La storia di Marsha P. Johnson e Sylvia Rivera: le madri della comunità LGBT+ a Stonewall

Scritto da ColorY*

Contesto

In occasione del pride month, il mese dedicato alle lotte per la libertà della comunità LGBTQ+, celebriamo la memoria di Marsha P. Johnson e Sylvia Rivera e delle loro lotte per l’inclusione delle persone trans, nere e in stato di povertà nel discorso politico e sociale dei diritti civili gay, a partire dai moti di Stonewall.

È grazie, infatti, all’instancabile attivismo di Johnson e Rivera che oggi possiamo parlare e appartenere a una comunità LGBTQ+ aperta alle diverse identità sessuali e di genere, e non più circoscritta solo alla comunità gay. 

Celebrare il ricordo delle lotte di Marsha P. Johnson e Sylvia Rivera dopo 56 anni dai moti di Stonewall è importante per non dimenticare che la storia della comunità di oggi affonda le proprie radici socio-politiche e culturali anche nella liberazione dall’oppressione sistemica razziale, di genere ed economica. 

Marsha P. Johnson and Sylvia Rivera, ca. 1989-1990. The Rudy Grillo Collection, Rudy Grillo / LGBT Community Center Archive.

Chi era Marsha P. Johnson?

Nata il 24 agosto 1945 a Elizabeth nel New Jersey, Marsha P. Johnson è stata icona transgender nera e tra le attiviste più importanti, insieme a Sylvia Rivera, per il movimento gay negli anni ’60 e ’70 in USA che ha poi portato allo sviluppo della comuità LGBTQ+ intersezionale come la intendiamo oggigiorno. 

Alla nascita le fu assegnato il sesso maschile, ma già all’età di cinque anni Marsha manifestava un forte interesse per gli abiti femminili: questo la espose a diversi episodi di bullismo e violenza, culminando in un’aggressione sessuale che la portò a chiudersi temporaneamente nelle regole del conformismo eteronormativo.

Perchè si chiamava Marsha P. Johnson?

A 17 anni Johnson decise di trasferirsi a New York City con le sue limitatissime risorse: partì con 15 dollari in tasca e una borsa con i suoi vestiti più cari. Qui trovò una città dove ricominciare a essere se stessa, vestendosi come aveva sempre desiderato. Dopo vari nomi, adottando finalmente quello finale e completo di Marsha P. Johnson: la “P” sta per Pay it no mind, cioè “non farci caso” in italiano, che usava come motto di vita ma anche come risposta a tutte le domande circa la sua identità di genere; mentre “Johnson” deriva da Howard Johnson, il ristorante sulla 42esima celebre negli anni ‘60 come hotspot per la comunità gay.

Source photo: https://flashbak.com/1980s-snapshots-of-new-york-citys-42nd-street-441768/42-street-nyc-howard-johnsons/

Marsha P. Johnson si riconosceva come una persona gay, travestita e drag queen, usando pronomi femminili (she/her): all’epoca transgender non era un termine condiviso e per questo non potè fare subito appello a una parola che racchiudesse nel suo significato l’esperienza legata alla sua identità di genere. 

La sua lotta, insieme a Sylvia Rivera, è stata essenziale non solo in quanto miccia e motore per i moti di Stonewall, ma anche per il riconoscimento di categorie sociali ancora marginalizzate e ignorate dalla stessa comunità gay, come le persone trans, nere e povere.  

Che lavoro faceva Marsha P. Johnson?

Le possibilità lavorative erano profondamente limitate per le persone gay, tanto più per chi che, come Marsha P. Johnson, non apparteneva ad alcuna categoria all’epoca riconosciuta dalla comunità gay in quanto persona trans. Johnson, allora, cercò di sopravvivere alla fame lavorando come sex worker, quindi in un settore lavorativo ampiamente criminalizzato all’epoca e tuttora ancora problematico (leggi qui l’approfondimento sul Sex Work).

In USA, e in particolare nello Stato di New York, gli anni ‘60 furono un terreno molto fertile per le persecuzioni delle persone gay: era normale per le istituzioni pubbliche, le forze dell’ordine e le persone comuni criminalizzare le attività lavorative della comunità, e più in generale, la loro stessa esistenza, attraverso abusi di potere, atti di violenza e discriminazione. 

È in questo contesto sociale che Marsha P. Johnson, oltre a sex worker, trovò lavoro anche come cameriera per poi, in futuro, costruirsi una carriera nei drag show: in un’intervista del 1992 Johnson disse “I was no one, nobody, from Nowheresville until I became a drag queen.” (Non ero nessuno, una sconosciuta dal Paese degli sconosciuti finché non sono diventata una drag queen). 

