Chi sono le Seconde Generazioni

Mentre studios* e cosiddetti espert* dibattono su cosa debba specificare — tra seconde generazioni di immigrat* e seconde generazioni di Italian*— noi ci siamo riappropriati del termine, trasformandolo in: GEN 2.

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GEN 2 è il nome che vogliamo dare al format con cui vogliamo introdurre giovani eccellenze italiane con origini altrove. Ma non solo: il termine Seconde Generazioni ci è stato fin dall’inizio molto stretto, perchè non prende in considerazione moltissime sfumature in fatto di identità.

Prima fra tutte c’è l’esperienza di chi immigra in Italia e quella di nascervi e/o crescervi, spesso considerate identiche, quando in realtà non lo sono affatto. Poi c’è chi si sente molto legat* alla cultura di origine dei propri genitori, ma pensa e parla in italiano, chi invece si sente un* complet* estrane*, chi si sente a metà tra due mondi e ancora chi è stat* adottat, ma si vede spesso riempit* di domande e circondat* da sguardi curiosi. Perché a renderci chi siamo non è tanto quello che viviamo a casa con le nostre famiglie, ma quello che viviamo fuori: dalle singole esperienze che ci colgono di sopresa, a quelle che cotinuano a ripertersi fino definire una certa, tutte quante modellano la nostra identità.

Non c’è nulla di giusto o sbagliato nel sentire una o tutte delle cose appena elencate, perchè la nostra identità è unica e non dobbiamo risplasmarla per soddisfare le esigenze di nessuno. Ma se oggi siamo qui a parlarne — e io Sto scrivendo queste parole — è perchè tutt* noi con radici altrove, abbiamo qualcosa in più ed è tempo di diventare meno invisibili.

Come? Proponendo un’alternativa a quella narrazione monolitica, che riduce tutt* coloro che non sembrano stereotipicamente italian* alla criminalità o a vittime di ingiustizie.

Si può essere italian* e ner*, italian* e musulman* e via discorrendo e avere successo: loro ne sono la dimostrazione.

Bryan Salvo

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Presentati 

BS: “Mi chiamo Bryan Salvo, sono nato e cresciuto a Roma e nella vita sono un cosiddetto “Jack of all trades”: studio comunicazione, tecnologie e culture digitali, faccio parte di una piccola associazione no profit in memoria di un mio caro amico che si occupa della realizzazione di orti urbani e di altre iniziative per i giovani privi di assistenza in Italia, lavoro per un negozio di cosmetici e da qualche anno mi sono appassionato anche all’attività di content creator su Instagram e YouTube (dove ho aperto il canale di commentary ‘The Pink Sofa’ insieme al mio compagno). Sono anche coinquilino di due gatti molto esigenti che non pagano l’affitto, probabilmente il mestiere più faticoso.”

Lavori ancora da casa? O sei tornato in ufficio? 

BS: “Per quanto riguarda l’università, ho sempre preferito seguire le lezioni da casa con la DAD, per evitare di uscire troppo spesso e gestire meglio i miei impegni. Ma adesso che gli esami e le lauree sono tornati in presenza ovunque, tornerò sicuramente in facoltà se necessario. Il mio lavoro non è possibile farlo in smartworking, dunque non sono mai restato nel mio appartamento, anche se l’orario è diminuito a causa della pandemia. Diciamo che il lavoro è diventato un’opportunità per evadere dalle pareti di casa.”

 Come hai capito che era quello che volevi fare? Quali difficoltà hai incontrato nel tuo percorso? 

BS: “Il mio percorso per arrivare ad un equilibrio con me stesso e ciò che amo fare non è stato per nulla semplice. Prima di intraprendere la facoltà di comunicazione, ho vissuto lunghi periodi di crisi segnati anche da attacchi di panico, causati dal fatto che non sapessi cosa volevo fare realmente. Sono un italiano di seconda generazione nato da genitori filippini, e da quando sono piccolo mi sono sentito addosso delle responsabilità spesso eccessive. Per dimostrare agli altri di poter essere una persona di successo nonostante le mie origini meno avvantaggiate, e di poter intraprendere una carriera redditizia, ho seguito un percorso che non mi ha appassionato e dove ho inevitabilmente fallito. Ma il fallimento non è il contrario del successo, bensì un mezzo per raggiungerlo, ed è stato proprio lì che ho capito che dovevo prendermi più cura di me stesso e dedicarmi a ciò che amo di più. E amo fare tantissime cose: studiare sociologia, parlare di cinema, informarmi, girare/editare video, scattare fotografie, lottare per le minoranze.”

Se avessi visto più rappresentazione crescendo, credi che sarebbe stato più semplice trovare la tua strada?

BS: “Sicuramente se avessi seguito la rappresentazione della comunità asiatica che i media ci hanno proposto negli ultimi anni, sarei diventato uno scienziato o un lottatore di arti marziali. A parte gli scherzi, penso che la scarsa rappresentazione delle minoranze all’interno del panorama italiano possa sicuramente impedire a chi è più piccolo di avere più punti di vista su una determinata realtà, ma questo dubito possa influire sul suo percorso personale che è determinato da una grande quantità di fattori distinti. Piuttosto è vero il contrario, il problema della mancanza di rappresentazione sta nella percezione pregiudiziale che gli altri potrebbero avere su di te in base alle tue origini e questo può costituire un ostacolo nella propria carriera (qualunque essa sia).”

Dove ti vedi tra 5 anni? 

BS: “La verità è che non si sa mai cosa potrebbe succedere domani. Il mio obiettivo è quello di finire gli studi, superare le mie insicurezze e di fare delle mie passioni un lavoro. Sicuramente vorrei vedermi in un futuro in cui, qualunque decisione io abbia preso, io non mi senta giudicato o ostacolato dagli altri, ma incoraggiato. E se quella decisione non soddisferà più i miei desideri, voglio essere pronto a cambiarla.”

Come immagini l’Italia tra 5 anni?

BS: “Dati gli ultimi eventi, è difficile poter essere ottimisti su un possibile cambiamento positivo dell’Italia. Ciò che immagino, tuttavia, è un’Italia che sia in grado di prendere, in quanto società, una posizione contro la discriminazione verso chi è considerato “diverso” sulla base di caratteristiche innate. Immagino un’Italia che non limiti le libertà altrui, un’Italia che sostenga e promuova diritti senza ledere e svalutare gli altri, un’Italia che non si basi sulla strategia politica del “nemico comune”, un’Italia che tuteli i diritti umani.”

Irene Jin

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Presentati

I: “Mi chiamo Irene, ho 28 anni, sono nata e cresciuta a Pisa. Nella mia vita ho vissuto in diverse città: Milano, Londra, Shanghai e Roma, giusto per citarne alcune, senza contare due anni in cui ho viaggiato per l’Europa per ostelli con lo zaino in spalle! Valgono anche loro? Attualmente sono co-founder di una startup di influencer marketing chiamata Jungler. Due anni fa, dopo 5 anni da freelance nel campo fashion e digital marketing, ho deciso di buttarmi in questo nuovo progetto perchè mi sentivo finalmente pronta per costruire qualcosa di “mio” che incorporasse tutte le mie passioni ed esperienze passate (sia lavorative che di vita).”

Lavori ancora da casa? O sei tornata in ufficio? 

I: “Purtroppo, essendo il mio team dislocato in diverse regioni d’Italia, Spagna e Portogallo, non abbiamo la possibilità di lavorare tutti nello stesso ufficio. Al momento siamo tutti i smart-working, ma, non appena sarà possibile, sono sicura che ci ritroveremo in qualche posto esotico a lavorare e surfare al tramonto tutti insieme!”

Come hai capito che era quello che volevi fare? Quali difficoltà hai incontrato nel tuo percorso? 

