InArte: 4 artisti che stanno scrivendo il futuro dell’Italia

Una cantante e attrice, un designer, un dj e una illustratrice, che raccontano le loro origini e il presente in cui vivono, da prospettive completamente nuove oggi, ma il futuro dell’ arte domani. Abbiamo fatto loro qualche domanda, in maniera completamente virtuale, come tipico di questo periodo e credeteci ne abbiamo ricavato delle vere e proprie fonti di ispirazione.

Loretta Grace

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Presentati

LG: “Mi chiamo Loretta Grace, sono una cantante, attrice, digital content creator e attivista. Nella mia carriera ho collezionato con grande orgoglio ben 2 sold-out e aperto concerti di cantanti come James Blunt, Joe Cocker e Randi Crawford, ho recitato come protagonista del musical “Ghost” e “Sister Act”, ho anche vinto il premio Best Influencer of the Year 2018 durante i Diversity Media Awards e l’anno dopo ho scritto il mio primo romanzo intitolato “Skin” e in questo momento sono in fase creativa per la realizzazione di un mio progetto musicale.”

Come e quando è iniziato tutto?

LG: “ Ho sempre avuto la passione per la musica, le prime note le ho cantante in chiesa, alcuni catechisti si resero conto che avevo talento e quindi consigliarono a mia madre di iscrivermi a scuola di canto. Così ho iniziato a studiare musica, poi recitazione e grazie al mio agente dell’epoca e al web sono arrivate le prime opportunità di lavoro.”

La tua famiglia come l’ha presa quando hanno capito che questo era quello che volevi fare nella vita?

LG: “Mia madre mi ha sempre sostenuta a modo suo, mi incoraggiava a perseguire i miei sogni ad una condizione, che proseguissi anche gli studi. Io alla fine ho seguito il mio sesto senso, facendo prendere il sopravvento all’arte, ho fatto la gavetta iniziando a lavorare nei locali, jazz club, eventi privati. Poi grazie ad internet sono arrivati i primi casting importanti, sia musicali che teatrali.”

Quanto ci è voluto prima che potessi vivere della tua arte?

LG: “Trovo che emergere nell’industria musicale italiana non sia semplice, soprattutto per le donne, se fai parte di una minoranza le cose diventano ancora più complicate, ma questa non è una motivazione valida per arrendersi.”LG: “Non è stato semplice vivere di musica e recitazione all’inizio, sono passati circa 5 anni prima che potessi riuscire a vivere della mia arte. Lavorare come cantante non è sempre un lavoro sostenibile, ci sono periodi in cui c’è più richiesta e altri invece dove è era più difficile chiudere delle serate. Dipende molto anche se hai un’agenzia di booking e un buon manager. Non mi vergogno di dire che a volte si faceva fatica ad arrivare a fine mese, ma essendo cresciuta in una famiglia molto umile ho sempre cercato di risparmiare quando potevo, questo per non rimanere a secco nei periodi meno floridi.”

Trovi che sia difficile emergere nella tua industria se appartieni a una minoranza?
LG: “Trovo che emergere nell’industria musicale italiana non sia semplice, soprattutto per le donne, se fai parte di una minoranza le cose diventano ancora più complicate, ma questa non è una motivazione valida per arrendersi.”

Se sì, pensi che questo possa cambiare nei prossimi 5 anni?

LG: “Tra 5 anni, spero che le esperienze di chi viene discriminat* quotidianamente non vengano più ignorate e neanche sminuite. Spero che la N word non sia più un argomento di discussione, che gli stereotipi che si attribuiscono alle figlie e ai figli di immigrati o semplicemente alle persone di etnia non caucasica cessino di esistere. Soprattutto spero che si normalizzi il concetto di una famiglia italiana non bianca, esistono molte famiglie nere italiane e molti le considerano e definiscono straniere, extra-comunitari e immigrati.”

Ultima domanda ormai di rito a Colory*, come vedi l’Italia nel 2030?

LG: “ L’Italia del 2030 sarà sicuramente diversa rispetto a quella di oggi, sta già cambiando. Vedo un’Italia più coesa, ormai non si può più far finta che la nuova Italia non esiste perché c’è ed è un grande valore aggiunto.”

Mohammed El Hajoui

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Presentati
MEH: “Mi chiamo Mohammed El Hajoui, ho 25 anni e sono nato in Marocco. All’età di due anni mi sono trasferito in Italia con la mia famiglia, dopo che mio padre aveva abbandonato gli studi universitari, alla ricerca di un futuro più promettente. Nel 2018 ho conseguito il diploma accademico di primo livello di Graphic Design & Art Direction presso la NABA a Milano, dove attualmente lavoro sia come Designer 3D in una agenzia, e da freelance come 3D generalist. Un anno dopo ho iniziato a lavorare ad un mio progetto personale intitolato EGIRA (termine arabo che ha come significato la parola migrazione – spostamento), una raccolta di tavole costruite con disegni e pattern che richiamano le mie radici.”

