Il mondo degli spiriti asiatici tra appropriazione e manipolazione

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Mi chiamo Mai Vi, sono Italo-Vietnamita. Nella vita faccio molte cose e una di queste è essere un’artigiana cosmetica ed imprenditrice. Spiritualmente mi identifico come un essere liminale, a cavallo fra due mondi, quello dei vivi e quello dei morti. Sono un oracolo, ricevo messaggi dai miei antenati, ma anche un demone, sono in contatto con le parti più oscure di me e questo mi permette di vedere le parti oscure e nascoste di chi ho davanti.

Quando guardiamo alle tradizioni spirituali nell’Asia dell’Est possiamo notare un profondo senso di ricerca interiore del sé, composto da pratiche dedite alla meditazione e alla consapevolezza, che comprendono lo studio di testi sacri e pratiche fisiche. Queste pratiche osservate ed esportate tramite parametri coloniali ed inserite in un contesto consumistico e capitalistico occidentale, sono diventate lo strumento perfetto per giustificare un lavoro di ‘miglioramento personale’ contro un disinteresse verso le questioni sociali.

La visione dei propri privilegi viene giustificata da una retorica di karma positivo, esempio: quante volte vi è capitato anche di trovarvi in una discussione su privilegio bianco, razzismo, appropriazione culturale, fragilità bianca eccetera, con dei praticanti bianchi di buddhismo e mindfulness che vi hanno risposto che ‘è la vostra anima che ha scelto questo percorso’, che la soluzione al razzismo è ‘pensare positivo e che l’amore cura ogni male’?

Ecco, questo è un grosso problema per noi persone discriminate e portatrici di identità marginalizzate, questa è pura e mera manipolazione – esercitata dalla bianchezza per proteggere sé stessa – basata su una radicata incapacità di riconoscere le proprie responsabilità e soprattutto ruolo e posizionamento – intersezionalità –  all’interno della società.

Il Buddhismo enfatizza sull’interconnessione e decidere di ignorare i radicati problemi della nostra società nella sua integrità, si traduce in un lavoro spirituale egoistico basato sul mantenimento in sicurezza della propria identità, un’identità formata e cresciuta all’interno di un contesto sociale suprematista, patriarcale e capitalistico.

Inoltre, questa lente bianca appropriativa delle pratiche spirituali asiatiche ha creato nel corso degli anni una narrativa stereotipata delle persone asiatiche che vengono viste come placide, sempre sorridenti e ‘felici con poco’, sottomesse e dall’animo buono.

Le comunità asiatiche, presenti anche in Occidente hanno una lunga storia di alleanza, resistenza e lotta, sminuire tale storia con una romanticizzazione e mistificazione dell’Asia e delle sue molteplici culture riduce milioni di persone in un gruppo monolitico.

Ci terrei a sottolineare che ancora oggi in occidente fin troppi studiosi (e non) dell’Asia continuano a riferirsi ad essa con la parola oriente, senza nemmeno porsi la questione dell’orientalismo e dell’origine eurocentrica di tale termine. Di conseguenza ci ritroviamo davanti un fenomeno di dinamiche di potere ormai vecchio, ma sfortunatamente ancora attuale, dove aggirando la necessaria decostruzione dello sguardo bianco e coloniale con cui tali pratiche vengono approcciate, ci ritroviamo davanti a una feticizzazione, un accorpamento di culture e tradizioni sotto un’unica etichetta e a una appropriazione culturale raccapricciante e senza limiti.

Concluderei con qualche domanda: perché l’occidente è così ossessionato con le pratiche spirituali asiatiche? Perché così tanti ‘amanti dell’oriente’ hanno una statua del Buddha a decorare il loro salotto o un mandala appeso al muro, ma faticano a riconoscere i propri privilegi da persone bianche e lottare accanto alle comunità asiatiche quando necessario?

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