I: “Ancora non sono sicura che sia quello che voglio fare nella mia vita, ma sento che è quello che voglio fare adesso. Dopo aver vissuto tutta la mia vita “giorno per giorno” come freelance in giro per il mondo ed essere stata spesso criticata per questo (oltre a destare continue preoccupazioni ai miei genitori), ho imparato e dimostrato a tutti che vivere il momento è possibile anche in ambienti più strutturati come in una startup con un ampio team. L’importante è essere consapevoli e responsabili. Sono dell’idea che non esista mai il momento perfetto, il progetto perfetto o la scelta perfetta, esiste solo il presente e ciò che ti fa star bene nell’Adesso. Questa è un po’ la mia filosofia di vita.  Ogni difficoltà di questo mio percorso è solo parte integrante di un processo fluido e mutevole chiamato vita della quale bisogna saper semplicemente imparare a goderne di ogni istante ed a reinventarsi continuamente. Se dovessi però elencare le mie difficoltà più grandi sicuramente ripenserei all’auto-accettazione della mia “diversità” etnica rispetto a tutti i miei amici durante la mia adolescenza, alla convivenza con la delusione dei miei genitori verso i miei confronti i quali mi avrebbero voluta sposata con figli già 5 anni fa e la lotta contro gli stereotipi collegati ad una donna imprenditrice in questo mondo dove regna ancora il patriarcato.”

Se avessi visto più rappresentazione crescendo, credi che sarebbe stato più semplice trovare la tua strada?

I: “Non credo che sarebbe stata più facile trovare la mia strada perché non credo la troverò mai, ma sicuramente avrei vissuto molto più serenamente determinati periodi della mia vita! Avere un punto di riferimento è sempre fondamentale per tutti. Allo stesso tempo sono fermamente convinta che noi seconde generazioni avremo l’onere e l’onore di esserlo per le prossime generazioni.”

Dove ti vedi tra 5 anni? 

I: “Fra 5 anni mi vedo inseguire nuovi progetti e viaggiare per il mondo.”

 Come immagini l’Italia tra 5 anni?

I: “Onestamente immagino un’Italia uguale ad oggi. Credo che per vedere cambiamenti significativi bisogna aspettare per lo meno un ricambio generazionale. Purtroppo non bastano 5 anni per poter veramente sradicare tutti gli stereotipi e i pregiudizi che oggi, ahimè, regnano sovrani. Sicuramente in questi 5 anni tutti noi possiamo però cominciare a preparare un terreno fertile per questi cambiamenti.”

Ada

Di qualunque cosa si tratti, il modo in cui racconti la tua storia online può fare la differenza.

Di qualunque cosa si tratti, il modo in cui racconti la tua storia online può fare la differenza.

 Presentati 

A: “Mi chiamo Ada, sono nata a Benin City, in Nigeria e sono cresciuta in provincia di Treviso. Sono dottoressa magistrale in Cooperazione, Sviluppo e Innovazione nell’Economia Globale. Attualmente vivo a Roma e collaboro con fondazioni private e organizzazioni pubbliche, come consulente project manager. Curo un podcast chiamato D-Tech Podcast dove scompongo la trasformazione digitale per le organizzazioni non profit e profit nel terzo settore. Dal 2016 sono presidente dell’associazione Arising Africans, un network di giovani afrodiscendenti, nati e/o cresciuti in Italia, specialmente nel Veneto.”

Lavori ancora da casa? O se tornata in ufficio? 

A: “Lavoravo molto in smartworking prima della pandemia, ma dallo scorso marzo ho smesso di andare completamente in ufficio. La scorsa estate abbiamo tentato la via delle riunioni all’aperto, per ridurre al minimo il rischio di diffusione del virus, dopo poco però siamo tornati a zoom e teams. Ad oggi non sappiamo quando potremo rientrare in ufficio, probabilmente dovremmo aspettare di essere tutti vaccinati.”

 Come hai capito che era quello che volevi fare? Quali difficoltà hai incontrato nel tuo percorso? 

A: “In quanto figlia di immigrati, ho sempre sentito l’esigenza di schierarmi contro tutti i soprusi, gli insulti velati, i trattamenti riservati a mia madre e ai cittadini di origine straniera in generale. Volevo intraprendere un percorso che mi permettesse di incidere nel processo decisionale per cambiare concretamente le cose e non limitarmi alla retorica. Volevo essere un ponte tra Europa e Africa. Così dopo il liceo linguistico mi sono iscritta alla triennale in scienze politiche, relazioni internazionali e diritti umani, per poi proseguire in cooperazione. Purtroppo, come molti cittadini non riconosciuti, non avere la cittadinanza italiana mi ha procurato moltissime porte chiuse in faccia e ha un po’ ridotto le opzioni che avrei potuto perseguire. Non sono andata in Erasmus, non ho potuto fare il master all’estero o accedere ad alcuni bandi ministeriali che sembravano proprio fatti su misura per me. Un altro grande problema che ho avuto frequentando l’università, come molti altri miei compagni, era vedere con il binocolo dove avrei voluto essere, il lavoro tanto ambito, ma non avere idea di come arrivarci. Mi sembrava così inaccessibile, senza persone disposte a credere in me, senza conoscenze o rappresentanza. Poi grazie alla mia associazione ho rafforzato le mie competenze professionali e trasversali e sono riuscita a crearmi un mio spazio di espressione. I riconoscimenti sono arrivati dopo, e con quelli anche chi crede davvero nei giovani e si spende molto per permetterli di emergere.”

Se avessi visto più rappresentazione crescendo, credi che sarebbe stato più semplice trovare la tua strada?

A: “Assolutamente sì! Sentirsi gli unici in un ambiente, sentirsi il peso di dover decostruire gli stereotipi o dover essere rappresentare tutti i neri sono dei pesi che nessun giovane dovrebbe provare. Crescendo avrei voluto avere dei modelli a cui ispirarmi per attenuare il peso che il colore della mia pelle rappresenta rispetto alle mie aspirazioni, persone a cui rivolgermi per dei consigli di carriera che non si limitassero a dirmi che l’unica opzione per i figli di immigrati erano le scuole professionali e ‘trovare un mestiere quanto prima’. I modelli sarebbero serviti molto anche alla mia famiglia, che non sapeva come aiutarmi a perseguire i miei sogni e ha vissuto il mio percorso con molta apprensione.”

Dove ti vedi tra 5 anni? 

A: “Una parte di me vorrebbe essere in Italia, a ricoprire una qualche carica pubblica negli ambiti della cooperazione e della trasformazione digitale. Un’altra parte di me invece, un po’ più realista, pensa all’Italia reale, in cui i cittadini di origine straniera difficilmente vedono riconosciute le competenze e il valore del proprio lavoro. In tal caso non escludo che mi vedrei bene anche all’interno di organizzazioni pubbliche regionali impegnate nei rapporti Africa – Europa. La soddisfazione più grande sarebbe ovviamente far parte della delegazione africana.

 Come immagini l’Italia tra 5 anni?

A: “Dubito che sarà radicalmente diversa. Temo che l’Italia sarà sempre più desolata e abbandonata a sé stessa, con molti più giovani che sceglieranno l’estero per costruirsi un futuro, stanchi delle porte chiuse in faccia e del razzismo e del nepotismo. Ottimisticamente invece mi auguro sia un’Italia con qualche diritto in più per tutti, come ad esempio una riforma della cittadinanza già approvata, in cui i cittadini di origine straniera siano meno invisibili e abbiano dei rappresentanti politici eletti. Spero anche che ci saremo lasciati alle spalle la narrazione becera e lesiva dei diritti di tutte e tutti, in cui si stigmatizzano le vittime del razzismo sistemico e del sessismo.”

Luisa Zhou

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Presentati 

LZ: “Mi chiamo Luisa Zhou e sono nata e cresciuta a Torino. Al momento frequento il corso di Story Design & Digital Communication alla Scuola Holden e lavoro come Junior Consultant per una startup tedesca, Steady: affianco editori, giornalisti e media maker indipendenti nella creazione di programmi di membership. Tra una cosa e l’altra, sono socia consigliera di Almateatro, una realtà che crea pensiero attraverso un’azione artistica declinata al femminile.”