Come e quando è iniziato tutto?

MEH: “Non riuscirei ad identificare un momento preciso, sono sempre stato affascinato e attratto dall’arte, sin da piccolo, ho sempre dato sfogo ai miei pensieri e alle mie emozioni disegnando. Ho preso coscienza che era quello che avrei voluto fare nella vita, tra le elementari e le medie dopo aver vinto una piccola borsa di studio, grazie ad una illustrazione che avevo realizzato.”

La tua famiglia come l’ha presa quando hanno capito che questo era quello che volevi fare nella vita?

MEH: “I miei genitori mi hanno sempre appoggiato, specialmente mia madre perché mi vedeva felice e motivato. Ancora oggi prima di iniziare un progetto cerco di anticiparglielo, ed è la prima persona a vedere il lavoro finito. Ci tengo a mantenere questa “usanza”, rendendola partecipe, è come se acquisisse più valore il lavoro svolto.”

Quanto ci è voluto prima che potessi vivere della tua arte? 

MEH: “Attualmente tutti i progetti che ho realizzato non sono in vendita, mi sono imposto di seguire un percorso che presenta degli step, anche per una questione  più “strategica”. Il mio obiettivo in questa fase è quello di creare uno stile mio personale, renderlo riconoscibile, e sfruttarlo per comunicare un messaggio. La mia professione attuale come Designer mi permette di prendermi il tempo necessario per la realizzazione dei lavori del progetto Egira.”

Trovi che sia difficile emergere nella tua industria se appartieni a una minoranza?

MEH:”Il mondo dell’arte è molto vasto e pieno di sfumature, è un campo difficile – a livello personale al momento non ho avuto esperienze per confermare con certezza, ma penso che come per ogni categoria e ambito, ci sia la disparità, soprattutto nei concorsi.”

Se sì, pensi che questo possa cambiare nei prossimi 5 anni?

MEH: “Penso che 5 anni per far cambiare qualcosa nel mondo dell’arte siano molto pochi. Mi auguro che che ci sia più spazio per i ragazzi con una cultura e una provenienza diversa.”

Ultima domanda ormai di rito a Colory*, come vedi l’Italia nel 2030?

MEH: “Parlando sempre di porte in un senso più metaforico, mi auguro che molte di queste porte socchiuse o tenute chiuse si possano aprire, spalancare, accogliendo culture diverse, creando ponti da una porta ad un’altra. Reputo che l’Italia sia casa mia, ma viaggia molto a rilento per come vanno le cose, mi auguro che il decennio prossimo ci sia un inizio di un cambiamento positivo per il paese e per le persone che ci vivono.”

Kharfi

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Presentati

K: “Mi chiamo Kharfi, che poi è il mio cognome, ma all’anagrafe Davide Kharfi, nome Italiano cognome Arabo, proprio come me. Sono nato nella provincia di Milano nel 1997 e vivo tutt’ora alle porte di Milano. Sono un DJ e Produttore di musica Elettronica e studio anche comunicazione.”

Come e quando è iniziato tutto?

 K: “Ho avuto la fortuna di conoscere questo mondo grazie a una connessione Internet e un PC che mi comprò mio padre, a 11 anni ascoltavo tanta musica su YouTube, da Kanye ad Avicii, e di quest’ultimo mi innamorai, in gita con la scuola in prima media divenni ‘IL DJ’ perchè attaccavo il mio MP3 allo stereo del bus con il cavo AUX, da li naque tutto, tornai a casa e mi scaricai i primi software, le prime feste di amici, gli school party e così via, poi dopo anni ho cominciato a produrre con la premessa di creare musica mia da poter suonare nei miei DJ set.”

La tua famiglia come l’ha presa quando hanno capito che questo era quello che volevi fare nella vita?

K: “ direi che non l’hanno presa, semplicemente mi hanno lasciato fare, chiedendomi solo di non perdere di vista lo studio, è stata ed è tutt’ora la scelta migliore. Sono contenti di quello che faccio ma non mi hanno mai elevato troppo, prendo come esempio i genitori esaltati che vanno a vedere i figli giocare a calcio la Domenica, per fortuna i miei genitori non sono mai stati così.”

Quanto ci è voluto prima che potessi vivere della tua arte?

K: “In realtà è un processo ancora in atto, sarà tale quando mi pagherò una casa da solo in autonomia, per ora faccio 3 lavori, il mio dayjob in cucina, do lezioni a dei ragazzi che vogliono diventare dj e sono A&R di una Label, oltre alla mia attività principale, quella di Kharfi.”

