Che cos’è il fast fashion e perché è importante parlarne

Ma che cos’è esattamente il fast fashion? Scopriamone il significato e la storia.

L’Oxford Languages descrive il termine fast fashion, letteralmente “moda veloce”, in questa maniera:

“Settore dell’industria dell’abbigliamento che produce collezioni ispirate all’alta moda ma messe in vendita a prezzi contenuti e rinnovate in tempi brevissimi”.

Se da una parte il termine indica l’atteggiamento delle aziende di produrre capi di abbigliamento alla moda in tempi rapidi e a basso costo, dall’altra descrive anche il modo in cui noi consumatori ci comportiamo rispetto a questa tendenza. Acquistiamo velocemente e impulsivamente capi che indosseremo una volta nella vita o che, nei peggiori dei casi, dimenticheremo nel buio profondo del nostro armadio.

Vent’anni fa le nostre abitudini di acquisto erano lontane da questa realtà e la produzione di abbigliamento era limitata a due collezioni all’anno: primavera/estate e autunno/inverno. Tutto è cambiato a partire dagli anni ‘80 quando è iniziata gradualmente la tendenza a produrre maggiori collezioni durante l’anno. Negli anni 2000 poi c’è stata la grande esplosione e il passaggio a 52 collezioni all’anno che equivalgono all’uscita di una nuova collezione ogni settimana. L’aumento della produzione è stato possibile grazie al trasferimento delle fabbriche nei paesi in via di sviluppo, dove i costi delle materie prime e della manodopera sono più vantaggiosi rispetto alla produzione locale. L’insieme di questi fattori ha reso dunque possibile la realizzazione rapida e a prezzi contenuti di vari capi di abbigliamento.

Il fast fashion ha un forte impatto (negativo) sociale e ambientale 

Uno dei pochissimi meriti che va riconosciuto all’industria del fast fashion è quello di aver sicuramente reso la moda accessibile. I costi “contenuti” di produzione hanno reso la moda democratica e alla portata di tutt* sia per i prezzi bassi e sia per la varietà di design proposte. Oggi si ha la possibilità di seguire le tendenze senza dover spendere centinaia e migliaia di euro e sentirsi adeguat* in tutti i contesti. Ma a quale costo?

È qui, infatti, che finiscono le lodi a questo settore di abbigliamento.

Dietro al prezzo basso e alla dicitura “MADE IN BANGLADESH” o “MADE IN VIETNAM” esiste una persona sottopagata che lavora infinite ore in pessime condizioni, priva di diritti e di tutele. Siamo così attratti dalla convenienza economica che quasi ignoriamo totalmente questo aspetto ingiusto.

Prima del crollo del Rana Plaza di Savar nel 2013, edificio in Bangladesh che ospitava diverse filiere fast fashion, non eravamo del tutto consapevoli di questa cruda realtà o, peggio, fingevamo di non sapere. Nel caso del disastro del Rana Plaza, i lavoratori sono stati costretti a tornare al lavoro il giorno dopo l’ordine di evacuazione dell’edificio per via della presenza di crepe che ne comprometteva la sicurezza. I dirigenti delle filiere avevano però minacciato i propri dipendenti con la trattenuta dello stipendio mensile nel caso in cui non si fossero (ri)presentati a lavoro il giorno successivo. L’edificio crollò proprio nella mattina della giornata di rientro causando migliaia di feriti e morti.

Mentre dal punto di vista ambientale, l’impatto negativo è monumentale soprattutto verso le risorse idriche. Il cotone è la materia prima più usata per la produzione tessile e per crescere necessita di grandi quantità di acqua. Inoltre, per proteggere la coltivazione dagli insetti e parassiti si fa uso di sostanze chimiche. L’utilizzo di queste sostanze, purtroppo, è inevitabile vista la grande e la veloce richiesta di cotone da parte delle industrie tessili che devono appunto provvedere a 52 collezioni all’anno.