Com’è cambiato il tuo lavoro nell’ultimo periodo?

LZ: “È strano da dire, ma è proprio nell’ultimo periodo che ho trovato lavoro. Questa è la mia prima esperienza professionale completamente da remoto. Non ho ancora avuto modo di conoscere i miei colleghi dal vivo, ma in qualche modo sono riuscita ad entrare nel workflow senza troppi problemi. Tutto ciò mi ha fatto riflettere sul ruolo che ha oggi il digitale: abbiamo imparato a costruire relazioni anche a distanza, a pianificare il nostro lavoro coordinando decine di tool diversi e a organizzare momenti di teambuilding su app come Among Us. C’è tantissimo potenziale, ma mi rendo conto di quanto il contatto umano e l’empatia che si creano dal vivo siano comunque fondamentali per nutrire confronto e creatività, soprattutto in ambienti come la Holden. Spostare tutte le lezioni online, infatti, ha “diluito” l’esperienza generale e offerto meno stimoli, anche solo per la fatica di dover stare davanti a uno schermo per ore e ore.”

Come hai capito che era quello che volevi fare? Quali difficoltà hai incontrato nel tuo percorso?

LZ: “Mi sono resa conto di voler lavorare con le parole a sette anni. Il mio sogno era diventare scrittrice, no matter what, ma col tempo ho cominciato a esplorare nuove possibilità. Ho capito che con le parole avrei potuto fare un po’ di tutto, ideare prodotti narrativi diversissimi – dalla comunicazione pubblicitaria alla creazione di mondi, dalla brand identity di un’azienda alla scrittura di podcast. Insomma, perché limitarmi? Ciò che mi interessa ora non è più solo scrivere, ma raccontare storie o aiutare altri a farlo. Da Steady, per esempio, sono al servizio di altri narratori, giornalisti, creator, tutte voci che hanno tantissimo da dire – quindi per ora mi ci ritrovo. Per quanto riguarda le difficoltà, posso solo dire che la mia famiglia non ha ancora capito cosa stia facendo. Non è facile spiegare il mio percorso, non solo per via di alcune barriere linguistiche (mastico il cinese fino a un certo punto). È proprio una concezione di lavoro diversa rispetto a quella dei miei genitori, ma forse non ho più bisogno che capiscano – basta che lo accettino.”

Dove ti vedi tra 5 anni?

LZ: “In realtà non ho una risposta precisa e non ho neppure fretta di cercarla. Ci sono ancora molti tasselli del puzzle da sistemare: mi piacerebbe spostarne altri tre o quattro e vedere se combaciano, quale figura uscirà fuori.”

Come immagini l’Italia tra 5 anni?

LZ: “I cambiamenti in Italia avvengono molto lentamente, quindi non penso possano esserci grandi stravolgimenti nell’arco di così poco tempo. Una cosa, però, è certa: esiste una nuova sensibilità rispetto ai temi legati all’inclusione e alla rappresentazione delle minoranze, una sensibilità e un fermento che partono dal “basso”, da noi. Magari non tra 5, ma tra 10 o 15 anni spero in un’Italia più consapevole, capace di mettersi in discussione e creare politiche inclusive, cambiando finalmente i modelli di riferimento.”

Nesy Nkokolo

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Presentati

NN: “Mi chiamo Nesy Nkokolo, ho 28 anni, ho origini congolesi e sono nata a Torino. Mi sono attualmente ritrasferita a Torino da Milano e lavoro come consulente con focus in performance improvement per una big 4 di consulenza.”

Un anno dopo il primo lockdown, il tuo lavoro è cambiato?

NN:” Per quanto riguarda le mansioni ricoperte no, ma il modo in cui lavoro ritengo si sia intensificato molto a seguito dell’emergenza sanitaria che stiamo vivendo. Prima era già complesso trovare un equilibrio tra lavoro e vita personale e ora è diventato quasi impossibile staccare.”

Come hai capito che era quello che volevi fare? Quali difficoltà hai incontrato nel tuo percorso? 

NN: “Non ho liberamente scelto il mio lavoro attuale, ma ci sono arrivata tramite scelte fatte a seguito del conseguimento della laurea. L’opportunità è emersa e l’ho colta perché ho ritenuto fosse un’ottima esperienza che mi avrebbe fatto crescere professionalmente e personalmente. Essendo italiana di seconda generazione purtroppo ho dovuto affrontare qualche difficoltà in più rispetto ai miei coetanei bianchi. La mancanza di una vera inclusione nelle aziende ritengo sia il grande problema alla base e ciò che mi ha creato difficoltà. Nelle aziende con cui sono venuta in contatto non mi sono mai trovata rappresentata, ero una delle poche persone nere in quell’ambiente lavorativo. Questo ha un impatto psicologico che viene molte volte sottovalutato, perché  fa sì che oltre a sentirti fuori luogo devi gestire colleghi curiosi ed insensibili che ti tormentano con domande e commenti fuori luogo. Per fare un esempio ho perso il conto di quanti colleghi per curiosità ed impulso mi toccavano i capelli. In casi più estremi invece, il problema si presenta ai piani alti dell’azienda (risorse umane e livelli manageriali) dove una volta durante un colloquio mi hanno chiesto chi tra i miei genitori fosse Italiano, e per italiano intendeva bianco, oppure quando ho avuto una manager che diceva apertamente a tutti ed a me di essere razzista.”

Dove ti vedi tra 5 anni?

NN: “Tendo a rivalutare il mio percorso professionale e personale man mano che ne sento la necessità. Evolviamo e maturiamo con il tempo e di conseguenza cambiano anche le nostre ambizioni. Tra 5 anni mi vedo in Italia probabilmente svolgendo un lavoro diverso dell’attuale più legato all’area marketing o HR visto il mio forte interesse per queste aree.”

 Come immagini l’Italia tra 5 anni?

NN: “Vista la velocità di cambiamento molto lenta probabilmente ci saranno poche differenze tangibili ma mi immagino e spero in un’Italia con la mentalità sempre più aperta ed inclusiva. Vorrei fossimo in grado di superare pregiudizi e paure verso tutte le comunità perché partendo da questo potremmo creare una società con una mentalità più aperta. Mi immagino un paese dove posso camminare per strada senza incontrare sguardi giudicanti e dove i giovani siano finalmente valorizzati lavorativamente come accade all’estero. Mi immagino un’Italia dove voler rimanere invece che scappare.”

SAFÀ ESSABER

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Presentati

S: “Mi chiamo Safà, ho 24 anni e vivo a Milano da tre anni. Attualmente lavoro in banca, studio ingegneria e nel tempo libero porto avanti la mia passione per la politica e l’attivismo.”

Lavori ancora da casa?

S: “Lavoro da casa due giorni a settimana (lunedì e venerdì) e gli altri tre giorni lavoro in ufficio.”

Come hai capito che era quello che volevi fare? Quali difficoltà hai incontrato nel tuo percorso?

S: “Il mondo della finanza e quello dell’IT mi hanno sempre affascinata, probabilmente perché in famiglia erano spesso argomenti di discussione a tavola. Non so ancora se mi ci vedo tutta la vita, sono una persona molto dinamica e mi piace provare cose nuove. Ad oggi però posso ritenermi soddisfatta e anche un po’ fortunata perché sono capitata nell’ambiente giusto con le persone giuste. Durante il mio percorso di studi ho incontrato tante difficoltà, come tutti immagino; è un corso di studi difficile ma anche tanto challenging. Sono riuscita a superare i momenti di sconforto e incertezza con il duro lavoro e l’impegno, che credo siano il solo rimedio, il resto viene da sé, e questo mi ha aiutata anche nell’ambito lavorativo.”

Se avessi visto più rappresentazione crescendo, credi che sarebbe stato più semplice trovare la tua strada?

