Gen 2: Joy

Ciao, sono Jessica Joy Di Paola! Tutti mi conoscono come Joy e ho 23 anni. Sono una ragazza italiana, anzi italianissima, come mi piace dire, di origini nigeriane. Sono nata a Napoli ma i miei primissimi ricordi sono in Sicilia, a Palermo.

Quale aspetto di te ti piace di più da raccontare?

Mi piace credere di essere una persona energica e non solo nella misura della voglia di scoprire e vivere le mie giornate, ma proprio nel senso di “vivere di energie” e forse il termine corretto è “vibes”. L’auspicio è che queste siano positive, pronte per essere condivise e trasmesse a chi mi gravita intorno.

Capita anche che siano negative, difficili da far uscire, da intercettare, da sbrogliare. A volte né io e né le mie personalità sappiamo ciò che si cela dietro un fastidio, una sonnolenza, una tristezza, una semplice voglia di non far nulla. Ed ecco, lì, si nasconde, aspetta, acquista potenza e compie la sua metamorfosi in una vibe negativa.

E alla fine mi ritrovo sempre diversa, sempre con nuovi paradigmi da imparare, mi stanca? Sì! Mi piace? Da morire! Anche se a volte penso di non voler essere più come sono! Ma è possibile? Non so!

Al momento, che cosa occupa la maggior parte del tuo tempo? Studio, lavoro… 

Attualmente, sono una studentessa in Studi storico-artistici presso Roma La Sapienza. Sto cercando di dare forma alla mia tesi di laurea che verterà sui nuovi metodi di fruizione museale. Il fine è di creare delle narrazioni visuali che possano essere fonte di arricchimento culturale e che in uguale misura ci aiutino ad aprire ed allargare lo spettro delle nostre emozioni.

Nel frattempo che concludo la mia tesi di laurea, frequento un corso di lingua francese, do ripetizioni a student* del primo liceo e come sport pratico l’acrobatica aerea.

Cosa rispondi alla domanda “da dove vieni?”

A questa domanda rispondo “sono palermitana” o “sono siciliana”.

Palermo è casa per me, sono incredibilmente legata alla mia terra e ho sempre avuto la fortuna di vivere vicino al mare. Il mare ti dona una sensazione che non puoi dimenticare o rimpiazzare, come una calamita che ti richiama a sé. La Sicilia o Palermo non rappresentano però un posto in cui vivrei per la vita, riconosco i limiti di quest’isola e in ogni caso continuo a riporre una cieca speranza in essa.

C’è qualcosa che le persone sbagliano sempre quando parlano di te o quando ti incontrano per la prima volta?

Sì e potrei riassumerlo con la classica domanda: ”Non sei italiana vero?”.

Mi rendo conto di avere uno stile particolare talvolta sopra le righe, non arrivo a comprendere però perché la combo stile, carnagione-etnia debba fare tendenzialmente pensare ad una nazionalità diversa da quella italiana. L’incredulità che colora il volto della gente nel sentire la mia risposta, mi rende incredibilmente fiera e divertita oggi.

Hai mai subito episodi di discriminazione e razzismo? Come hai reagito?

Per me è scontato che certi episodi di razzismo, discriminazione possano presentarsi nella vita di un essere umano che vive in una nazione etnicamente differente. Sono cresciuta in un paesino dell’hinterland palermitano. Nei primi anni di scuola sono stata l’unica ragazza afrodiscendente dell’istituto, così fino alle medie quando siamo magicamente diventati due, così fino al liceo, in cui se la memoria mi assiste eravamo 4 o 5.

Fortunatamente, sono stata cresciuta a pane e amore e al liceo sono riuscita a trovare quel gruppo di amicizie culturalmente, emotivamente sane e motivanti. Questo mi ha permesso di vivere e guardare da un punto di vista molto differente la discriminazione. Ciò non vuol dire che non abbia mai vissuto momenti di sconforto, momenti nei quali desideravo essere nata con un’etnia europea, in cui programmavo gli interventi estetici per modificare quei tratti fisionomici che collegavano il mio essere ad una etnia che non sentivo mia e che vivevo con ostilità.

Gli anni della scuola primaria sono stati molto difficili ma il tempo spesso è galantuomo e mi ha dato gli strumenti per potermi riconciliare con le mie origini, che oggi sono il mio maggior vanto.

Quali sono, secondo te, le maggiori difficoltà che un* ragazz* GEN 2 può incontrare in Italia?

C’è stato un periodo della mia vita in cui non mi sentivo né etnicamente legata all’Italia: per una questione di aspetto, per il fatto che non sapessi parlare il dialetto e che spesso risulta anche un Paese razzista; né tantomeno alla comunità africana: per la quale ero troppo poco istruita sulla cultura, non mangiavo fufu, non parlavo igbo oppure per il semplice fatto che avessi usi e costumi totalmente italiani e questo nella la mia esperienza con la comunità nera che ho conosciuto, viene visto come un sacrilegio e che ti incolla addosso quel epiteto a mio avviso fastidiosissimo di “africana bianca”.

Non sentire di appartenere a niente a nessuno, non avere riferimenti o gruppi con i quali identificarsi anche magari solo in parte o condividere una qualsiasi emozione, energia o esperienza, è la cosa che più mi spaventa non solamente per  i\le\loro ragazz* della GEN2 ma per la totalità degli individui.

Il senso di appartenenza, identificazione è endemico nell’essere umano, a mio personalissimo avviso. Credo fortemente nell’idea dell’essere umano come animale sociale, io esisto e mi definisco con tutte le mie caratteristiche, particolarità e differenze in funzione della mia famiglia, della mia cerchia amicale, della società in cui vivo, che mi piaccia o meno.

Domanda di rito: come ti vedi tra 5 anni? Quali sono i tuoi progetti futuri?

Tra 5 anni non so proprio come mi vedo e tendenzialmente non voglio neanche pensarci, il mio motto oggi è “Piano, piano”.

Un motto non del tutto in linea a una società che spinge nel fare tanto e vive di aspettative che però quando vengono disattese ci si logora dentro. Io, al contrario, cerco di fare ogni giorno solo quello che mi piace, di prendere tutto quello che la vita mi dà, di espandere i momenti di felicità e di resistere a quelli incredibilmente negativi.

Mi auguro di mettere appunto questo aspetto e magari trovare equilibri e paradigmi sempre meno variabili.

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