Con il suo stile sfarzoso con gioielli, corone di fiori e colori, Marsha P. Johnson si guadagnò all’interno della comunità gay a New York una reputazione importante, non solo come drag queen, ma come prima sostenitrice delle cause sociali gay, piena di dedizione, rabbia e affetto. Uno dei nickname di Johnson, infatti, era Saint of Christopher Street, cioè la santa della via in cui si verificarono i moti di Stonewall.

Ma era solo il 1963 quando Marsha P. Johnson, all’epoca diciassettenne, incontrò sulle strade di New York una giovanissima Sylvia Rivera di soli 11 anni, abbandonata a se stessa. Johnson iniziò a prendersi cura di Rivera insegnandole a lottare per i diritti di una comunità non più solo gay, ma aperta anche alle persone trans attraverso una liberazione razziale, economica e di classe del popolo.

Chi era Sylvia Rivera?

Sylvia (Ray) Rivera nacque il 2 luglio 1951 nel Bronx a New York da una famiglia molto povera, di origini portoricane e venezuelane. Ebbe un’infanzia molto travagliata con un padre assente e una madre morta suicida quando Sylvia aveva solo 3 anni. Crebbe con sua nonna che però si dimostrò sempre severa e intollerante ai suoi comportamenti “effeminati” e al trucco che usava per esprimersi. 

Perchè si chiama Sylvia Rivera?

Quando a 11 anni scappò di casa, iniziò una vita senza tetto a New York in cui, purtroppo, subì diversi abusi e aggressioni sessuali. Nello stesso anno, però, incontrò un gruppo di drag queen, tra cui la diciassettenne Marsha P. Johnson, che la accolse e si prese cura di lei: fu da questo momento che Sylvia Rivera ricevette il nome con cui ancora oggi la ricordiamo.

Dal 1963, infatti, Marsha P. Johnson ricoprì per Sylvia Rivero un ruolo praticamente materno: le insegnò a truccarsi, a vivere per strada, ad amare se stessa e a proteggere la sua identità. Da amiche a membri della stessa famiglia, Johnson e Rivera decisero di diventare anche compagne di lotta e rivoluzione per combattere i pregiudizi e le discriminazioni verso le persone gay e per estendere questa comunità alle persone transgender, nere e senzatetto. 

L’instancabile attivismo di Marsha P. Johnson e Sylvia Rivera: cosa hanno fatto?

Ancora oggi ricordiamo Marsha P. Johnson e Sylvia Rivera come due figure chiave nella rivendicazione dei diritti gay, ma anche e soprattutto nella prima vera lotta per l’inclusione delle persone transgender nella stessa comunità. 

In particolare, Johnson e Rivera si sono battute denunciando la disuguaglianza all’interno della comunità gay che rivendicava dei diritti civili per sé, ignorando le persone transgender, nere e senzatetto che, di fatto, partecipavano alla lotta in prima linea. 

I moti di Stonewall: cosa è successo?

Il 28 giugno 1969, quando Marsha P. Johnson aveva 23 anni e Sylvia Rivera soltanto 17, segna l’inizio delle celebri rivolte di Stonewall, cioè i primi moti rivoluzionari a New York per la rivendicazione dei diritti gay. Ufficialmente durarono 6 giorni, ma l’eco che ottennero nella coscienza collettiva fu da allora indelebile.

Le politiche discriminatorie verso i membri della comunità gay in USA si manifestavano in frequenti episodi di brutalità, abuso di potere e oppressione da parte della polizia verso qualunque persona non conforme alle aspettative della eteronormatività. 

La notte del 28 giugno 1969 non fu un’eccezione: Marsha P. Johnson e Sylvia Rivera si trovavano nei pressi dello Stonewall Inn, bar gay molto popolare in Christopher Street nel quartiere Greenwich, quando la polizia fece irruzione. Gli agenti aggredirono clienti e dipendenti del pub con violente perquisizioni e diversi trascinamenti per strada. 

Fu questo l’evento che scatenò una reazione immediata e prolungata da parte della comunità gay che, quindi, decise di rispondere al raid con altrettanta violenza: mattoni e molotov contro la polizia furono le prime repliche di difesa che, presto, si trasformarono in un vero e proprio movimento militante, guidato dall’attivismo di membri come Marsha P. Johnson e Sylvia Rivera. 