S: “In quanto donna e di seconda generazione credo di sì. Ho studiato e lavoro in un campo in cui il numero di donne sfiora il 30%. Avrei voluto avere più modelli femminili che mi spingessero ad osare di più. Per fortuna però, ho avuto mio papà che mi ha sempre sostenuta in ogni mia scelta. Spesso al liceo e alle scuole medie, mi è capitato di essere considerata un’alunna di classe B, solo per le mie origini. Alle scuole medie mi inserirono addirittura in corsi di recupero nonostante i voti alti, mi dissero che era per ripassare la lingua. Alla fine credo di aver dimostrato che è proprio grazie alle mie origini e grazie anche a chi non ci ha creduto che sono arrivata fin qui.”

Dove ti vedi tra 5 anni?

S: “Non saprei. Il mondo cambia troppo in fretta per poter immaginarmi in un luogo. Credo sarò con le persone giuste e credo che avrò avviato almeno due miei progetti. (Sì, ho una lista di obiettivi da compiere entro i 30 anni).”

Come immagini l’Italia tra 5 anni?

S: “Domanda difficile. L’Italia è un bellissimo paese ma con tante lacune. È un paese che è evoluto molto lentamente nel corso della storia e purtroppo non ha ancora avuto le persone giuste a darle quella spinta in più. Il mondo cambia in fretta, l’Italia un po’ meno. Negli ultimi cinque anni è addirittura peggiorata a casa di influenze politiche sbagliate. Credo comunque che fra cinque anni avremo superato in parte il razzismo che si è fomentato negli ultimi due anni. Le persone si stanno svegliando e finalmente riesco a vedere quella rappresentanza di cui ho sempre avvertito il bisogno. Speriamo almeno che la legge sull’omotransfobia venga approvata (giusto quei sei anni in ritardo).”

AMIR RA

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Presentati

AR: “Mi chiamo Amir RA, ho 33 anni e sono un regista e direttore della fotografia di origine egiziana. Sono nato al Cairo, ma ad un mese di vita mia madre mi ha portato in Italia, a Milano, dove mio padre si era già stabilito da anni.”

Lavori ancora da casa? O sei tornato in ufficio?

AR: “Fortunatamente il lavoro che faccio, anche se con tante difficoltà per via della situazione che tutti stiamo vivendo, non prevede un’unica modalità; la fase iniziale, infatti, che è quella di preparazione di un progetto, può essere svolta in ufficio come da casa, mentre la seconda fase, che è quella della realizzazione, deve per forza di cose compiersi su un set con l’interazione di tutti i componenti della troupe; questa è la fase più importante perché basata sulla sinergia di tutto il team.”

Come hai capito che era quello che volevi fare? Quali difficoltà hai incontrato nel tuo percorso? 

AR: “Sicuramente ho capito che avrei voluto fare questa professione perché ho sentito fin da subito l’esigenza di tradurre attraverso la luce e le immagini quello che in altro modo non avrei saputo comunicare. E poi è stato come un richiamo; mi ricordo che all’età di tredici anni utilizzavo tutti i soldi della paghetta dei miei genitori per andare al cinema. Sia che fossi in Italia che d’estate al Cairo, c’era un’attrazione magnetica verso il grande schermo. A fine proiezione, mentre tutte le persone si alzavano per andare via, mi ricordo che restavo seduto, come ipnotizzato, a leggere i titoli di coda e mi chiedevo cosa significassero tutte quelle professioni. Direi che ho sempre scelto la strada più difficile per il mio percorso lavorativo, reso ancora più difficile dal non apprtenere una famiglia che opera nel mondo del cinema. A guidarmi c’è sempre stata la ricerca della propria identità a partire dal concetto di origine, anche rispetto a sé stessi, a chi ti è vicino e alla società in cui viviamo. Ho incontrato molte difficoltà e sono stato deluso molte volte, nonostante le tante aspettative, ma sono convinto che se veramente si ha qualcosa da raccontare, con o senza mezzi a disposizione, si riuscirà a portare a termine quel racconto e ad arrivare al cuore delle persone.”

Se avessi visto più rappresentazione crescendo, credi che sarebbe stato più semplice trovare la tua strada? 

AR: “Se per ‘rappresentazione’ parliamo di generazioni precedenti alle mie che si sono affermate nell’ambito cinematografico e, più in generale, artistico italiano, penso che in ogni caso questa possibilità non avrebbe influito sul mio percorso, dal momento che l’influenza di un artista verso gli altri prescinde dalla sua origine di provenienza.”

Dove ti vedi tra 5 anni? 

AR: “In realtà sono una persona abbastanza scaramantico e cerco di vivere ogni tappa della mia vita pensandola e immaginandola passo per passo, come una piramide che si costruisce dalla base.

Tra cinque anni spero che il mio progetto Origines, a cui tengo molto, possa essere decollato raggiungendo il suo scopo, ovvero quello di portare i ragazzi e le ragazze che credono nei valori di pluralità, inclusione e identità, a raggiungere i propri sogni attraverso i loro talenti artistici. In un mondo in cui le distanze tra le culture tendono a allargarsi, in cui si inaspriscono i conflitti etnici e religiosi, mi piacerebbe essere riuscito a  raccontare le vite degli emarginati, degli ultimi e dei dimenticati, partendo sempre dalle emozioni più profonde che risiedono negli angoli più nascosti di noi.”

Come immagini l’Italia tra 5 anni?

AR: “La costruzione di un futuro possibile può partire soltanto dalla messa in discussione delle proprie certezze e delle proprie convinzioni; spero quindi di poter immaginare un’Italia più plurale, più inclusiva e meno arrabbiata. Spero di vedere ragazzi e ragazze di seconda generazione nella stanza dei bottoni a decidere anche loro il destino di questa nazione.”

CHAIMAA FATIHI

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Presentati 

CF: “Mi chiamo Chaimaa Fatihi, sono di Castiglione delle Stiviere in provincia di Mantova, ma da 6 anni sono stata adottata dalla città di Modena prima per motivi di studio e poi per motivi di lavoro. Sono praticante avvocatessa, sono attivista per i diritti umani, sono autrice del libro “Non ci avrete mai – Lettera aperta di una musulmana italiana ai terroristi” edito Rizzoli”

Com’è cambiato il tuo lavoro in tempi di lockdown?

CF: “Il mio lavoro l’ho iniziato subito dopo la fine del primo lockdown, a fine giugno 2020, quindi non ho idea di come sia davvero, ad esempio, andare in udienza e attendere il proprio turno, poiché già vengono calendarizzate in modo da non creare gli assembramenti. Tuttavia, dai racconti degli avvocati pare sia comunque più gestibile oggigiorno rispetto al tempo pre-covid, poiché prima si creavano lunghe file di attesa,o almeno per quanto riguarda l’ambito civilistico, di quello penalistico non avrei minimamente idea.”

Come hai capito che era quello che volevi fare? 

CF: “In realtà, non l’ho compreso quando studiavo, bensì è stato un puro caso, ma direi sia semplicemente destino per chi ci crede. Ho studiato Giurisprudenza ma pensavo di voler lavorare in ambito di diritto dell’immigrazione quindi come consulente legale nelle varie associazioni/cooperative del settore. Dopo la laurea il mio attuale dominus mi ha chiesto se avessi intenzione di iniziare la pratica forense. Inizialmente ho detto no, ma mi ha fatta ragionare, per tale motivo ho chiesto alcuni consigli ad amici e genitori, così ho accettato.”

Quali difficoltà hai incontrato nel tuo percorso?

CF: “Le difficoltà avute si possono circoscrivere al periodo delle scuole superiori in quanto subivo una sorta di bullismo da parte di compagni/e di classi e professori/esse. Tra questiultimi alcuni pensavano che non avrei mai potuto far nulla se non lavorare in fabbrica; mansione dignitosa, ma se diventa l’unico riconoscimento per chi ha origini diverse diventa avvilente e non va a valorizzare le proprie capacità. Credo che oggi si possa affermare che le origini diverse possono essere solo un valore aggiunto, basta volerlo e lottare affinché sia riconosciuto.”

Dove ti vedi tra 5 anni?

