Gen 2: Anamaria Ioana Radu

Se sapete di essere talentuosi, appassionati, forti e carismatici, credeteci: lanciatevi nei vostri sogni e progetti, poi il tiro si aggiusta in corsa.

Creative Editor nel mondo della moda, studentessa di Lettere Moderne e giornalismo e modella: Anamaria Ioana Radu è talentuosa, versatile e piena di sogni nel cassetto.

Ciao Anamaria, presentati e raccontaci com’è iniziata la tua carriera nella moda.

Anamaria: Anamaria Ioana Radu, 25 anni, nata in Romania, vivo in Italia da 20.

Già fin dall’infanzia alcune agenzie di moda mi proponevano lavori da modella, ma non ho mai accettato; in primis perché la mia famiglia mi ha sempre protetta da questo mondo, ed entrarci così presto sarebbe stato chiaramente prematuro; in secundis perché il mio sogno non era fare la modella, ma sarebbe stato aprire una rivista tutta mia (ed effettivamente in uno scatolone avevo tutti ritagli di Vogue, Vanity Fair o altri Magazine con cui avevo assemblato shooting e critiche di moda).

Cosa è successo dopo? Praticamente la stessa identica dinamica.

Verso i 18 anni un fotografo, Emanuele Tetto, è riuscito a convincermi a fare una prova shooting e da lì non ci siamo più separati. Attualmente è il mio socio. Dall’uscita di quello shooting numerose agenzie mi hanno richiesta, ho lavorato parecchio devo dire, sia con shooting che catwalk ma il mio sogno restava dentro quello scatolone sotto al letto. Allora ho colto l’occasione: ho rubato con gli occhi il mestiere di chi mi circondava, le dinamiche dei set, delle luci, dei brand, delle copertine… ed eccomi qui ad essere Creative Editor.

Ho studiato moda? No. Lettere moderne alla Sapienza e giornalismo alla statale di Milano. Come conosco alcune dinamiche estetiche e teoriche? Grazie all’esperienza di modella.

Quando ti chiedono da dove vieni cosa rispondi?

Anamaria: Durante l’infanzia omettevo le mie origini dell’est, per vergogna e perché vedevo i maestri delle elementari prendere più in considerazione i bambini italiani rispetto a quelli stranieri. Crescendo ho capito il valore della mia identità e delle mie origini che mi caratterizzano anche nella forma mentale e professionale dei progetti. Quindi alla domanda “da dove vieni?”, la risposta è “est Europa, Romania”.

C’è qualcosa che le persone sbagliano sempre su di te quando ti incontrano per la prima volta?

Lavorando nel mondo della moda è facile dare l’impressione di una persona “superficiale”, “poco umile” o “troppo ambiziosa”, e capisco che possa essere questa l’etichetta a cui mi associano. Ma devo dire che ogni persona con cui ho lavorato si è ricreduta, se non “innamorata” del mio “personaggio”. Sì, sono molto rigida e puntigliosa e sincera, ma so assolutamente valorizzare e capire chi ho di fronte.

Quali difficoltà hai incontrato/stai incontrando nel tuo percorso?

Anamaria: Realizzarsi in questo mondo è difficile perché è già stracolmo di personaggi realizzati ed amati.

È facile passare inosservati, soprattutto laddove il “cognome” viene prima della meritocrazia. Cerco di non imitare mai “i grandi del settore”, di trovare una mia policy e identità unica, e passo dopo passo, con tanta pazienza e forza, gli obiettivi si raggiungono.

Come è nata l’idea per il tuo editoriale?

Anamaria: Devo essere sincera: sono stata contattata direttamente dalla proprietaria di quest’agenzia che mi ha poggiato sul palmo della mano il seme di questo progetto bomba, “l’MPERFETTA”. Ero scettica inizialmente. Conoscendo l’industria della moda trovo che l’inclusione a cui in molti aspirano sia un’utopia, ma per semplici ragioni economiche (costa di più produrre una collezione taglia 44 piuttosto che una 36/38), di rango (pensiamo alle scuole di moda che tutti consigliano: super stellati con rette stellari) e realistiche (la moda regala un sogno, se fosse accessibile a tutti rimarrebbe tale?). Queste sono le mie riflessioni, ma quando ho capito che il progetto aveva uno scopo sociale ho subito accettato. Volevamo trasmettere l’idea di gruppo, di una coralità che insieme resiste e contrasta ogni difficoltà… ma la parte a cui tengo maggiormente sono gli scatti singoli. Li ho costruiti uno per uno, basandomi sulla biografia delle ragazze, cercando di non creare uno scatto invadente o troppo esplicito e poco rispettoso, bensì uno alla cui base c’è dell’arte. Il risultato? Assurdo. Meraviglioso.

