Gen 2: Sergio Piyadi

Sono Sergio! Odio chi confonde il nozionismo con la cultura, la furbizia con l’intelligenza, e i follower con la fama.

Quando ti chiedono “da dove vieni”, cosa rispondi di solito?

A questa domanda rispondo sempre con un “I miei genitori vengono da…”, perché purtroppo so già che con quella domanda si alluda alle mie origini e non “da dove vengo io”, dato che non posso “venire” o aver transitato da e verso nessuna parte essendo nato in Italia.

La cosa tragica è che questa domanda a volte viene dopo il “sei nato qui?”.

C’è qualcosa che le persone sbagliano sempre quando parlano di te o quando ti incontrano per la prima volta?

Non saprei. Ognuno è libero di dire la propria ed avere una propria opinione, non credo si possa “sbagliare”, al massimo si può sbagliare qualche dettaglio personale, spesso, appunto il Paese d’origine quando mi vedono per la prima volta.

Sei un artista e anche un videomaker. Ti è mai capitato di subire discriminazioni negli ambiti in cui lavori? Come le hai gestite?

Se si intendono discriminazioni di tipo razziale direi di no, o quantomeno, nulla di così marcato (a lavoro). 

Inoltre, non credo che il settore della propria professione possa essere determinante per la discriminazione in sé. Spesso la vera discriminazione avviene a priori, non sul luogo di lavoro, ma ben prima, durante il colloquio! Perché chi non ti vuole vedere, non ti accetta e non ti assume nemmeno!

E purtroppo sì, casi del genere qui a Verona mi sono capitati.

Può capitare che lɜ ragazzɜ “di terza cultura” non siano legatɜ alle loro origini. Tu come vivi il rapporto con le tue origini e la cultura della tua famiglia?

Lo vivo con estrema nonchalance e con un rispettoso disinteresse, merito anche dell’apertura mentale dei miei nel non avermi mai imposto cose personali come qualsiasi fattore culturale o, peggio, il loro credo. 

È paradossale però come perfetti estranei reagiscano in maniera inversamente proporzionale al mio disinteresse quando mi conoscono, con commenti come “Ma come è possibile?” oppure “Ma è gravissimo!”.

Sarà forse perché qui da noi si è abituati culturalmente a imporre e proiettare le proprie idee e ideologie già dall’infanzia ai propri figli, costringendoli a cose come battesimo, cresima eccetera? 

Sui tuoi canali social hai raccontato la tua esperienza universitaria e hai lanciato una campagna contro le ingiustizie subite. Ti va di parlarcene?

Sì, anche quell’evento purtroppo è successo a Verona. Un evento per fortuna non di carattere razziale, ma, forse, per certi versi peggiore perché ha a che vedere con la meritocrazia.

La meritocrazia è una cosa che ci riguarda tutti a prescindere dal nostro colore o genere, pertanto qualcosa di non relegato a nicchie specifiche.

La mia vicenda vedeva coinvolti gli alunni che erano soliti falsificare delle presenze nel registro scolastico, che trovavano dei modi per firmare, appunto, anche nei giorni in cui non erano presenti. In un istituto con obbligo di frequenza, questo avrebbe permesso l’ammissione a dati esami che avrebbero dato accesso alla laurea, ripercuotendosi poi nelle occupazioni dei posti di lavoro dei giovani di domani.

Come se non bastasse, il tutto si svolgeva sotto gli occhi di tutti, nonché degli stessi insegnanti, che talvolta incitavano gli alunni a firmare così da permettere loro l’ammissione all’esame.

Quando provai a segnalare la cosa a chi di dovere, ovvero il rettore (oggi non più in carica), anziché condannare certi illeciti mi venne risposto “io questi insegnanti li conosco da 20 anni hai capito? Non ti azzardare a parlare di loro”.

È stato estremamente avvilente notare come chi avrebbe dovuto denunciare certi atteggiamenti era stato il primo a nasconderli.