CF: “Spero vivamente di poter essere già abilitata come avvocatessa, di essere una donna in carriera. Spero di poter rendere orgogliosi i miei genitori in primis, ma anche il mio dominus e che sia felice di avermi scelta come collaboratrice dello studio, perché sarebbe un modo per ringraziarlo di tutte le opportunità che mi ha dato. Se non fosse stato per lui, non avrei mai intrapreso questo percorso.”

Come immagini l’Italia tra 5 anni?

CF: “Mi auguro fortemente che abbia una nuova legge sulla cittadinanza, perché altri giovani ragazzi e ragazze possano davvero studiare ciò che più amano senza dover pensare ai limiti che possono incontrare nel mondo del lavoro, specialmente per quelle professioni che richiedono come requisito la cittadinanza italiana. Se tale legge verrà modificata, si potrà davvero fare la differenza e lasciare un’impronta positiva e propositiva per la società. Io ci credo e come me milioni di altri ragazzi e ragazze.”

MOMOKA

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Presentati

M: “Mi chiamo Momoka e sono nata a Roma. Attualmente studio Media Studies alla Sapienza, corso di studi che ho intrapreso per integrare le conoscenze del campo alla mia attività online: sono da sempre molto attiva sul web! Ho cambiato diverse piattaforme nel tempo, ma ora sono stabile su Instagram e, sporadicamente anche su Youtube. Aiuto anche i miei genitori al ristorante, perché trovo sia giusto contribuire nell’attività di famiglia che mi ha permesso di sostentarmi per tutti i miei anni di vita, sebbene non sia mia aspirazione lavorare nell’ambito della ristorazione.”

Com’è cambiato il tuo lavoro in tempi di lockdown?

M: “Io ho cominciato a trattare il tema del Covid su Instagram a gennaio 2020, sia perché essendo una questione nata in Cina ricevevo moltissime domande a riguardo, sia perché leggevo un’ingente quantità di fake news e insulti verso i cinesi. Così ho voluto sensibilizzare e fare informazione al riguardo, quindi ho messo da parte gli argomenti più leggeri che ero solita trattare sui miei profili, come moda, lifestyle e cose carine in generale, per concentrarmi solo sull’informazione. In più il ristorante è rimasto chiuso da Marzo a Maggio inoltrato, perciò ho avuto tempo per dedicarmi appieno a questa sorta di “tg covid” sul mio profilo. Per via dell’atmosfera tragica che respiravo, mi sentivo proprio in colpa a parlare di tematiche differenti.”

Come hai capito che era quello che volevi fare? Quali difficoltà hai incontrato nel tuo percorso?

M: “Ho sempre avuto una certa inclinazione a parlare di me sul web: a 12 anni, nel 2005, ho aperto il mio primo blog, poi seguito da altri, e ho continuato a curarne e scriverci fino a quando non sono stati definitivamente soppiantati dai social. Parlavo solo della mia vita ai tempi, focalizzandomi su quella amorosa, ma successivamente – accorgendomi di quanta poco conoscenza ci fosse sul mondo cinese – ho pensato di spostare il focus sull’aspetto di ragazza di seconda generazione e fare anche luce su alcuni aspetti della cultura cinese, sfatando falsi miti e cercando di avvicinare due mondi così diversi. In particolare grazie ad ask.fm, una piattaforma che permetteva di fare domande anonime: ne ricevevo tantissime sulla Cina, basate spesso su stereotipi sbagliati o curiosità verso il paese del Dragone. Per quanto riguarda le difficoltà, su YouTube, temevo il giudizio dei miei amici di allora, che deridevano sempre gli youtuber come megalomani narcisisti; per questo ci ho impiegato anni a registrare il primo video. I miei genitori, invece, attaccati a una concezione più tradizionale di imprenditoria, hanno sempre cercato di indirizzarmi a un’occupazione più simile alla loro, anche perché  vedevano lo stare su internet solo come una perdita di tempo ed è tuttora una strada in salita per me, ma ultimamente mi stanno dando un po’ più di fiducia.”

Dove ti vedi tra 5 anni?

M: “Fino a 2 anni fa avrei detto semplicemente che non mi vedo. Ora, per fortuna, sono uscita da un tunnel che mi sembrava destinato ad essere perennemente buio e senza luce. In quegli anni, non riuscivo a immaginare alcun futuro per me, pensavo che avrei semplicemente vissuto per sopravvivere, trovando un lavoro che non mi piaceva, semplicemente perché “è così che si fa”. Non credevo in me e non ero mossa da nessun desiderio. Adesso sono curiosa di sapere cosa mi aspetta, delle opportunità con cui mi interfaccerò, delle persone che conoscerò. Ho molta più entusiasmo per la vita, e anche qualche obiettivo. Tra 5 anni mi vedo soddisfatta di me, ad occuparmi delle mie attività social a tempo pieno, molto più colta sugli argomenti di mio interesse, magari avrò persino imparato ad andare in bici! M immagino con pianta stabile in Italia, ma viaggiando di più e – spero – dopo aver vissuto in Cina per un periodo. Ok, tra 5 anni quando rileggerò questa intervista potrò piangere o ridere a seconda di come saranno andate le cose!!

Come immagini l’Italia tra 5 anni?

M: “Nella mia testa l’Italia è un paese che si muove abbastanza lentamente, 5 anni non sono molti, quindi per allora non mi aspetto grandi cambiamenti a livello di sistema. Tuttavia per quanto riguarda l’ambito sociale, vedo che ci sono tanti giovani che fanno sensibilizzazione che stanno emergendo in questo periodo, che siano ragazzi di seconda generazione, della comunità lgbt o altro, perciò mi aspetto (e spero) che ci sarà più consapevolezza verso tanti argomenti. Inoltre si sta legittimando maggiormente la figura degli imprenditori digitali, è un trend che continuerà a crescere. Se fino a qualche tempo fa si concepivano i social solo come un luogo adibito all’intrattenimento fine a se stesso, grazie all’ascesa di figure di divulgatori di vario genere degli ultimi anni, penso che in futuro avremo contenuti sempre più variegati da parte di gente che deciderà di comunicare attraverso le piattaforme web.”

Mouwafak Fofana

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Presentati

M: “Mi chiamo Mouwafak K. Fofana, ho 29 anni e abito a Milano. Nella vita sono un ingegnere gestionale e industriale e mi occupo di pianificazione della produzione industriale.”

Com’è cambiato il tuo lavoro in tempi di lockdown?

M: “Le mie abitudini lavorative non sono cambiate molto. Essendo un lavoro che si svolge soprattutto in fabbrica e dovendo occuparmi di pianificazione, è necessaria la presenza in ufficio. Nel primo mese di Lockdown, essendo stati costretti a lavorare da casa, ho apprezzato molto lo smartworking, se non altro per i risvolti positivi che ha sul tempo risparmiato, e soprattutto la diminuzione dello stress da ufficio.”

Come hai capito che era quello che volevi fare? Quali difficoltà hai incontrato nel tuo percorso? 

M: “Diventare ingegnere non era il mio sogno da bambino, ma una scelta dettato dallo studio del mondo del lavoro e del mestiere che più rispecchiava la mia personalità. Nel settore industriale, qualsiasi sia il prodotto che produci, programmare e coordinare le attività e il team è il fattore principale per rispettare le deadlines e soddisfare il cliente. La difficoltà principali nel mio percorso universitario, è stato quello di non essere riuscito a concentrarmi al 100% sugli studi. Parallelamente alla vita universitaria, lavoravo per poter mantenere gli studi e fare, nel tempo libero che restava, le cose che mi piacevano. Questo mi ha portato, oltre ad allungare i miei anni di studi, a non riuscire a godermi la vita universitaria. Cosa che mi è dispiaciuta molto. La mia esperienza credo sia comune a molti miei coetanei ragazzi di seconda generazione, con cui ho spesso condiviso queste difficoltà.”

Dove ti vedi tra 5 anni?

