Quello che a lezione di storia non ci hanno insegnato: come sono in realtà le persone cinesi

Scritto da Jada Bai

Agli occhi degli italiani noi cinesi siamo creature misteriose. Pare che siamo chiusi, non parliamo, non ci integriamo. La mancanza di conoscenza su chi siamo e come viviamo, lascia spazio all’immaginazione, al sentito dire. E così imperversano stereotipi e pregiudizi che influenzano la nostra vita. In questo articolo vorrei provare a fare luce su alcuni dei più comuni. Scopriremo che possono riguardare più direttamente la Cina o la comunità cinese in Italia.

“Scusa, sei una massaggiatrice? Li fai i p——?”. La prima volta che me lo chiesero avevo 16 anni e stavo camminando, serenamente diretta verso Corso Buenos Aires dove mi aspettavano gli amici. Mi ricordo che rimasi senza parole. Cercavo di non capire il retroscena odioso di quella domanda mentre ero assalita da una cieca rabbia. Alla fine scoccai a quell’uomo un’occhiata assassina e tirai dritto. Il tizio, forse accortosi dell’errore, cercò anche di scusarsi. Quel pomeriggio mi resi conto di essere una donna cinese. E per questo una massaggiatrice-prostituta.

Negli anni altre donne, cinesi e non, mi raccontarono di aver vissuto esperienze simili. Evidentemente, nelle società odierne l’idea di donna come corpo e merce è trasversale: sia che tu sia cinese, che tu sia nera o bianca. Ma c’erano delle differenze culturali nelle storie delle nostre comunità di origine? Occupandomi di studi sulla Cina e sulla diaspora cinese nel mondo mi accorsi di alcune caratteristiche del patriarcato cinese, di come la figura della donna sia fortemente influenzata dal Confucianesimo che assegna ad ogni persona un ruolo con diritti e doveri. Quello della donna era inevitabilmente di sottomissione. Le bambine e le ragazze delle varie comunità però hanno sempre cercato un equilibrio tra i dettami della tradizione e le società locali in cui si sono trovate a vivere. Ad esempio scopriamo l’alto tasso di occupazione femminile cinese in Italia che arriva al 72,4% (dati ISTAT del 2020) come anche quello delle imprenditrici: delle 52 mila imprese individuali infatti ben 46,3% sono gestite da titolari donne. E a volte, l’affrancamento da vecchi ruoli ne crea di nuovi, come negli Stati Uniti dove è famosa la figura di “tiger mom”, la mamma tigre, che disegna per i figli un percorso duro e faticoso per conquistare un posto di rilievo nella società. E così lì molti asiatici diventano avvocati, medici e politici. Lo racconta bene Amy Chua nel suo libro, Il ruggito della mamma tigre appunto.

Argomento controverso, molto battuto dai media italiani, è l’accusa di sfruttamento del lavoro nella nostra comunità: chi non ha letto notizie di capannoni abusivi dove operai cinesi lavorano giorno e notte? I giornalisti si chiedono come mai le attività abbiano dipendenti cinesi e perché questi ultimi non si immettano nel mercato del lavoro italiano dove avrebbero maggiori tutele. E’ un fenomeno complesso e ha più di una sfaccettatura. Una di queste ad esempio ci mostra che la maggior parte delle trecentomila persone cinesi in Italia proviene da un’unica regione della Cina, lo Zhejiang, e formano in Italia un insieme di famiglie allargate. Queste hanno un preciso progetto migratorio di raggiungimento del benessere, più facile da realizzare con il supporto della rete familiare. Se un cugino apre un’attività si va a lavorare per lui, si risparmia per alcuni anni e poi, con l’aiuto di amici e parenti si può aprire una propria impresa. In più, si parla la stessa lingua, ci sono gli stessi riferimenti culturali e le stesse modalità di espressione. Un esempio di questo processo è Prato dove gli abitanti di origine cinese sono, secondo i dati del Comune, ben 26 mila e rappresentano un quinto della popolazione locale. Intere famiglie infatti si sono trasferite qui per lavorare nel settore tessile. 

A Prato però, a complicare il quadro, c’è il fatto che le attività cinesi si sono inserite in un sistema pre-esistente di disuguaglianze e sfruttamento che non esclude nessuno, neanche gli stessi italiani doc. Di cosa si tratta? Secondo studi di sociologi e sinologi come Antonella Ceccagno dell’Università di Bologna funziona grossomodo così: grandi aziende come ad esempio famosi marchi di moda affidano ad aziende più piccole commesse per lavorare parti dei loro prodotti come vestiti o borse, spesso con tempi molto stretti. Le aziende che le ricevono le commissionano a loro volta ad altre più piccole i cosidetti terzisti, che fanno il grosso del lavoro. I prodotti sono poi rimandati indietro, dalle prime aziende, ricevono le ultime rifiniture, vengono marchiati  “Made in Italy” e arrivano nei negozi, talvolta a costi molto più alti. I terzisti cinesi negli anni sono riusciti ad ottenere una grossa fetta di commesse perché riescono a garantire tempi di consegna più veloci: infatti i loro operai lavorano a cottimo, un sistema che premia chi produce più capi.“Sistema di autosfruttamento” lo ha definito Shi Yang Shi, attore sino-italiano che ha raccontato parte dell’esperienza di Prato nel suo spettacolo Arle-chino: traduttore-traditore di due padroni.

