragioni per cui si decide di ignorare tutto questo non sono chiare, ma poco importa, perché quello che conta davvero è cambiare le condizioni attuali. Proprio per questo alla vigilia della Fashion Week di Milano ci siamo fatt* una lunga chiacchierata con Jordan Anderson.

Raccontaci un po’ di te

J: “Mi chiamo Jordan Anderson, vengo da Kingston in Giamaica e sono un giornalista di moda e cultura e anche un direttore creativo.”

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Come sei arrivato a scegliere questo percorso?

J: “Devo dire che è stato questo percorso a scegliere me. Volevo lavorare nella moda, ma non sapevo cosa volevo esattamente fare nel settore. Così un’estate – all’epoca vivevo ancora in Giamaica – sono finito a lavorare nella redazione di lifestyle di un giornale, scoprendo il mio amore per la scrittura e da lì è decollata la mia carriera.”

Se avessi più persone chi somigliano in questo ambito avresto scelto questa strada prima?

J: “Non saprei. Quando mi sono trovato a scegliere quale percorso lavorativo intrampedere, l’ho fatto perché ammiravo la mia editor al giornale in cui scrivevo. Ma forse sì, lo avrei scelto prima, se avessi saputo che ci sono persone come me che fanno questo mestiere. Ciò nonostante credo che le tempistiche in cui è accaduto tutto per me erano perfette.”

Quando è stata la prima volta che hai raccontato una storia, che sentivi nessuno aveva ancora raccontato?

J: “Quando sono venuto in Italia, era il 2017, ho scritto per Document Journal un pezzo sui creativi afroitaliani, che resta ancora oggi una delle storie più importanti che io abbia mai scritto. Avevo intervistato 10 creativi e era tutto così strano, perché nessuno aveva ancora trattato l’argomento e tanto meno su testate internazionali. Rimasi davvero colpito da come nessuno prima di allora era mai stato interessato a farlo. Ho provato vera e propria gioia nel dare a queste persone una voce, mentre stavo ancora cercando la mia.”

Com’è stato approcciare editor e riviste per farti pubblicare le prime volte?

J: “Devo dirti che è stato difficile, anzi super difficile e lo è ancora oggi. Innanzitutto perché nessuno vuole ascoltarti, ti vedono e pensano che tu sia un altro imitatore. I miei primi due anni in Italia sono stati un incubo ero perennemente alla ricerca di lavoro, praticamente tutti gli editor a Milano mi ignoravano. Finché non ho deciso di iniziare a propormi anche a riviste internazionali, quelle che non hanno un inviato estero nel nord dell’Italia ed è lì che ho ritrovato la speranza.Ed è stato lì, dopo il riconoscimento all’estero che gli editor locali hanno iniziato a perdermi in considerazione. Ciò nonostante, non sono ancora lontanamente vicino a raggiungere alcuni dei miei obiettivi.”

Qual è un errore che i media tradizionali continuano a commettere che proprio non sopporti?

J: “Si continua a scrivere sempre e solo per lo stesso pubblico di lettori, incuranti delle reazioni che possono avere altri. Ma un quotidiano o una rivista ha la responsabilità di rappresentare anche i figli e le figlie della diaspora africana per esempio, e non lo può fare offendendone alcuni, come se niente fosse. Credo inoltre che i media abbiamo anche il compito di insegnare alcune cose, però se chi ci lavora non è istruit* in maniera appropriata è impossibile, e i media per il potere che hanno dovrebbero sempre essere proiettati almeno 10 anni nel futuro rispetto alla società.”

Come pensi che il tuo punto di vista stia cambiando la critica di moda in Italia?

J: “Beh mi piacerebbe sperare che stia cambiando qualcosa e che stia contribuendo in qualche modo. Ho sempre ammirato giornalisti coraggiosi, o meglio che fanno del giornalismo vero, che dicono la verità e raccontano tutto nel modo più onesto possibile. Questo è quello che provo a fare e che credo debba essere incoraggiato.”

Se il panorama intellettuale / giornalistico italiano fosse più inclusivo cosa credi cambierebbe drasticamente?

J: “Le modalità di accesso tanto per cominciare. Poco tempo fa stavo cercando come accedere all’albo dei giornalisti e ho scoperto che è impossibile se sei un immigrato, tutto quello che scrivi per testate internazionali non viene contato come lavoro, insomma è un incubo. Deve cambiare c’è bisogno di una prospettiva più ampia sul giornalismo e sui giornalisti. Poi di sicuro la varietà di giornalisti perché ho letto cose sui giornali e sulle riviste italiane, che ovunque avrebbero iniziato uno scandalo o comunque generato dibattiti, ma qui passano sotto il silenzio generale per via del livello di ignoranza su certe questioni. A volte mi sembra così assurdo perché un giornalista dovrebbe sempre verificare fonti e fatti meticolosamente, facendo attenzione a toni e termini affinché non ci sia niente di offensivo per qualsiasi categoria di lettori, ma in Italia quasi tutti sembrano interessati a un solo pubblico, che non rappresenta la totalità di chi legge in Italia.”

A chi vorrebbe scrivere come te cosa consiglieresti?

J: “Direi inizia scrivere! Prendi carta e penna oppure l’app delle note e comincia, perché non c’è bisogno di una formazione specifica per diventare un buono scrittore o una buona scrittrice, serve leggere, osservare e prestare attenzione a ciò che ci sta attorno. Per quanto riguarda come poter cominciare a farlo di mestiere, serve perseveranza; qualsiasi barriera può essere abbattuta con prospettive fresche. Pensa a quello di cui vuoi scrivere, che impatto può avere sul mondo e su chi lo legge? E solo un altro articolo, o è un pezzo che può avere un impatto cambiando la prospettiva di qualcuno? Questo è quello a cui penso anche io prima di scrivere qualsiasi pezzo.”

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