M: “Tra 5 anni vorrei essere diventato un libero professionista e avviare un’attività professionale mia che mi dia la soddisfazione di alzarmi ogni mattina, la gioia di lavorare tutto il giorno, e l’impazienza di  riprendere il giorno dopo, quando la sera stacco.”

Come immagini l’Italia tra 5 anni?

M: “Sicuramente faremo dei passi avanti ma non sarà ancora la nazione che rispecchierà anche noi Italiani di adozione. C’è parecchio su cui lavorare nel tessuto sociale che compone questo paese. Nonostante la mia posizione lavorativa, finché a livello sociale non impareremo a capire che nessuno vale meno dell’altro solo per la sua provenienza, religione o genere, non ci sarà mai eguaglianza a livello lavorativo.”

Jon Bronxl

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Come ti chiami? Di dove sei (in Italia)? Cosa fai nella vita?

Presentati

J: “Mi chiamo John, ma tutti mi conoscono come Jon Bronxl. Sono nato in Ghana ad Accra, arrivato qui all’età di 3 anni, in Veneto, dove ho vissuto fino a 5 anni fa per poi passare a Milano. Vivo a Milano e nella vita sono fotografo, modello, e mi permetto di aggiungere motivatore e visionario per la gioventù Afro discendente italiana.”

Com’è cambiato il tuo lavoro in tempi di lockdown?  

J: “Durante il lockdown probabilmente ho lavorato più di prima come fotografo. Tutto sommato il 2020 è stato un anno di crescita non indifferente per me: ho aggiornato la mia pagina The Good Neighborhood collective, passando da una pagina di ricerca di arte black, ad una pagina più socialmente utile e ho iniziato a fare il modello. Quindi posso dire che nei vari lockdown mi son tenuto occupato,forse anche troppo.”

Come hai capito che era quello che volevi fare? Quali difficoltà hai incontrato nel tuo percorso?

J: “Inizialmente volevo fare il fashion designer, ho studiato moda sia alle superiori che all’università. Ma poi durante uno shooting per un’ azienda per cui lavoravo ho fatto assistenza e mi è piaciuto molto. Ho comprato la mia prima macchina fotografica e da quel giorno non ho smesso di fare foto. Devo anche ammettere che a spingermi a farcela è stato anche il bisogno di entrate decenti, perché si sa la gavetta, se non sei di buona famiglia, è doppiamente dura. Le aziende pagavano, e credo ancora oggi paghino poco, e non volendo pesare ai miei genitori, operai entrambi all’epoca (sai la dura vita degli africani degli anni 90, in cui le lauree estere in italia non venivano riconosciute).”

Dove ti vedi tra 5 anni?

J: “Tra 5 anni dove mi vedo? È una domanda difficile. Posso dirvi però che sicuramente continuerò con i miei progetti. Sono una persona molto determinata! Vi svelo un progetto a cui sto lavorando con miei genitori: vorrei aprire una scuola di arti in Ghana, dove insegnare storia dell’arte, grafica, fotografia, ecc! Questo probabilmente è il mio progetto personale più importante, tra più o meno 5 anni.”

Come immagini l’Italia tra 5 anni?

J: “ Io spero in un Italia più ‘educata e matura’. Quella che noi chiamiamo ignoranza, a me piace definirla adolescenza, perché per me ora questo paese è come un adolescente, testardo e ostinato, che sta imparando (si spera non troppo lentamente) a comportarsi come le sue amiche europee e raggiungere il livello di integrazione che loro hanno già. La colonizzazione e importazione di schiavi afro-discendenti ha sicuramente fatto si che in questi stati, soprattuto Inghilterra e Francia, dopo le varie abolizioni di schiavitù iniziassero subito il processo di integrazione. In Italia invece noi non siamo figli di ex schiavi, ma siamo figli dei primi immigrati africani arrivati qui poco prima degli anni 90. Il caso vuole che nel 2020, dopo i trascorsi accaduti che tutti conosciamo, i riflettori ora siamo ancora più puntati verso di noi e tocca a noi giovani di oggi continuare la campagna di sensibilizzazione, ognuno con i propri mezzi, iniziando dalle nostre case, se i nostri genitori sono fra coloro che pensano ‘testa bassa, fai la tua vita da nero senza attirare attenzione’ (in poche parole, lascia che l’uomo bianco italiano faccia quello che vuole, noi qui siamo ospiti), per poi passare agli Italiani autoctoni, quelli che si son dimenticati di far parte di uno dei popoli che più ha migrato in passato in tutto il mondo, e che ahimè è ancora oggi una delle popolazioni che emigra di più.  Ecco questa è l’Italia che vedo fra 5 anni, quindi provate ad immaginare fra 10 o 20 anni.”

Anass Hanafi Dali

Presentati 

A: “Mi chiamo Anass Hanafi Dali, sono di Torino e sono laureando in Giurisprudenza, sono fellow German Marshall Fund of the United States e membro dei Global Shapers, community del World Economic Forum. Coltivo un grande interesse riguardo al diritto ed alle politiche spaziali per questo recentemente ho preso parte alla Space Generation Advisory Council, nello specifico allo Space Law and Policy Group. Sono anche tra i fondatori del Network Italiano dei Leader per l’Inclusione, una rete che ha intenzione di raccogliere al suo interno le migliori menti italiane per lavorare attorno alle tematiche riguardanti la diversità e l’inclusione.  L’iniziativa è nata dalla necessità di formare la futura classe dirigente italiana partendo da un approccio volto a promuovere e celebrare le diversità ed alla condivisione di responsabilità.

Com’è cambiato il tuo lavoro in tempi di lockdown?  

A: “La mia routine è cambiata radicalmente. Una cosa interessante da notare è la trasversalità di questo cambiamento, nessuno è rimasto escluso.  Molti progetti sono stati rinviati a data da destinarsi, soprattutto nel settore spaziale, tuttavia ho avuto modo di sfruttare il lockdown per poter crescere e maturare nuove competenze sfruttando le opportunità offerte nel mondo digitale.”

Come hai capito che era quello che volevi fare? Quali difficoltà hai incontrato nel tuo percorso?

A: “Non c’è stato un momento particolare in cui ho capito cosa volevo fare. Ho letto tante biografie delle persone che mi ispiravano di più, sia per le loro azioni sia per i risultati che hanno ottenuto dal punto di vista professionale e personale. Questo mi ha aiutato ad orientarmi e provare a scegliere il percorso più adatto a me.”

Dove ti vedi tra 5 anni?

A: Mi vedo in equilibrio tra vita personale e professionale, in continua evoluzione e miglioramento. In questo momento difficile bisogna avere il coraggio di poter credere nei propri sogni e realizzarli, di osare, esplorando nuove rotte, adattandosi all’incertezza e al cambiamento rapido in modo antifragile. Tra 5 anni spero di poter essere felice e rendere felici le persone intorno a me.”

Come immagini l’Italia tra 5 anni?

A: “L’Italia deve tornare a sognare, a valorizzare il proprio patrimonio culturale e creare bellezza. Un popolo di poeti, di artisti, di eroi, di santi, di pensatori, di scienziati, di navigatori, di trasmigratori non può che risorgere. L’Italia ha un’occasione che non può perdere, quella di far proliferare un nuovo rinascimento, che sia umano e possa rendere possibile la costruzione di ponti e non di muri. Secondo me l’Italia nei prossimi 5 anni cambierà in meglio. L’Italia in cui vorrei vivere punta sulla bellezza e sulla cultura, oltre che sulle tecnologie spaziali e sulla ricerca scientifica. Per concludere prendo in prestito la citazione di Karl Popper, che condivido in pieno: “Il futuro è molto aperto, e dipende da noi, da noi tutti. Dipende da ciò che voi e io e molti altri uomini fanno e faranno, oggi, domani e dopodomani. E quello che noi facciamo e faremo dipende a sua volta dal nostro pensiero e dai nostri desideri, dalle nostre speranze e dai nostri timori. Dipende da come vediamo il mondo e da come valutiamo le possibilità del futuro che sono aperte.”

