Gen 2: Kaoutar Lahniche

Come tutto si può trasformare in un’opportunità

Quella che stai per leggere è una storia caratterizzata da innumerevoli difficoltà – fattore che accomuna la maggior parte di quelle che raccontiamo su questa piattaforma – ma a renderla unica è una grandissima capacità di empatizzazione e di trasformare ogni avversità in un’occasione per connettere persone con problemi comuni e aiutarle non sono a sentirsi meno sole, ma anche ad andare oltre.

Quando è ora di presentarti cosa ti piace raccontare di te?

KL: “Mi piace raccontare di me che sono un’ attivista e alleata di diverse battaglie; infatti sono transfemminista e lotto per tutte le minoranze discriminate: che si tratti di razzismo o omolesbobitransfobia. Il mio pregio più grande, invece, è che so ascoltare chi ne ha bisogno.”

Quando ti chiedono da dove vieni cosa rispondi?

KL: “Rispondo sempre con orgoglio che ho origini marocchine, anche se spesso ha voluto dire essere presa in giro, per non dire bullizzata. Ad esempio quando andavo a scuola mi mettevano da parte dicendo che puzzavo di cammello oppure ridevano di me per le mie difficoltà solo perché per loro non ero italiana.”

 Sai perché abbiamo “coniato” il termine GEN 2? Che ne pensi? Ti ci identifichi?

KL: “Sì, con il termine GEN 2 si intende la seconda generazione, ovvero i figli di immigrati che vivono in Italia dalla nascita. Mi ci rivedo molto nel termine GEN 2 perché anche io sto combattendo una battaglia molto lunga e dura contro la discriminazione sociale.”

C’è qualcosa che le persone sbagliano sempre su di te quando ti incontrano per la prima volta?

KL: “Pensano sempre che sia vanitosa, ma sono soltanto molto insicura e non do subito confidenza. Anni di bullismo – dall’asilo fino alla 5° superiore – mi hanno resa molto molto fragile su alcune cose, ma quando inizio a sentirmi più a mio agio, nessun* mi ferma più.”

Com’è avere una disabilità, un corpo non conforme e un nome “straniero” in Italia?

KL: “Qui posso aprire un lungo discorso. Viviamo in una società dove se sei disabile e in carne vieni automaticamente etichettata come ‘quella da aiutare’ e essere considerata straniera ti mette davanti ad una realtà ancora più brutta. Ad esempio, quando ho finito la scuola nel 2015 gli assistenti sociali mi avevano promesso che mi avrebbero aiutato a trovare un lavoro, sono passati 8 anni e sono sempre ferma nello stesso punto. Poi c’è un altro aspetto, ho sempre combattuto contro i bulli che mi puntavano il dito solo perché sono in carne e che mi dicevano che ero pigra. Quegli stessi bulli li ho ritrovati nel mondo del lavoro tutte le volte che mi è stato detto che non ero di bella presenza.”

Perché la tua disabilità non viene riconosciuta dallo stato e che conseguenze ha sulla tua salute?

KL: “Non ho una disabilità fisica, ma mentale nello specifico ho un ritardo mentale del 50% e perciò non viene riconosciuto dallo Stato, il che mi rende invisibile alle istituzioni, praticamente non esisto.”

C’è abbastanza consapevolezza a riguardo o credi si possa di più?

KL: “Si può fare di più sicuramente sia a scuola che nel mondo del lavoro, perché c’è senza dubbio bisogno di educare al rispetto delle persone non abili, ho subito anche tanto abilismo sia nel mondo del lavoro che nella vita di tutti i giorni.”

C’è qualcosa che sei stanca di sentirti dire? Perché vorresti che la gente smettesse?

KL: “Sono stanca di sentirmi dire diverse cose, ma in particolare ce ne sono due che non sopporto più: che non mi si vuole assumere perché non sono di bella presenza e che non riuscirò mai a fare un determinato lavoro perché ci vuole la testa.”

Qual è il tuo rapporto con i social?

KL: “È un rapporto un po’ conflittuale alcune volte li amo e altri li maledico.  Certo puoi crearti una piccola community, ma allo stesso tempo incroci persone che ti puntano il dito contro basandosi solo su una foto o su uno sfogo che hai scritto e non vanno mai oltre…”

Di cosa vai più fiera?

KL: “Vado fiera di un mio progetto che porto avanti da 3 anni. Si chiama storie di transizione ed è una pagina che aiuta persone transgender a ritrovarsi e a ritrovare un posto dove possono essere loro stesse senza essere giudicate. Non c’è cosa più bella di aiutare chi come me spesso vive ed è invisibile.”

Cosa fai nella vita?

KL:“Per adesso mi dedico all’attivismo e al volontariato a tempo pieno. Lo faccio su vari fronti e sono anche alleata della comunità queer, femminista e ultimamente mi sto dedicando alla body positivity.”

Quello che fai ora è quello che hai sempre voluto fare?

KL:“Sì,sono molto soddisfatta dei progetti che sto portando avanti. Soprattutto vorrei che il mio volontariato e attivismo un giorno diventassero un lavoro a tempo pieno.”

Come ti vedi tra 5 anni?

KL:“Tra 5 anni vorrei vedere i miei progetti realizzati. Uno dei più importanti è aprire una casa rifugio per le persone queer e immigrate.”

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