Quello che a lezione di storia non ci hanno insegnato: Che significa Queer?

Di Leone

Che significa “queer”?

Il termine queer deriva dal germanico “queer”, a sua volta derivante dal latino “torquere”, che significa “trasversale”, “obliquo”, il contrario quindi di “straight”, ovvero “dritto”, che veniva usato per indicare la presunta rettitudine morale delle persone eterosessuali, contrapposte a quelle non eterosessuali (e cisgenere, aggiungeremmo oggi). In inglese significava quindi “storto”, “strano”, ma nel corso dell’Ottocento diventò un epiteto dispregiativo che potremmo tradurre con “f*ocio”. Se in italiano è solo nella sua riappropriazione che il termine f*ocio diventa applicabile a persone di tutti i generi, in lingua anglofona la parola queer lo era già anche quando era insulto.

Queer: unione e divisione

Oggi il termine “queer” viene usato perlopiù genericamente come termine ombrello, per indicare soggettività che non siano eterosessuali e cisgenere*, con il rischio di perdere la forte connotazione politica che ha caratterizzato il processo di riappropriazione. Se da un lato il termine per una parte della comunità LGBTQIA+ è motivo di orgoglio e di identità, dall’altro è anche simbolo di una forte frattura avvenuta tra la parte più radicale e quella più liberale del movimento di liberazione gay.

*cisgenere: persone che si identificano con il genere assegnato alla nascita

Storia della riappropriazione del termine

Rivolte di Stonewall

Nel 1969, dopo le rivolte di Stonewall, alcune associazioni come la National Gay Task Force, si erano orientate verso l’ottenimento di diritti civili, perdendo l’approccio intersezionale, che era invece centrale all’inizio delle rivolte, lasciando così da parte questioni che erano protagoniste durante i moti di Stonewall, quali antirazzismo, anticlassismo e, in generale, il sovvertimento dei sistemi di potere.

Divisione all’interno della comunità LGBT

Alcune persone LGB si separarono e si concentrarono di più sulle loro istanze, rispetto a quelle della comunità T, che erano di diversa natura e riguardavano perlopiù l’accesso agli ormoni, il diritto alla salute e alla rettifica anagrafica. Basti pensare che la depatologizzazione delle identità transgender avvenne solo nel 2018, trent’anni dopo quella dell’omosessualità. A giocare un ruolo decisivo in questa divisione fu la seconda ondata del femminismo che, dai primi anni ‘60, rivendica una base biologica dei due sessi, vedendo, da un lato, le donne trans* come una minaccia alla femminilità e non legittimate a occupare gli spazi dedicati alle donne e, dall’altra, gli uomini trans*, come “traditori” della propria condizione biologica e “colpevoli” di acquisire un privilegio con il percorso di affermazione di genere. Così, anche molte lesbiche femministe essenzialiste presero le distanze dalla comunità T.

Anni ‘80: epidemia di HIV

Negli anni ‘80, con l’epidemia di HIV, lo stigma verso la comunità gay crebbe enormemente e, di conseguenza, l’intolleranza.

La reazione da parte dei movimenti di stampo liberale fu quella di interagire con le istituzioni, cercando di dare un’immagine delle minoranze sessuali “rassicurante”, giocando sulla retorica del lutto: d’altronde, l’HIV poteva colpire tutte le persone indistintamente, anche quelle eterosessuali. Altrɜ militantɜ sentivano invece la necessità di riprendere le istanze rivoluzionarie proprie degli esordi del movimento di liberazione gay come tornare nelle strade rumorosamente, attirando l’attenzione dei media con flash-mob, sit-in e manifestazioni, per chiedere all’amministrazione Reagan un contrasto efficace dell’epidemia. Nasce così Act Up (AIDS Coalition to Unleash Power), organizzazione che si discosta dall’assimilazione alla società eterosessuale, tenendo insieme tutte le soggettività spinte ai margini. Act Up non era interessata alla silenziosa integrazione nella stessa società che aveva operato l’esclusione, se il prezzo da pagare per “l’accettazione” era doversi confondere ed essere invisibili per sembrare “normali”.

Anni ‘90: il movimento queer

Nel 1990, alcunɜ militantɜ di Act Up fondano Queer Nation, il cui manifesto sancisce l’identificazione, come rivendicazione politica, con lo stesso margine verso cui la società spinge le persone non conformi, e il definitivo discostamento dal termine “gay” ritenuto problematico poiché alcuni gay “ritengono di essere più normali che strani”, dichiarano nel loro Manifesto.