Aminata Gabriella Fall

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Presentati

A: “Mi chiamo Aminata Gabriella Fall, vivo in Trentino ma sono cresciuta sul lago di Garda Bresciano. Lavoro in banca dal 2001 e attualmente mi occupo di NPL Big size in un gruppo nazionale.”

Com’è cambiato il tuo lavoro in tempi di lockdown?  

A: “ È stato introdotto lo smart working. La giornata lavorativa si è dilatata, ma sono più padrona dei miei tempi. Sicuramente l’assenza di contatto umano si sente, però ha reso il mio lavoro molto più efficiente e ‘spersonalizzato’, nel bene e nel male, in particolare con i colleghi.”

Come hai capito che era quello che volevi fare? Quali difficoltà hai incontrato nel tuo percorso?

A: “Ho capito che era quello che volevo fare a 40 anni! In realtà in banca ci sono finita per caso mentre ancora studiavo e poi non mi sono più mossa catturata dall’ambiente dinamico e da un percorso di crescita molto variegato. Nel frattempo però ho continuato a coltivare i miei sogni e progetti anche al di fuori del lavoro, finché un giorno non ho capito che in realtà quello era proprio il lavoro per me!

Sicuramente ho incontrato difficoltà in quanto donna in un mondo tutto al maschile. In particolare negli ultimi anni, trovandomi in un ambiente molto competitivo, mi sono resa conto di come gli uomini meno sicuri e preparati si trincerano dietro atteggiamenti grossolanamente maschilisti nel tentativo di ingraziarsi i dirigenti più alti in grado (uomini anche loro). Ma io credo che siano i risultati a dimostrare quanto vale una persona e ‘il tempo è un gran signore: mette ogni regina sul suo trono e ogni pagliaccio nel suo circo” quindi aspetto e nel frattempo lavoro!”

Dove ti vedi tra 5 anni?

A: “Ancora più in alto! Possibilmente con una poltrona fucsia da sbattere in faccia agli uomini che citavo prima ;)”

Come immagini l’Italia tra 5 anni?

A: “Se questa situazione ci permetterà di migliorare ed investire bene i fondi che arriveranno dall’UE, con una visione a medio e lungo termine e non per saziare appetiti elettorali, l’Italia fra 5 anni sarà un posto migliore per tutti in particolare per donne e giovani. Se la pandemia ci ha insegnato qualcosa è che dobbiamo aver cura di ciò che ci sta vicino, riscoprendo un mondo che prima non consideravamo, proiettati come eravamo verso spazi più ampi.”

Maria Campadel

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Come ti chiami? Di dove sei (in Italia)? Cosa fai nella vita?

M:“Mi chiamo Maria Campadel, sono cresciuta a Padova, ma vivo a Milano ormai da 7 anni. Nella vita sono Fashion PR presso la mia agenzia WE ARE BUSY. Mi spiego meglio: il mio compito è quello di creare connessioni e sinergie nel settore del marketing e della comunicazione. Ho fondato WE ARE BUSY da due anni e prima di allora svolgevo la stessa attività come freelance. Nonostante l’idea di avere una mia agenzia mi abbia a sempre spaventata, sono riuscita a trovare un fantastico compromesso che mi ha permesso di portare avanti la mia passione lavorativa, senza tralasciare le responsabilità che derivano dall’avere una propria attività, rimanendo però fedele a me stessa e al mio spirito libero.”

Com’è cambiato il tuo lavoro in tempi di lockdown?  

M: “La mia agenzia è nata e si è fatta conoscere principalmente per l’organizzazione di eventi, quindi il cambiamento durante questo periodo è stato molto significativo. Ad ogni modo, sono dell’idea che dai momenti bui nascano sempre le opportunità migliori,basta solo avere il coraggio di affrontare il cambiamento. A gennaio ho deciso quindi di portare un valore aggiunto alla mia agenzia ed integrare il servizio di ufficio stampa unito ai servizi che già offrivamo ai nostri clienti nel mondo della moda, del food & beverage e del design di interni. Questa è stata la scelta decisiva che sicuramente ci ha aiutato a continuare a lavorare durante il lockdown. Abbiamo inoltre deciso di fare team e unire le nostre forze con lo studio Zanoletti, fondato Cristina Zanoletti, ampliando da un lato il nostro portfolio di clienti e dall’altro offrendo un servizio efficiente a 360° e soprattutto smart.  Credo fermamente che in questo periodo cruciale si debba fare il più possibile team building e che le realtà, piccole o grandi che siano, che riusciranno a superare questo periodo raccoglieranno i frutti negli anni avvenire. Il gioco di squadra premia sempre.”

Come hai capito che era quello che volevi fare? Quali difficoltà hai incontrato nel tuo percorso?

M: “In realtà non ricordo un momento esatto della mia vita in cui mi sono detta, ‘Ok Maria, questa cosa ti riesce bene, farai questo!’. Ad ogni modo è stata una cosa naturale; stare in mezzo alle persone,circondarmi di nuove realtà ogni giorno mi incuriosiva e mi faceva stare bene: così ho deciso di farne un lavoro. La prima difficoltà in assoluto è stato cercare di spiegare ai miei genitori cosa facessi, una volta passato questo ostacolo è stata tutta una discesa 🙂 Per il resto diciamo che in tutti campi ci sono delle difficoltà soprattutto quando ti approcci ad un nuovo business e sei nuovo del mestiere. Prima di arrivare a Milano ho vissuto a Londra, Parigi e Berlino, il che mi ha aiutata molto perchè ha reso la mia mente e il mio approccio molto internazionale. Ma tuttavia quando sono arrivata nella Grande Mela Meneghina non conoscevo nessuno e non è stato facile. Poi se metti in una stessa frase le parole PR e Donna, i pregiudizi si sprecano a riguardo, ma è una cosa che non mi ha mai spaventata, lascio parlare la mia professionalità.”

Dove ti vedi tra 5 anni?

 M: “Nel 2019 mi chiesero come avrei visto il 2020, quindi.. possono non rispondere? Scherzo, ora come ora penso che sia giusto avere fame e avere un’infinita voglia di creare, crescere e lavorare. Ma è anche importante non dimenticarci mai da dove veniamo e soprattutto apprezzare davvero quello che abbiamo.  Per apprezzare ogni nostro passo in avanti, ogni nostra piccola o grande vittoria, dobbiamo fermarci e, perchè no, darci una pacca sulla spalla e complimentarci con noi stessi. Solo così possiamo capire davvero il merito che abbiamo per il lavoro che stiamo facendo e che piano piano crescere ogni giorno. Tra 5 anni spero semplicemente di essere felice e avere ancora il mio sorriso stampato sulla faccio come ieri e oggi, nonostante tutto.”

Come immagini l’Italia tra 5 anni?

M: “La nostra cara Italia: mi sembra come di lasciare una figlia in prima superiore e ritrovarla poi alla fine della maturità pronta per l’università. Spero quindi di trovarla molto cambiata, matura, senza pregiudizi, indipendente e multietnica. Un’ Italia che finalmente si sia fatta Donna e che possa far vedere e valere tutte le bellezze non solo territoriali ma anche mentali che ha, non sarà un percorso semplice ma vedo che in questo periodo — soprattutto nelle nuove generazioni — c’è un forte senso di rivendicazione. Abbiamo bisogno di essere rappresentati al meglio e di sentirci amati indifferentemente dall’orientamento sessuale, appartenenza etnica e/o religiosa da questo paese che riteniamo casa nostra.”

 David Blank

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Come ti chiami? Di dove sei (in Italia)? Cosa fai nella vita?

D: “Mi chiamo David Aiyeniwon, in arte David Blank. Sono di un piccolo paese delle Marche: Camerano,però ora vivo a Milano. Nella vita sono cantautore.”

Com’è cambiato il tuo lavoro in tempi di lockdown?

