Designer da tenere d’occhio durante il Salone del Mobile

Entrambe membre di un duo il cui lavoro racconta storie straordinarie.

Cara Judd di origine sudafricana e Joy Herro di origine libanese sono rispettivamente metà del duo di designer Cara/Davide e The Great Designer Disaster, entrambe portano nel loro lavoro ricercatezza, un bagaglio culturale unico e tanta voglia di innovazione. E noi di Colory* ci siamo fatte raccontare tutti i dettagli e cosa propongono a questa edizione del Salone del Mobile.

CARA/DAVIDE

Foto di Davide di Tria

Foto di Davide di Tria

Quando hai capito che volevi diventare un designer?

Cara: “In una fase abbastanza precoce, forse intorno ai 14 anni, sapevo di voler lavorare in un campo creativo. Le mie opzioni allora erano la fotografia o l’interior design, così ho iniziato a studiare quest’ultima e ho avuto la conferma che era la mia passione.  Così mi si sono poi aperte le porte al design del prodotto e successivamente al design da collezione. È stato un lungo percorso per capire dove e come volevo lavorare, e probabilmente sarà in continua evoluzione, ma oggi sono felice di lavorare come uno studio multidisciplinare.”

Come siete diventat* un duo?

C: “Io e Davide ci siamo conosciuti durante i nostri studi a Milano e spesso abbiamo collaborato a vari progetti personali, quindi è stato un processo naturale decidere di lavorare insieme in duo. Le nostre diverse culture alimentano il lavoro e la ricerca che facciamo oggi come studio.”

Qual è l’idea centrale e la principale ispirazione dietro al vostro lavoro?

C: “Siamo interessati ad esplorare diversi materiali e metodi di produzione legati al materiale e al suo contesto o territorio. Lavorare con gli artigiani ci permette di lavorare con una varietà di materiali e il dialogo che stabiliamo con loro diventa parte fondamentale dei nostri progetti.”

Quanto è influenzata la vostra spinta creativa da ciò che vi circonda?

C: “È un’enorme forza trainante nel nostro lavoro. Alcuni dei nostri lavori, infatti, fanno specifico riferimento al contesto in cui sono stati realizzati, come la nostra collezione Territorio e la collezione Ondulato. L’idea era di lavorare in un modo molto locale, rispondendo al nostro ambiente immediato e usando materiali e forme iconiche per esprimerlo.”

Finora qual è il momento clou della vostra carriera di cui siete più orgoglios*? 

C: “Abbiamo fondato il nostro studio nel 2016 e l’opera più simbolica fino ad oggi è la nostra Collezione Territorio che abbiamo presentato nel 2018. Attraverso il suo materiale, la geometria e il processo produttivo, parla del punto di incontro tra le nostre due culture, approcci e ambienti.”

Raccontaci cosa portate al Salone del Mobile.

C: “Presentiamo tre nuovi pezzi durante il Salone Del Mobile. Archivio, in collaborazione con Mille997, progettato per l’asta di design CTMP a Cambi Aste curata da Mr. Lawrence. Presentiamo una seconda versione di Archivio in Viola Calacatta per la mostra, “Rick Owens in dialog with Emerging Italian Designer”, e infine, Fucina, una piccola ciotola stampata in un filamento a base di legno, prodotta in collaborazione con Zooi Fucina per l’ID-exe exhibition.”

Come trovi il settore in termini di inclusività? 

C: “Non credo che ci siamo ancora, ma stiamo sicuramente assistendo a un processo di apertura all’inclusione nell’industria. Sono molto felice di vedere più nazionalità e culture diventare più importanti e anche nuovi mezzi di produzione. L’industria del design sta iniziando a essere meno dominata dai grandi marchi e i design e gli artisti indipendenti stanno trovando un nuovo spazio nel design da collezione.”

È difficile farcela come designer appartenente a una minoranza etnica?

C: “Vivendo in Italia e lavorando tra collezionismo, interior e product design, non abbiamo trovato limiti come studio. In effetti, c’è stato un particolare interesse per il nostro studio interculturale e la mia eredità sudafricana. Ad esempio, la nostra collezione Territorio descrive questo incrocio culturale ed è stata progettata per una mostra sul design e la fotografia africani chiamata Africa Africa.”

Come vedi il settore cambiare nei prossimi anni?

C: “Con l’industria del design che diventa più internazionale e più accessibile, i designer indipendenti di tutto il mondo hanno più spazio nel mercato e non hanno più bisogno di dipendere dai grandi marchi per emergere. C’è anche l’interesse a scoprire nuovi designer, nuovi materiali e opere più personali e ricercate. Anche questo è indice di un approccio più inclusivo da parte del mercato.”

The Great Design Disaster

Schermata 2021-09-09 alle 12.21.10.pngQuando hai capito che volevi diventare un designer?

Joy: “Quando ho deciso di non voler diventare una medica.”

Come siete diventati un duo?

J: “In qualità di consulente di fiducia, Gregory ha sempre accompagnato i suoi clienti privati in gallerie e mostre internazionali di arte e design. Il fatto che l’arte abbia superato commercialmente il design – nonostante i pezzi di design richiedano a volte più know-how e processo scientifico – ci ha dato l’idea di sfidare i collezionisti, che possono acquistare buona arte e design, a crearne uno. Quella missione rallenterebbe l’azione di raccolta e li aiuterebbe ad apprezzare l’intero processo e i pezzi che stanno acquisendo.”

Qual è l’idea centrale e la principale ispirazione dietro al vostro lavoro?

J: “Lo scopo di TGDD è quello di liberarsi dalle tendenze tradizionali del mercato del design contemporaneo che si basa su un atto voyeuristico in cui designer e artigiani mostrano le loro creazioni e i collezionisti acquistano passivamente. TGDD è un nuovo mercato basato sulle creazioni più che sullo shopping, dove il collezionista è pronto a fare un passo in più e ad essere coinvolto nel processo di creazione e produzione. Il prodotto creato è il risultato delle visioni e delle azioni delle figure: collezionisti, artigiani e agenti TGDD.”

Quanto è influenzata la tua spinta creativa da ciò che ti circonda?

J: “Per niente, va completamente nella direzione opposta.”

Finora qual è il momento clou della tua carriera di cui sei più orgogliosa? 

J:“Dati i miei 10 anni di percorso multidisciplinare, è sempre stato emozionante districarsi tra l’essere interior designer, product designer, gallerista e ora produttore. Correre il rischio di introdurre un nuovo modello dell’esperienza del design da collezione è il risultato del mio approccio.”

Raccontaci cosa porterete al “Salone Del Mobile”.

J: “Il concept espositivo Empty Room di TGDD invita i visitatori a dare libero sfogo alla loro immaginazione e ad esprimere desideri violenti. Il layout è diventato chiaro solo dopo una notevole lotta da parte dell’azienda dedicata al design su misura e alla creazione di un milione di design piuttosto che vendere un buon design un milione di volte.”

Come trovi il settore in termini di inclusività? È stato raggiunto o non ancora? 

J: “Lo stereotipo diventa molto noioso nel nostro campo. Sei accattivante solo quando sei diverso.”

 È difficile farcela come designer appartenente a una minoranza etnica?

J: “Oggi, l’immaginazione e la sua concretizzazione sono più influenti di ogni altra cosa. Questo ci porterà a una società completamente nuova, più cooperativa e meno discriminatoria.”

Come vedi il settore cambiare nei prossimi anni?

J: “Credo proprio che le menti  più intraprendenti prenderanno il sopravvento.”

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