Un altro stereotipo sui cinesi è la bassa qualità della manifattura. Negli anni nelle città italiane è nata una nuova categoria di negozi: quello de “i cinesi sotto casa” dove si possono trovare le “cinesate”, prodotti come casalinghi o abbigliamento a poco prezzo, tutti “made in China”. Non tutti forse sanno che gli stessi articoli si trovano sulle bancarelle dei mercati, nei negozi di casalinghi italiani, nei centri commerciali. Questo perché il commercio è ormai globalizzato e l’interesse sull’import&export con la Cina è nazionale, come testimonia il MOU firmato tra Italia e Cina nel 2019 e fortemente voluto dal ministro Di Maio. E così, interi container arrivano in Europa attraverso porti come Genova e da città come Yi Wu. Quest’ultima in particolare ha una storia interessante. E’ soprannominata “fabbrica di Babbo Natale”, infatti gli alberi, le decorazioni e tutto ciò che usiamo per festeggiare Natale sono realizzati lì. Ma è una situazione che sta già cambiando: da tempo la Cina non vuole più essere la fabbrica del mondo e il paese sta diminuendo il suo tasso di export concentrandosi sui consumi interni. C’è anche un forte focus sulla tecnologia: hub tecnologici, corsa aerospaziale e intelligenza artificiale sono alcuni dei futuri settori di sviluppo come racconta bene il giornalista Simone Pieranni nel suo saggio Red Mirror – il nostro futuro si scrive in Cina.

Esistono poi degli argomenti molto sensibili in Italia come quello del consumo di carne di cane. Ogni anno infatti, periodicamente, i giornali nostrani si riempiono di articoli accusatori contro i cinesi che mangiano la carne del migliore amico dell’uomo. Non ci si rende conto che si tratta semplicemente di diversità culturale. Che ogni paese ha la propria storia, la propria cultura, le proprie caratteristiche, i propri tabù. E quello di non mangiare carne di cane è un tabù occidentale, che in certe parti del mondo non sussiste. Il relativismo culturale è, tra l’altro, una realtà e ci sono situazioni simili anche in Gran Bretagna dove non si è soliti mangiare carne di cavallo o in India dove la carne di bovino è proibita. Nella storia e cultura cinese non ci sono state imposizioni particolari sugli alimenti e si è sempre mangiato qualsiasi tipo di carne. Ora, con il raggiungimento di un certo benessere, in Cina in realtà non si consuma più carne di cane. Certo, resiste ancora in alcune zone dalla forte tradizione ma nel resto del paese è pressoché sparita. Insomma, se si entra in un ristorante di Shanghai o Pechino non è possibile ordinare un piatto di spiedini di cane.

Dal cibo all’aspetto: “i cinesi sono tutti uguali” è uno stereotipo comune giustificato talvolta da “avete tutti capelli neri e occhi a mandorla!”. Eppure gli studi di neurologia ci spiegano che riconoscere le differenze all’interno di uno stesso fenotipo etnico è un’abilità che si sviluppa con l’esperienza. Si riconoscono le differenze tra nasi o bocche diversi se si è allenati a farlo. Non sorprende dunque che accada anche il contrario e cioè “voi europei siete tutti uguali”. Infatti, un’amica cinese, arrivata in Italia da adulta, mi confessò di fare molta fatica a riconoscere i volti degli italiani, soprattutto se appena conosciuti. Cercava di aggrapparsi a dei particolari, i capelli ricci o un neo ma non sempre riusciva a memorizzare i visi.

Dal confondere i cinesi al confondere gli asiatici il passo è breve. Infatti in Italia spesso c’è un certo caos su ciò che proviene dall’Asia orientale. Nell’immaginario comune si mescolano inchino, geisha, karate, kung-fu etc. E qualsiasi viso asiatico viene scambiato per “cinese”. Lo sa bene l’ingegnere sudcoreano che, venuto in Italia nel 2021 per lavoro, venne scambiato per cinese e aggredito perché “ci ha portato il Covid”.

Stereotipi, pregiudizi, immaginari. La politica in Italia dovrebbe lavorare su questi fronti creando e gestendo nuove dinamiche di convivenza perché nuova è la composizione della società: su 60 milioni di persone, ben 5 sono di altra origine (dati ISTAT). Quindi che altro stiamo aspettando?

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