D: “Essendo un cantante, il mio lavoro vive di eventi, concerti, incontri, quindi da questo punto di vista è stato un anno un po’ lento. Ma se vogliamo vedere il bicchiere mezzo pieno sto dedicando molto più tempo alla scrittura di nuova musica invece di essere sballottato da un aeroporto all’altro. Sono anche riuscito ad esibirmi durante un paio di live streaming, però il palco e il contatto con il pubblico dal vivo mi manca comunque. Grazie al cielo il mio lavoro sui social non si è fermato e questo mi da la possibilità di continuare ad approfondire il rapporto con le persone che mi seguono. Ho tante passioni, prima fra tutte quella per la moda che mi sta permettendo di lavorare a progetti davvero entusiasmanti.”

Come hai capito che era quello che volevi fare?

D: “È da quando sono piccolo che sogno di diventare un cantante. Per un periodo avevo accantonato questo sogno, ma poi Loretta Grace mi chiamò per propormi di lavorare come cantante. Salii sul palco e lì capii di dover riaprire quel cassetto e continuare sulla strada per realizzare il mio sogno.”

Quali difficoltà hai incontrato nel tuo percorso? 

D: “Da creativo la maggiore difficoltà è stata quella di non potermi esprimere come avrei voluto, è come se non mi sia mai stato dato spazio per sbagliare e crescere come artista. C’è sempre stato qualcuno che ha tentato di stravolgere la mia identità, o volendo sopprimerne una parte, oppure insistendo soltanto sullo stereotipo che può rappresentare. È stato complicato anche riuscire a conciliare la parte artistica del mio lavoro con quella più commerciale, perché è un lavoro che richiede un’evoluzione costante e un continuo confronto con se stessi, ma ci sto lavorando giorno dopo giorno.”

Dove ti vedi tra 5 anni? 

D: “Senza dubbio, ancora a fare musica, la cosa per cui vivo. Però voglio anche avventurarmi in altri outlet creativi come la moda.”

Come immagini l’Italia tra 5 anni? 

D: “La vedo un paese multiculturale. Negli ultimi anni è cambiata molto da questo punto di vista e penso che il cambiamento continuerà.”

Takoua Ben Mohamed

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Come ti chiami? Di dove sei (in Italia)? Cosa fai nella vita?

T: “Mi chiamo Takoua Ben Mohamed, sono di Roma o come mi piace dire di solito sono ‘Tunisina de Roma’. Di professione faccio la graphic journalist e la cinema producer. Sono anche autrice di 3 libri e un catalogo, con anche un 4° libro in uscita nei prossimi mesi. Per quanto riguarda la produzione, sono producer in una casa di produzione cinematografica fondata da me e altri due miei fratelli che hanno studiato cinema e produzione e lavorano nel settore a Londra. Lavoriamo insieme ad altri collaboratori su documentari e fiction — tra cui un documentario per Aljazeera documentary channel. Poi ho altri lavoretti collegati a quelli principali, cioè workshop in scuole ed università e consulenze.”

Com’è cambiato il tuo lavoro in tempi di lockdown? 

T: “Una delle cose rilevanti nel mio lavoro — sia nel graphic journalism che nella produzione documentaristica\cinematografica — era viaggiare sul posto per realizzare i reportage, riprendere le interviste faccia a faccia con i protagonisti e seguirli da molto vicino. Non poterlo più fare, mi ha limitata molto, quindi molte cose sono state fermate del tutto o portate avanti con lentezza. Lo stesso vale per le presentazioni dei miei libri o workshop nelle scuole ed università, che quando non sono cancellate, sono online; cosa che io non gradisco perché sento di perdere completamente il contatto con il pubblico.
Da un altro lato invece , non avendo più i ritmi frenetici di prima, ho avuto il tempo di riflettere su come rivoluzionare in meglio il mio lavoro. Quindi non è stato del tutto un male il lockdown, ma anche un momento per riprendere lavoro accantonato e iniziare nuovi percorsi.”

Come hai capito che era quello che volevi fare? Quali difficoltà hai incontrato nel tuo percorso?

T: “ L’ho sempre saputo. Ammetto di sentirmi molto fortunata perchè a 14 anni quando ho iniziato a pubblicare seriamente i miei fumetti online e sui magazine già sapevo che era quello che volevo fare nella vita, nonostante le difficoltà. Di solito a 14 anni non sai cosa vuoi fare da grande e sei distratta dalle frivolezze adolescenziali come giusto che sia, ma io ho sempre avuto le idee molto chiare, poi col tempo ho capito anche che oltre al fumetto volevo fare anche cinema, scrittura e produzione per il cinema  penso si scollega al fumetto in quanto creatività e scrittura progettazione, quindi ho intrapreso anche quel percorso senza abbandonare nienten di quello che facevo, anzi ho provato a collegare il tutto. In fondo in qualsiasi lavoro si sceglie di fare, per avere successo non basta la passione, ma serve anche una grande dose di creatività su come crearsi un percorso su misura: credo molto nel fatto che si può imparare dall’ esperienza degli altri, senza però diventare una loro copia.
Le difficoltà maggiori che ho riscontrato nella mia carriera vanno a tappe, anche perchè all’inizio del mio percorso la mia famiglia credeva molto in me: una fortuna — non tutti i genitori impazziscono dalla gioia quando sentono dirsi da una figlia che vuole diventare fumettista. Il problema era il resto del mondo, che mi banalizzava, ero ‘ la 14enne che faceva disegnetti’, ho sentito molte cattiverie, ma il mio carattere ribelle mi ha portata ad insistere e a impormi e imporre la mia arte.

Una volta compiuti 18 anni dovevo affermare la mia professionalità e molti mi vedevano solo come ‘la ragazza col velo che fa fumetti’ una cosa che sentivo che mi sminuiva molto in quanto professionista e autrice, anche quando mi inverstavano. Così ho iniziato a seguire un corso di giornalismo e comunicazione, ho studiato e sperimentato per un po’ su come impormi al pubblico e cambiare la visione che avevano di me. Ho iniziato ad accettare solo interviste da parte di chi realmente interessat* alla mia arte, alle tematiche che porto avanti e a me in quanto artista — nel giro di mesi il linguaggio mediatico nei miei confronti è cambiato radicalmente: non ero più ragazza con il velo, finalmente cominciavano a chiamarmi per nome e cognome nei titoli degli articoli. Non volevo essere un fenomeno che fa moda per un po’ e poi muore, assolutamente no e l’unico modo per manterenere la tua affermazione professionale nel mondo dell’arte è farti chiamare per nome.

Nel frattempo un problema rilevante era in corso, quello dei contratti, dei pagamenti e della monetizzazione dei miei lavori. Inizialmente le riviste mi pagavano poco e niente, poi ho iniziato a crescere come artista, ma continuavo a sentirmi sempre ferma allo stesso punto, finchè non mi sono resa conto che per andare avanti, dovevo valorizzarmi molto di più valore e quindi chiedere senza vergogna quanto denaro mi spetasse. Molti provano ad aprofittarsi del silenzio che regna attorno alla questione “soldi” nel nostro paese, io l’ho capito col tempo.”

Dove ti vedi tra 5 anni?

T: “Onestamente non lo so. Ho sempre impostato la mia vita step by step e senza esagerare. Conoscendomi, se esagero poi mi perdo, quindi sono molto cauta e non ho fretta nel realizzare i miei sogni. Credo molto nel detto chi va piano arriva sano e lontano, però ho molti progetti in mente, ma posso dire solo che vorrei uscire dai confini italiani a livello editoriale e portare i miei lavori anche nelle editorie internazionali.”

Come immagini l’Italia tra 5 anni?

T: “L’Italia è in una fase di cambiamento molto — ma molto — lenta, grazie soprattutto a* giovan. Tra 5 anni vorrei immaginarla più aperta sia a livello interculturale e transculturale, sia a livello di opportunità per * giovan* in generale in ambito lavorativo e di studio. Forse ci vorrà di più, ma io sono ottimista e ci spero.”

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