I ruoli di Marsha P. Johnson e Sylvia Rivera nei moti di Stonewall

Sebbene le testimonianze riportino diverse versioni dell’accaduto, emerge chiaramente una forte reazione di resistenza che vedono Marsha P. Johnson, Sylvia Rivera e altri membri della comunità in prima linea. Secondo alcune testimonianze P. Johnson avrebbe lanciato il bicchiere o il mattone che scatenò la rivolta, o colpito un’auto della polizia, mentre Rivera avrebbe dichiarato di aver lanciato lei stessa la seconda molotov.

Entrambe agirono per rabbia e frustrazione non solo in risposta all’ennesima abuso della polizia, ma anche per dare finalmente vita a una reazione concreta all’oppressione sistemica che le persone gay e chiunque non rispettasse il “decoro” della eteronormatività bianca, cisgender e benestante.

La fondazione di STAR: il contributo di Marsha P. Johnson e Sylvia Rivera alla comunità trans e nera 

STAR, acronimo di Street Transvestite Action Revolutionaries, è l’organizzazione militante co-fondata da Marsha P. Johnson e Sylvia Rivera nel 1970 che offriva uno spazio collettivo per discutere e organizzarsi sui temi riguardanti la comunità trans a New York. La STAR House, in particolare, forniva cibo, vestiti e alloggio ai giovani membri della comunità gay, trans e nera in USA.

La prima STAR House era il retro di un camion abbandonato nel Greenwich Village, dove quasi 24 giovani trovarono casa e una famiglia dove rifugiarsi e sentirsi, per la prima volta, accoltə. Quando il camion fu forzatamente rimosso, Johnson e Rivera affittarono un edificio dismesso, ristrutturandolo per quanto possibile, così da continuare ad accogliere le persone della comunità bisognose: dopo solo 8 mesi furono sfrattate. 

Nonostante la sua breve durata, la STAR House fu uno spazio di collettività preziosissimo soprattutto per persone povere, trans e nere. Johnson e Rivera lottarono a lungo mettendo a disposizione della comunità più allargata tutte le loro risorse per assicurare alla famiglia di STAR un porto sicuro, proprio come la casa che loro stesse non avevano mai avuto da piccole.

STAR: la vera missione di Marsha P. Johnson e Sylvia Rivera

La co-fondazione di STAR nel 1970, a solo un anno dai moti di Stonewall, fu il mezzo di ribellione e resistenza che P. Johnson e Rivera furono in grado di offrire alla lotta per i diritti civili delle minoranze, facendo sentire per la prima volta una voce trans nera forte e chiara.

Sebbene molti dei movimenti per la liberazione gay si siano consolidati a seguito dei moti di Stonewall, Marsha P. Johnson e Sylvia Rivera denunciarono che anche nella stessa comunità gay venne applicata la marginalizzazione delle persone transgender, nere e povere nella rivendicazione politica e sociale.

È importante evidenziare, infatti, come i gruppi e le associazioni ispirate ai moti di Stonewall fossero movimenti ancora guidati prevalentemente da una leadership bianca, cisgender e borghese, come la Gay Activist Alliance (GAA). 

Da comunità gay a comunità LGBTQ+

Le esigenze popolari che Stonewall aveva messo in luce non si limitavano soltanto alla grave mancanza di diritti alla comunità gay, ma comprendeva anche tuttə quellə compagnə che si erano battutə insieme alla stessa comunità per far sentire la propria voce che, puntaulmente, veniva sovrastata da chi aveva un colore di pelle più chiaro, era conforme alle regole di espressione del gender e poteva fare affidamento a un sistema di supporto economico e affettivo. 

La missione di STAR, quindi, era una risposta concreta all’evidente falla nella lotta per i diritti gay, con l’obiettivo di ampliare le stesse rivendicazioni alle politiche di genere e alla liberazione razziale, economica e di classe del popolo. È quindi grazie all’attivismo di Marsha P. Johnson e Sylvia Rivera che, oggi, possiamo parlare di una comunità più ampia e inclusiva, la comunità LGTBQIA+. 

Il discorso di Sylvia Rivera del 1973 contro la censura delle voci trans

Durante il Gay Pride del 1973 Sylvia Rivera decise di ribellarsi al silenzio sleale della comunità gay rispetto alle ingiustizie dei membri trans, nerɜ e senzatetto. Quando le fu impedito di contribuire al Gay Pride con un intervento perché considerata “troppo radicale”, Rivera si sentì tradita e prese comunque il microfono per pronunciare il suo celebre discorso “Y’all Better Quiet Down“.