Il tuo editoriale rappresenta un punto di svolta nella tua vita professionale? Se sì, come?

Anamaria: È sicuramente un tassello che, aggiunto agli altri, può contestualizzare quello che è il mio profilo da Editor. Magari tra un po’ di tempo riuscirò a dirvi se la svolta è avvenuta!

Cosa rende unico il tuo editoriale?

Anamaria: A rendere unico il mio editoriale è il fine per cui è nato. Mi spiego meglio: è chiaro che le modelle stesse rappresentano ognuna una loro unicità, una loro particolarità, ma di certo non è la prima volta che le vediamo su set fotografici o come testimonial per noti marchi.

L’unicità del progetto editoriale “I’MPERFETTA”, è il suo scopo sociale: non a fine di marketing o di vendita infatti nessun collaboratore o brand è stato pagato o ci ha pagato. È anche il suo scopo umano, di raccontare attraverso uno scatto la potenza della diversità e cercare di infondere coraggio a chi sta combattendo una di queste battaglie.

Parlando di moda, quali pensi che siano i migliori esempi di inclusività?

Anamaria: Questo discorso è così ampio. Partiamo dal presupposto che l’inclusività è un discorso di appartenenza sociale, di genere, di disabilità e di corpo. Inziamo da quest’ultimo. La scelta delle modelle, dei corpi adatte alle passerelle, sono affidate a delle aziende che riescono a vincere un appalto, che successivamente avviano dei casting per le catwalk destinati ad essere super affollati da modelli rappresentati da importanti agenzie nazionali ed internazionali. Tutti possiamo immaginare le misure richieste: un massimo di 90-60-90 (90cm di fianchi, 60 cm di vita e 90 cm di torace), ed effettivamente il 99 per cento delle agenzie riesce a soddisfarne la domanda.

Un’agenzia di modelle e modelli che non pone limiti di alcun tipo? IMPERFETTAPROJECT, gestita da Carlotta Giancane. Perché ammettiamolo, non ci basta il compitino della “Body Positivity” (nella moda la curvy è una 42-44) alle fashion week, che fa sfilare figlie “morbide” di note star per chiudere gli show (Ashley Graham, Precious Lee, Paloma Elsesser o Alva Claire). E soprattutto ricordiamoci che la vera integrazione non sta solo ai due estremi “magre-over”.

Restando in tema Fashion Week trovo che Moncler si sia reso partecipe di due tipi di inclusività: ha costruito uno show a porte aperte, e dunque accessibile a chiunque, ed utilizzando 150 persone (modelli professionisti e non) per realizzare un’immensa coreografia notturna in total white. La pecca? Forse un concetto di “massa” troppo esplicito.

Ma spostiamoci a delle realtà più piccole: mi sento di consigliare marchi come “Elena Mirò”, “Datì spose di Tiziana e Daniela”, “Lucia Spagnoli”, “Violeta by Mango” ed alcune linee di MaxMara: questi marchi abbracciano ogni tipo di taglia e disabilità.

Pensi, quindi, che la moda sia un settore economico pienamente inclusivo?

Anamaria: Credo che la risposta sia quasi scontata.

La moda è un ambiente esclusivo in tutti i sensi: crea un élite (il 3% della popolazione ha libero accesso) ma per assurdo è alimentato dalla massa.

Approfondiamo. Pensiamo ai grandi nomi, ai grandi marchi che vendono prodotti a prezzi stratosferici per cui un adolescente comune sarebbe disposto a fare di tutto per averli. La motivazione? Sentirsi parte di quel 3%. Allora eccoci a mettere da parte 800 euro per una cinta o per un portafoglio brandizzato. Ed indovinate un po’, quali sono i prodotti che tengono in piedi le capanne di Gucci, Balenciaga, Valentino o Dior? Cinture, portafogli e profumi.

