COLORY* x La Mia Milano

Abbiamo incontrato due dei protagonisti de “La Mia Milano”, il nuovo film italiano che racconta la storia di due ragazzi GEN 2 alle prese con razzismo sistemico e police brutality.

Raccontateci brevemente il vostro percorso professionale che vi ha portato a recitare in “La Mia Milano”.

Marlon: È stato un percorso lungo, fatto di successi e fallimenti.

I fallimenti mi hanno fatto andare avanti e aiutato a perseverare sulla mia strada: fare l’attore. L’opportunità di recitare in “La Mia Milano” è arrivata per caso. Ero in attesa di una risposta per un altro casting che non arrivò, ma arrivò “La Mia Milano”. Mi sono fatto raccontare il progetto e in meno di due ore dalla telefonata con il mio manager ero al luogo del casting.

La cosa che mi ha colpito del progetto di “La Mia Milano” è stata la ricerca della normalità e naturalezza davanti alla telecamera. La regista Nadia Ali era alla ricerca di attori alle prime esperienze ed attori già formati che fossero in grado di togliere “qualcosa” dalla propria performance come usare la propria cadenza linguistica e non coprire le imperfezioni.

Questo modo di lavorare mi ha catturato subito. Ho recitato come se fossero le mie esperienze e mi sono trovato anche in circostanze in cui è stata realmente la prima volta. È stato speciale ed emozionante.

Ansoumane: Il cortometraggio è stata la mia prima esperienza come attore. Ho sempre sognato di prendere parte ad un film e sognavo di diventare come Will Smith nella serie “Il Principe di Bel Air.

Ho iniziato questo percorso, facendo video di monologhi e POV (Point of View), per poi prendere lezioni di teatro online durante la pandemia, però ahimè per poco tempo, perché non avevo disponibilità economiche.

Successivamente, è arrivato questo casting per il cortometraggio e mi sono fiondato subito. Appena ho letto il copione, ho capito subito che il personaggio e il progetto rispecchiano molto chi sono e quello che ho sempre vissuto e vivo tuttora.

E per mia fortuna sono riuscito a farla mia e sono stato preso per la parte.

Presenta brevemente il tuo personaggio in “La Mia Milano” e racconta un aspetto, se c’è, che vi accomuna.

Ansoumane: Il mio personaggio si chiama Paco. Paco è un ragazzo abbastanza riservato, ma con una voglia immensa di vivere e godersi la vita. È di poche parole ma sono parole con un certo peso e valore. Io e lui siamo molto simili su questo aspetto. Mi piace che dica sempre quello che pensa e crede. Anche io sono così: dico sempre quello che penso e faccio sempre valere ciò che credo rispettando però sempre le opinioni altrui. Penso proprio che Paco sia me con un altro nome.

Marlon: Interpreto Armando, un giovane rider che ama la libertà. Armando fa un lavoro che non ama, ma che per forza di cose deve fare se vuole sopravvivere nella giungla di Milano e realizzare i propri sogni.

È il classico ragazzo di quartiere: musica, compagnia, serate e con una voglia sovrumana di spaccare il mondo e di trovare la propria strada. E come lui stesso ammette, non ha niente di speciale rispetto agli altri, è uno dei tanti. Ecco questo aspetto, accomuna me e Armando: persone comuni che lottano per i propri sogni. Infatti, la mia frase preferita e che mi ripeto ogni giorno è: “attore come tanti, persona comune come pochi”. Questi sono Marlon e Armando.

Quali sono state le difficoltà incontrate nell’interpretare il tuo personaggio?

Marlon: Le difficoltà sono state tante… troppe. Io e il mio personaggio, Armando, siamo come sole e luna. La Milano di Armando non è quella mia. Il razzismo raccontato nel cortometraggio non posso dire di averlo vissuto sulla mia pelle. Il razzismo l’ho vissuto una volta sul lavoro mentre nella vita privata non mi è capitato. Le vicende vissute da Armando non le ho mai provate direttamente. Lui è appassionato di basket e io no. Lui consuma cannabis e io non l’ho mai provata. E fortunatamente, nessun mio amico è stato arrestato per poi non fare più ritorno.

È stato difficile interpretare esperienze di vita che non ho mai vissuto in prima persona, ma mi ha fatto crescere ed aprire gli occhi. Vedo i problemi che tutti noi, persone razzializzate, dobbiamo subire. Dico dobbiamo perché il dolore che sta vivendo la mia pelle, lo sento veramente mio. Anche se indirettamente soffro per quello che ci sta succedendo e combatto, nel mio piccolo, per noi.

Vedo quanto essere neri tolga opportunità, ma tutto questo un giorno cambierà. Un giorno avere attori, dottori, politici e insegnanti neri non sarà più un’utopia. Ma soprattutto basterà dire “sono italiano” senza specificare afrodiscendente e/o GEN 2.

Ringrazio Armando per avermi mostrato la realtà, grazie.

Ansoumane: Penso di non aver avuto tante difficoltà ad interpretare il personaggio perché mi rispecchio molto in Paco. Siamo simili di carattere e per questo credo sia stato facile immedesimarmi nella sua vita, nel contesto e poi ho vissuto situazioni alquanto simili alle sue.

Com’è stato recitare e vivere questa esperienza con altr* ragazz* GEN 2?

Ansoumane: Per me questa è stata la mia prima esperienza come attore e prendere parte a questo cortometraggio con gli altri ragazzi è stata un’emozione direi unica.