Trovi che sia difficile emergere nella tua industria se appartieni a una minoranza?

K: “Per me è un punto di forza, per fare musica innovativa il mix di due generi e culture diverse non può che aiutare, con il mio ultimo singolo “Marrakech Express” ho fatto proprio questo, ho unito le mie origini marocchine con un suono di un sitar melodico agli arpeggi e percussioni più personali. Ed è quello che ho anche portato con “Marrakech Express – The Project” progetto dove ho intervistato tre ragazzi italo-marocchini trasformando una canzone in un progetto di Sociologia.”

Se sì, pensi che questo possa cambiare nei prossimi 5 anni?

 K: “Tra 5 anni penso verrà fatto il primo quarto di passo verso a un’accettazione globale della diversità sotto ogni punto di vista, credo però che il processo completo sarà un po’ più lungo. A livello sociale stiamo vivendo già ora profondi cambiamenti, senza andare molto lontano qui nei dintorni e credo in tutta Italia ci siamo seconde generazioni come me.”

Ultima domanda ormai di rito a Colory*, come vedi l’Italia nel 2030?

 K: “Nel 2030 spero di vedere un processo ultimato e completo di totale Integrazione da parte di chi non è un nativo di una specifica Nazione, ma vuole comunque stabilirsi lì.Risolveremo molti problemi e come la razza umana insegna, ne creeremo di nuovi altrettanto importanti, staremo a vedere, la priorità è agire al presente, nel quotidiano e nel nostro piccolo, includendo il più possibile chi rimane fuori.”

Valeria Weerasinghe 

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Presentati

VW: “Mi chiamo Valeria Weerasinghe e sono un’illustratrice italo-srilankese. Sono nata ad Avellino, cresciuta nella provincia di Milano, ho studiato e lavorato in Inghilterra e dopo un periodo in Irlanda sono da poco ritornata in Italia. Attraverso colori forti e movimento, le mie illustrazioni parlano di rappresentazione, di femminilità e di introspezione nella vita di tutti i giorni.”

Come e quando è iniziato tutto? 

VW: “Non so se c’è un inizio ben preciso. Disegno da sempre, è il mio modo di comunicare. Sicuramente i miei anni a Londra sono stati fondamentali perché lì ho trovato un senso di libertà ed espressione che mi mancava. Ho avuto modo di immergermi in una multiculturalità che in Italia non avevo ancora visto e ho imparato ad osservare e a ricercare un mio linguaggio personale.”

La tua famiglia come l’ha presa quando hanno capito che questo era quello che volevi fare nella vita? 

VW: “Credo che non sia semplice comprendere a pieno la devozione di una persona verso una disciplina creativa. È un terreno così incerto e probabilmente da un punto di vista professionale penso che i miei genitori avrebbero sperato in qualcosa di più ‘ordinario’. Nonostante ciò, la mia famiglia mi ha sempre offerto il suo supporto e rispetto nei confronti del mio lavoro e di questo gliene sono grata.”

Quanto ci è voluto prima che potessi vivere della tua arte? 

VW: “Sinceramente mi è difficile poter dare un periodo definito. Vivere della propria arte per me vuol dire anche essere consapevoli del fatto che si va incontro ad alti e bassi anche a livello economico, soprattutto all’inizio. Sembra banale e già sentito ma bisogna starci dietro, crederci tanto e piano piano i risultati si vedono.”

Trovi che sia difficile emergere nella tua industria se appartieni a una minoranza? 

VW: “Mi sono trovata diverse volte ad essere l’unica persona non caucasica all’interno di un progetto, sia in Italia che all’estero. Per gran parte della mia vita questo aspetto è stato quasi ‘scontato’ fino a quando un giorno, qualche anno fa, ricordo di aver pensato ‘forse sono l’unica Illustratrice sud asiatica in Italia? In Europa? Nel mondo?’. Mi sono risposta che non era possibile e se anche lo fosse stato non poteva essere accettabile. Una domanda ingenua in apparenza che proviene però da qualcosa di più profondo. Per questo credo che forse non è tanto un discorso di emergere nella propria industria quanto quello di essere rappresentati all’interno di essa.”

Se si, pensi che questo possa cambiare nei prossimi 5 anni? 

VW: “Credo di sì. Finalmente abbiamo aperto il tanto temuto discorso sull’importanza della diversità e dell’inclusione. Spero che non sia soltanto una moda passeggera ma un vero e proprio passo verso un cambiamento necessario.”

Come vedi l’Italia nel 2030? 

Vw: “Io mi schiero con gli ottimisti! Chiudo gli occhi e vedo un’Italia più inclusiva, rappresentata in tutti gli ambiti e spero anche con meno pregiudizi.”

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