Queste condizioni innescano un circolo vizioso pericoloso per gli agricoltori che respirano e sono in contatto con queste sostanze nocive alla salute; i lavoratori che si trovano a lavorare diverse ore al giorno questi materiali non adeguatamente trattati  e  noi consumatori, visto che questi tessuti entrano a contatto con la nostra pelle.

Un altro elemento di inquinamento sta proprio nella decisione di decentrare la produzione nei paesi poveri o in via di sviluppo. Questa scelta non dipende esclusivamente dalla manodopera a basso costo. A influenzare sono anche le scarse regolamentazioni sulla gestione delle sostanze di scarto e dei rifiuti e la quasi totale mancanza di politiche di protezione del lavoratore.

Il settore della moda è tra le industrie più inquinanti dopo l’estrazione del petrolio. È un’industria che consuma tanto in risorse e in energie oltre che emanare nell’aria e nelle acque scarti tossici. Il documentario, The True Cost, spiega in maniera esaustiva l’industria fast fashion e i suoi impatti nelle nostre vite ma illustra anche il nostro comportamento all’interno di questa realtà.

E i brand di lusso sono fast fashion?

La Milano Fashion Week 2022 si sta proprio svolgendo in questi giorni e in maniera spontanea ci domandiamo “Ma l’haute couture è fast fashion?”. In base alla definizione dell’Oxford Languages i brand di lusso e dell’alta moda non sono fast fashion.

Quest’ultimi, infatti, come anche quelli legati al mondo dello sport sono la fonte di ispirazione della fast fashion, dunque mantengono il loro status e non possono essere definiti tali.

Ma nulla toglie che anche loro usino degli escamotage per risparmiare sulla produzione. Essendo però dei brand rinomati di un certo calibro, la nostra speranza è che abbiano delle politiche e tutele migliori nei confronti dei propri lavoratori e della salvaguardia del pianeta (anche se sappiamo non essere spesso così).

In generale, dato che l’economia è spinta dalla mentalità “risparmiare per guadagnare di più”, le multinazionali decidono di stabilire la produzione dove conviene a livello economico per poter rivendere il prodotto ad un prezzo esageratamente superiore rispetto ai costi effettivi di produzione, mentre il fast fashion risparmia sulla manodopera e sui materiali per vendere a prezzi competitivi.

Ma allora è possibile evitare il fast fashion?

Al giorno d’oggi siamo tutt* consapevoli delle diverse problematiche presenti nella nostra società e in tutt* c’è la volontà e il desiderio di fare scelte più responsabili.

Evitare acquisti fast fashion non è semplice in quanto alla fine della giornata ognuno di noi si fa i conti in tasca ed è quasi difficile non optare per questa tipologia di brand. Acquistare fast fashion non è sbagliato se fatto con criterio e consapevolezza mentre lo è se fatto senza motivo e in maniera impulsiva.

Oggi molti brand promuovono diverse iniziative di sostenibilità come il ritiro dell’usato o la possibilità dell’acquisto di capi di seconda mano oppure il noleggio. Nelle città e nelle realtà più piccole esistono diversi negozi dove poter vendere e acquistare capi di abbigliamento usato. La chiave, come ogni cosa nella vita, è trovare il giusto equilibrio. Cerchiamo di essere proattivi chiedendo ai brand di cambiare il loro processo di produzione e di tutelare i propri lavoratori ma soprattutto informarsi bene sulle politiche dietro un marchio prima di fare un acquisto.

Per concludere, condividiamo alcuni consigli per non cadere in acquisti impulsivi che alimentano le zone grigie del fast fashion:

  1. evitare di comprare nuovi vestiti ogni volta che si è invitati ad una festa o evento. Va bene utilizzare un vestito indossato in un’altra occasione oppure chiedere in prestito ad amici;

  2. aspettare almeno 24 – 48h prima di comprare quando si ha l’impulso di fare un acquisto;

  3. valutare i mercatini dell’usato e capi di seconda mano;

  4. riciclo creativo dei propri vestiti. Ad esempio trasformare un pantalone in un paio di pantaloncini corti;

  5. informarsi sui metodi di vendita e marketing perché spesso veniamo principalmente ingannati dalle strategie di marketing che inducono a fare più acquisti.

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