Il discorso di Sylvia Rivera del 1973 fu una vera e propria denuncia dell’ipocrisia della comunità gay rispetto alle persone trans, nere e povere che si erano tanto battute insieme, anche in prima linea, per le stesse cause sociali. La risposta della folla travolse Rivera con ondate di fischi e disapprovazione. 

Il ritiro di Sylvia Rivera: il disegno di legge del 1986 

L’incidente del 1973 evidenziò il fallimento della comunità gay nel riconoscere le esigenze delle persone trans nel disegno di legge sui diritti gay. 

Nel 1986, infatti, la versione finale del disegno di legge sui diritti gay di New York proibì la discriminazione solo sulla base dell’orientamento sessuale, escludendo le persone trans. 

Sylvia Rivera continuò a lavorare come sex worker, senza un alloggio, vivendo diversi episodi di abuso di sostanze e navigando tra le difficoltà psico-sociali dovute alla mancanza di un adeguato sostegno economico e psicologico. Queste condizioni di vita la portarono a un tentato suicidio: fu proprio Marsha P. Johnson a portarla in ospedale e a sostenerla nel suo percorso di guarigione.

Questa esperienza e la delusione del 1973 che la fecero sentire tradita, spinsero Rivera a ritirarsi temporaneamente da New York e dall’attivismo che aveva portato avanti con tanta forza e coraggio.

Tornò nella sua città natale solo nel 1992, l’anno di morte di P. Johnson. 

Il caso di Marsha P. Johnson: com’è morta?

Il corpo di Marsha P. Johnson è stato, infatti, trovato il 6 luglio 1992, proprio qualche giorno dopo il Pride, nel fiume Hudson, al largo dei West Village Piers: aveva 46 anni e, dopo le prime indagini, la polizia di New York archiviò la sua tragica morte come suicidio.

Tuttavia, amicɜ, conoscentɜ e compagnɜ di P. Johnson si sono battutɜ a lungo per contestare l’affrettata conclusione del suicidio, ritenendo più probabile l’ipotesi di un’aggressione o di una fuga da un’aggressione. Soltanto nel 2012 il Dipartimento di Polizia di New York ha finalmente accettato di riaprire il caso sulla morte di Johnson, riclassificandola come annegamento da causa indeterminata.

I progetti di Sylvia Rivera dopo la morte di Marsha P. Johnson 

Una volta tornata a New York, Rivera riprese il suo attivismo all’interno della lotta per l’inclusione e il riconoscimento delle persone trans e nere, e dei loro diritti; si riunì al movimento della comunità gay che ora, finalmente, si stava espandendo a comunità LGBT+. 

Nel 1994 le fu assegnato un posto d’onore per il Pride, in occasione del 25° anniversario dei moti di Stonewall.

Nel 1997, per onorare e continuare il progetto STAR, fondò Transy House in Park Slope, a Brooklyn. Quando nel 2001 marciò al Pride di New York, abitava orgogliosamente nella Transy House.

Sylvia Rivera morì nel 2002, all’età di 50 anni al Saint Vincent’s Catholic Medical Center di New York. Insieme a lei, accanto al letto di morte, sedeva la sua compagna, Julia Murray. 

La causa del decesso è riconducibile al cancro diagnosticato al fegato.

L’eredità di Marsha P. Johnson e Sylvia Rivera: il ruolo dell’intersezionalità

Marsha P. Johnson e Sylvia Rivera ricoprono per la comunità LGBTQ+ un ruolo chiave, decisivo per il riconoscimento universale dei diritti umani sulla base dell’orientamento sessuale, dell’identità di genere e della classe economica. 

Grazie a P. Johnson e Rivera, le persone hanno avuto l’opportunità di allargare la propria visione di comunità gay a comunità LGBTQ+ con diverse esigenze coerenti alle varie lotte, ugualmente valide e importanti. 

P. Johnson e Rivera hanno lottato fino alla fine per aprire la comunità a una prospettiva più ampia, intersezionale e inclusiva. 

Oltre alla questione dell’identità di genere, infatti, l’attivismo di Johnson e Rivera si concentrò sulle questioni razziali ed economiche, a favore di una maggior sensibilizzazione alla visibilità e al riconoscimento socio-politico, sempre più urgente, delle persone nere e in stato di povertà.

Il loro progetto STAR ebbe un impatto profondo e significativo, nonostante la sua breve durata: fu una delle prime organizzazioni in USA a difendere i diritti delle persone transgender, aprendo la strada a iniziative che considereranno e affronteranno finalmente anche la questione delle persone nere trans e di quelle senzatetto nella comunità. 

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