Pur riconoscendo la funzione storica della parola gay, questa rimandava all’allegria, ma “quando molte lesbiche e uomini gay si svegliano al mattino sono arrabbiat* e disgustat*, non allegr*. Così abbiamo deciso di chiamarci queer. Usare queer è un modo di ricordarci come veniamo percepiti dal resto del mondo.”

Per lɜ militantɜ di Queer Nation essere queer “significa combattere l’oppressione quotidianamente; l’omofobia, il razzismo, la misoginia, il bigottismo religioso degli ipocriti e l’odio di sé (ci è stato insegnato molto bene a odiarci). Essere queer significa condurre vite diverse: niente a che vedere con il mainstream, il profitto, il patriottismo, il patriarcato, o l’essere assimilat*. Niente a che vedere con privilegio ed elitarismo.”

È fondamentale, infatti, ricordare che a fare i moti di Stonewall furono persone razzializzate, trans*, travestite, senza fissa dimora e sex workers. Queer Nation voleva riprendere la pratica politica della genesi del movimento.

Solo nei primi anni duemila, Lisa Duggan conia il termine omonormatività, riferendosi proprio al processo di rivendicazioni della comunità LGBTQIA+ ricalcate sul modello eterosessuale e funzionali alle esigenze del capitalismo, prive di un approccio intersezionale e del riconoscimento del sistema di oppressione, presente anche all’interno della comunità stessa. Il movimento queer si mette in contrapposizione con l’omonormatività.

Nel 1990 fu Teresa de Lauretis a coniare il termine “teorie queer” che, secondo Lorenzo Bernini, “possono essere descritte come filosofie politiche critiche che, assumendo il punto di vista delle minoranze sessuali, denunciano come arbitrario, abusivo e intollerabile il regime che le rende tali, senza offrire necessariamente soluzioni o alternative, ma lasciando per lo più alle pratiche di lotta dei movimenti sociali e dei singoli soggetti il compito di elaborare e sperimentare le une e le altre”.

José Esteban Muñoz nel 2009 scrive: “Queer non è ancora qui. Queer è un ideale. Noi non siamo ancora queer. Potremmo non arrivare mai al queer ma possiamo sentirlo come la dolce illuminazione di un orizzonte carico di potenzialità. Dobbiamo sognare e mettere in atto nuovi modi di stare al mondo e, dunque, nuovi mondi. Il queer è qualcosa che ci fa sentire che questo mondo non è abbastanza, che, di fatto, qualcosa manca. Il queer è l’insistenza sulla possibilità concreta di un altro mondo.”

Significato attuale del termine queer

Al giorno d’oggi la parola queer e la queerness vengono prese in prestito da persone che non fanno parte della comunità lgbtqia+: a volte per indicare il rifiuto delle definizioni, altre l’eccentricità, altre ancora un modello di famiglia non-tradizionale. Esistono poi persone della comunità lgbtqia+ che non le rivendicano per sé. Dagli anni ‘90 ad oggi molto è cambiato, ma tutte le lotte in cui Queer Nation si impegnava rimangono spaventosamente attuali, così come il Manifesto stesso. Abbiamo molte più parole per definirci e questo è un bene: forse le parole non sono etichette fisse da appiccicarsi addosso, si possono cambiare e se ne possono creare di nuove, qualora non ne trovassimo nessuna che sentiamo nostra.

Tuttavia, la storia è importante perché ci serve a capire da dove veniamo, quale strada abbiamo fatto e dove vogliamo andare. La rivendicazione della parola queer nasce dalla rabbia di chi subiva discriminazione e marginalizzazione, dall’esigenza politica di chi lottava per la propria liberazione dagli schemi normativi. C’è da chiedersi se la depoliticizzazione a cui stiamo assistendo sia utile al radicale cambiamento, o se sarà la corrente più radicale a trovare altre parole.

Fonti:
  • Stryker S, Storia Transgender. Radici di una rivoluzione, Luiss University Press, 2023
  • De Leo M., Queer. Storia culturale della comunità LGBT+, Einaudi, 2021
  • Queer Nation, The Queer Nation Manifesto, Asterisco, 2021
  • Azaldúa G, Borderland/La Frontera: The New Mestiza
  • Muñoz J. E., Cruising Utopia: The Then and There of Queer Futurity
  • De Lauretis T., Technologies of Gender, Palgrave Macmillan, 1989
  • Lorenzo Bernini, Le Teorie Queer. Un’introduzione, Mimesis, 2017

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