Sono de* ragazz* fantastic* e molt* di loro come me erano alla loro prima esperienza, ma ci siamo trovati tutt* subito benissimo e con molta voglia di fare. È stato facile entrare in sintonia sul set ed è una cosa fondamentale per creare e dare veridicità al film.

Ci siamo infatti dati un po’ tutt* una mano, poi con l’aiuto di Marlon, attore con molta più esperienza di noi, è stato più semplice rimanere concentrat* e focalizzat*, aspetti non semplici da mantenere  in questo ambito.

Marlon: È stato bellissimo recitare e vivere questa esperienza con gli altr* ragazz* ma soprattutto vedere lo stupore di chi è alla prima esperienza. Erano ammaliat* da ogni particolare del set e sono tornato indietro ai tempi di Hip Hop Hurrà su Disney Channel a 15 anni, magico!

Che lezioni di vita avete tratto dall’esperienza del cortometraggio?

Marlon: Tante. Ho aperto ancor di più gli occhi sui problemi che circondano il nostro essere african/afrodiscendenti in Italia o italian* di altre culture. Fare l’attore è bellissimo soprattutto perché puoi immedesimarti in vite parallele alla tua ed intraprendere strade che mai avresti potuto pensare di percorrere. Ogni parte, ogni singolo ruolo ti porta qualcosa di indelebile.

“La Mia Milano” ed Armando mi hanno portato tanto e me lo tengo stretto.

Ansoumane: Prendere parte a questo corto è stato un mix di emozioni: felicità, gioia, tristezza e consapevolezza. Felicità, per aver realizzato uno dei miei sogni, quello di prender parte in un film come attore. Gioia, perché potevo raccontare e far vedere quello che la gente ha sempre mascherato. Tristezza, perché ahimè è un tema che ancora vivo e viviamo tutti i giorni. Infine, consapevolezza del fatto che il tema toccato è una questione importante e forte.

Attraverso il cortometraggio ho maturato quanto l’Italia sia ancora molto indietro su certe questioni e siamo quasi nel 2023. Il razzismo continua ancora ad essere un tema delicato e, purtroppo, ce n’è ancora tanto. Spesso nascosto dalla frase: “non sono razzista ma…” e in Italia tutto questo non ha il giusto peso.

Com’è stato per voi crescere in Italia come italian* di seconda generazione?

Ansoumane: Crescere in Italia, come un ragazzo nero italiano di seconda generazione, non è stato e non è ancora facile. Per quanto una persona di un’altra etnia possa nascere o crescere in Italia, non sarà mai facile e non sarà mai riconosciuto come italiano. Nel film Paco dice una frase molto forte: “sono ITALIANO”. Questa frase purtroppo in Italia detta da un ragazzo di seconda generazione non è ancora ben vista e accettata. Vedi ad esempio il caso della pallavolista Paola Egonu, schernita ed insultata sul fatto di essere italiana.

Marlon: Sono arrivato in Italia a 5 anni. Sono nato in Angola, da genitori angolani, e non mi identifico GEN 2. Sono africano, angolano e sono fiero di questo. Personalmente, non mi piace essere etichettato perché creando queste definizioni penso che ci autoescludiamo dal resto. Penso che basti dire “sono italiano” o “sono x nazionalità”. Le etichette potrebbero confondere e magari non tutti saprebbero definire quell’etichetta assegnata.

Pensi che con questo lavoro ci sarà più consapevolezza della realtà che *l* GEN 2 vivono nella loro quotidianità?

Ansoumane: Penso e spero con tutto il cuore che questo cortometraggio abbia aperto un pochino di più gli occhi riguardo a ciò che ci circonda e viviamo quotidianamente. Credo che molte volte la questione venga un pochino mascherata. Penso che il tema sia noto a tutti, perché la gente vede e conosce, ma la questione viene vista con troppa leggerezza.

Marlon: Un cortometraggio non può cambiare completamente la realtà in cui viviamo, ma è sicuramente un primo passo. “La Mia Milano” può sensibilizzare ma non cambiare i problemi sugli stereotipi e il razzismo.

Anzi, dalle varie recensioni che ho ricevuto, siamo visti come quelli che non fanno niente, che passano le giornate al parco a “fumarsi le canne” ascoltando musica, non curanti delle responsabilità. Il pubblico si è focalizzato su quell’aspetto e non ha dato così tanto peso alla morte di un ragazzo o all’aggressione verbale subita dai carabinieri. In pochi si sono accorti che quei ragazzi non sono stati fermati per la canna, ma solo perché si sono considerati italiani pur essendo neri. Secondo me, non ci sarà più consapevolezza ma “La Mia Milano” ha iniziato a parlarne. 1 + 1 fa 2, 2 + 2 fa 4, 4 + 4 fa 8 e così via… più progetti facciamo sull’argomento e più il numero cresce così anche la consapevolezza di questa realtà. Andiamo avanti senza guardare al primo risultato.

La Mia Milano avrà un seguito?

Marlon: La Mia Milano si conclude scoprendo la vita di ogni membro della compagnia: gli amori, i litigi, le scorribande, le famiglie, le lacrime, ecc. Ci sono tanti quesiti aperti e da approfondire. L’obiettivo della produzione e della regista è dare un seguito ma dipende tutto dal successo di questo primo cortometraggio.

Ansoumane: Lo spero vivamente. La volontà di continuare con un sequel o con una serie c’è. È sicuramente un’occasione per dare ancora più voce a noi ragazz* di seconda generazione e non. Far aprire di più gli occhi sui temi che rispecchiano la realtà di oggi. E spero che un giorno, tutto questo possa finire.

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