E in questa maniera tutte le persone del mio corso (più di 100) si sono poi laureate, ma queste erano pratiche presenti nell’intero istituto, che di alunni ne contava circa 1000.

La vicenda prosegue cercando di proporre una soluzione alle oltre 1000 lauree date immeritatamente, poiché ormai la revoca di queste sarebbe impossibile, cercando quindi in maniera alternativa di ristabilire e dare un senso al concetto di “merito”. 

La storia comunque è molto più lunga e complessa di così, ma spiegarlo in poche righe mi sarebbe impossibile, per questo ho realizzato un video di 10 minuti, intitolato “Lettera allo stato”, che potrete trovare sia sul mio profilo Instagram, che su YouTube.

Che consiglio daresti a unǝ artista GEN 2 che si sta affacciando a questo mondo ed è agli inizi?

I consigli che potrei dare ad un ragazzo di seconda generazione che vuole fare l’artista, sono gli stessi che potrei dargli se volesse fare il netturbino, poiché indipendentemente dalla professione scelta riscontrerà gli stessi problemi e dinamiche nella società, a prescindere dalla professione.

Non è dunque una questione di professione, sarebbe bello fosse così ristretta la cosa!

Se si volesse approcciare o andare avanti in Italia, basterebbe percorrere le strade che da sempre a tutti gli italiani sono accessibili. L’unico problema è comprendere chi rientra davvero nella definizione di italiano per la nostra società…

Cosa si potrebbe fare di concreto per farsi sentire e avere un impatto positivo sull’Italia?

Questo bisognerebbe chiederlo a chi un impatto è riuscito ad averlo! 

Credo sia difficile farsi sentire da chi non è predisposto ad ascoltare. Persino le donne non straniere, quindi “più importanti”, vivono dinamiche di gender-gap piuttosto evidenti, ed un Paese che non riesce o vuole dare pari meriti e opportunità nemmeno alle donne che considera italiane a tutti gli effetti, come può interessarsi di coloro che ritiene “distanti” o addirittura “estranei”?

Penso che quando si avrà parità di genere tra uomo e donna allora si potrà sperare verso le altre minoranze.

Inoltre, per farsi sentire, bisognerebbe pensare a una collettività, a un argomento comune a tutti, ma soprattutto bisognerebbe portare avanti un’unica voce. Oggi i partiti di sinistra o progressisti sono disallineati sui loro stessi valori, mentre i gruppi di destra sono uniti dai loro disvalori. Le persone razzializzate fanno ancora a gara tra il  “si dice nero” o il “no, si dice di colore”, insomma per farsi sentire bisognerebbe essere uniti in primis in un’unica voce.

Ultima domanda di rito. Come ti vedi tra 5 anni? Qual è il tuo sogno più grande?

Sono talmente esacerbato e drenato da Verona, città in cui vivo da 17 anni, che ormai non ho più aspettative verso i miei anni futuri. 

L’Italia spesso limita i sogni, Verona toglie anche le speranze.

Il mio sogno, professionalmente parlando, sarebbe ottenere la Laurea Honoris Causa, ma non in virtù del titolo che rappresenta, bensì, come simbolo di una ridistribuzione del merito e come segno di ammissione da parte delle Istituzioni della proprie falle commesse. 

Ottenerla sarebbe una vittoria per l’intero Paese, poiché segno di una reale meritocrazia, che si potrebbe dunque manifestare verso ognuno, senza tenere conto del colore della propria pelle o del genere.

Tuttavia, le dinamiche che mi hanno visto coinvolto nell’evento di cui vi parlavo prima sarebbero davvero difficili da attuarsi: il mio sarebbe il primo caso in assoluto in Italia di una Laurea Honoris Causa data per demerito delle istituzioni, una cosa che comporterebbe non solo il dover riconoscere le proprie colpe pubblicamente da parte dello Stato, ma anche frizioni tra i vari atenei, poiché conferire il titolo equivarrebbe a disconoscere le capacità giudiziarie dell’altra.Tuttavia sognare è bello, quello almeno… ci è ancora concesso.

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