Un altro punto ci tengo a sottolineare. Mi si potrebbe dire: okay, ma la qualità di una camicia di seta di Balmain è diversa da qualsiasi altra. Ne siamo sicuri? Per acquistare abbigliamento o accessori di qualità non serve arrivare a cifre a tre zeri (mercato vintage). Prezzi del genere non sono neanche più giustificati dalla “mano d’opera”; solo Fendi e Valentino fanno ancora riferimento alle “nonne sarte italiane” per la realizzazione delle loro collezioni, gli altri neanche producono più in Italia.

Quindi, per ricollegarci al discorso precedente, cosa si innesca nella mente di un ragazzo che non riesce ad acquistare un determinato capo d’abbigliamento? Insoddisfazione ed inadattamento, senso di non omologazione che culmina nel “rateizzare” pagamenti di borse o scarpe di lusso, o si lancia nelle copie che troviamo nel fast fashion appoggiando un mercato di cui tutti ne conosciamo la portata, o addirittura affidandosi al mercato nero di merce rubata o contraffatta. Tutto questo per cosa? Per il famoso 3%.

Ora, il mercato della moda non è economicamente inclusivo neanche per chi ci lavora dentro.

Purtroppo non esiste uno “stipendio mensile”, le retribuzioni possono variare da cifre a 3 o 4 zeri al mese per poi arrivare a periodi morti. Se vi capiterà di parlare con modelle, designer, stylist, art director o fotografi (non parlo di nomi noti e riconoscibili), ognuno di loro vi potrà confermare di avere un lavoro che fa da piano B, che garantisca loro un’entrata fissa.

Cosa significa far partire un progetto di questo tipo in Italia?

Anamaria: La difficoltà non la nego. Rispetto a qualsiasi altro paese europeo, far nascere un’impresa di questo tipo in Italia è veramente arduo. I fattori sono molteplici.

Burocraticamente e finanziariamente parlando, in Italia l’iter da seguire per ottenere del sostegno economico dallo stato, oltre ad essere complesso, è anche lungo, soprattutto quando non sei un colosso ma un giovane imprenditore.

Sì, l’Italia è il paese della moda, la creatività italiana esiste, ma esiste nelle piccole imprese, nei piccoli artigiani, nelle aziende a conduzione famigliare, che però stanno subendo una fortissima battuta d’arresto negli ultimi anni. E se continuiamo a sostenere un mercato dettato dal fast fashion, da colossi cinesi e americani, possiamo immaginare la fine del piccolo artigiano.

La stessa realtà da cui io provengo è minuscola. Considerate che il paesino in cui sono cresciuta – Cantalupo in Sabina, Rieti – ha 1.600 abitanti, ora quante di queste persone credete che possano aver realizzato i propri progetti restando ancorati a questo piccolo borgo? Quanti giovani dal sud Italia si trovano a doversi trasferire al nord, pagando affitti folli, per cercare di realizzare i propri sogni altrove, in quanto impossibilitati a farlo nel territorio natìo?

La mia fortuna è quella di essermi sempre sentita fuori luogo da ogni contesto e, paradossalmente, adatta ovunque e pronta a realizzarmi da capo in Italia o in un altro paese europeo o del mondo. Un animo bohemien aiuta.

È strano come ancora ad oggi si richieda forza, coraggio, personalità ed unicità, ma la risposta che ci viene data è l’omologazione.

Dove ti vedi tra 5 anni?

Anamaria: Di ogni scelta che faccio nel presente, ne immagino la risonanza futura. Ma poi per ogni conquista fatta, ne immagino subito la successiva. Quindi chissà… oggi vi posso dire che il mio sogno sarebbe quello di progettare la copertina di un grande magazine, aiutare i miei collaboratori a raggiungere il più grande dei loro successi, e soprattutto riuscire ad essere un esempio di redenzione per i ragazzi dell’est Europa che provengono da realtà difficili, in particolare da case famiglie ed orfanotrofi.

Lascia un consiglio ad altr* giovan* imprenditor*

Anamaria: Non lasciare il sogno del cassetto ma prendilo per mano. La passione sta alla base di ogni tipo di progetto. Le difficoltà sono tantissime, sarebbe da falsi dire il contrario. Ma se sapete di essere talentuosi, appassionati, forti e carismatici, credeteci: lanciatevi nei vostri sogni e progetti, poi il tiro si aggiusta in corsa. Cogliete ogni occasione.

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