Scritto da Nouhaila El Badii
La migrazione contemporanea marocchina verso l’Italia non è soltanto un fenomeno economico, ma qualcosa che negli anni ha intrecciato in modo profondo le relazioni sociali tra i due Paesi e che ha portato la diaspora marocchina ad essere tra le più numerose in Italia.

La migrazione marocchina verso l’Europa era già molto forte negli anni ’60, anche se era molto diversa da quella che conosciamo oggi. Dopo l’indipendenza del Marocco nel 1956, il Paese entra in una fase di forte squilibrio economico, dove la crescita demografica rapida, la scarsità di posti di lavoro, e le forti differenze tra aree urbane e rurali portano il popolo marocchino a guardare all’Europa, che all’epoca era nel pieno boom industriale.
È in questo contesto che prende forma la prima grande migrazione marocchina, inizialmente diretta quasi esclusivamente verso Francia, Belgio, Paesi Bassi e Germania. In molti casi gli Stati europei firmavano accordi bilaterali per reclutare lavoratori stranieri destinati ai settori più duri e meno tutelati – miniere, industria pesante, edilizia. Negli anni ’80 la migrazione marocchina verso l’Italia cresce in modo visibile, grazie al processo iniziato negli anni ‘60.
Le ondate migratorie dal Marocco all’Italia
La comunità marocchina è oggi una delle più numerose in Italia, frutto soprattutto delle ondate migratorie degli anni ’80 e ’90, quando l’Europa mediterranea aveva un disperato bisogno di manodopera poco qualificata.
L’Italia, che stava trasformando la propria economia, era in pieno boom industriale in settori come l’agricoltura intensiva, l’edilizia e la manifattura.
Il Marocco, nello stesso periodo, aveva una disoccupazione giovanile alta, salari bassi, aggiustamenti strutturali imposti dalle istituzioni finanziarie internazionali. Questo incastro ha creato un corridoio migratorio stabile e duraturo verso l’Europa.
Chi partiva dal Marocco per l’Europa non cercava soltanto lavoro, cercava mobilità sociale, ovvero la possibilità di migliorare la propria condizione sociale per riuscire a costruire qualcosa che in patria non era possibile. I marocchini che arrivavano in Italia si appoggiavano sempre più da parenti e amici che si erano già stabiliti nel Paese.
Questo ha consolidato delle vere e proprie “catene migratorie”, che non solo facilitavano i nuovi arrivi, ma modellavano anche la distribuzione geografica, portando molte comunità marocchine a radicarsi in specifiche regioni italiane proprio grazie a queste reti.
Nonostante la vita delle persone migranti non sia facile – tra stereotipi e pregiudizi – le persone marocchine hanno creato forti spazi di interazione con la società italiana: matrimoni, scambi culturali e la crescente familiarità degli italiani con il Marocco e con la sua cultura.
I giovani marocchini di seconda generazione contribuiscono direttamente alla vita sociale italiana, studiando nelle scuole italiane, parlando italiano come prima lingua e portando il proprio sapere e la propria forza lavoro. È una generazione che sta rimodellando l’identità della diaspora, spingendo verso forme di “integrazione” più complesse.

Il Nord Italia come spazio di radicamento
La presenza marocchina in Italia non è un fenomeno recente. I dati sui permessi di soggiorno mostrano un radicamento che attraversa decenni.
Nel 1992 i cittadini e le cittadine marocchine regolarmente soggiornanti erano 83.292; al 1° gennaio 2023, erano quasi 400.000. Il salto più più evidente avviene tra il 2007 e il 2008, quando si passa da circa 258.000 persone a 388.084, non per un’ondata migratoria improvvisa ma per il cambiamento nelle metodologie statistiche, che ha portato a conteggiare meglio presenze già esistenti.
Il vero turning point mostrato dai dati rimane il 2014, l’anno del massimo storico, con 524.775 persone marocchine regolarmente presenti sul suolo italiano. Da lì il numero cala lentamente perché tanti diventano ufficialmente italiani, ottenendo la cittadinanza.
Nel 2022 diventano italiani 30.953 persone marocchine, con un +99,7% rispetto al 2021.
Le donne arrivate dal Marocco erano il 40,8% nel 2008; oggi sfiorano il 46%, segno di una presenza sempre più familiare e meno legata alla migrazione maschile solitaria degli anni ‘80 e ‘90. I minori, pur calando dal 32% del 2008 a poco più del 25% nel 2023, restano un quarto della comunità.
Il motivo principale di ingresso nel 2022 è il ricongiungimento familiare, che copre quasi il 66% dei nuovi arrivi. Quasi la totalità dei minori entrati quell’anno (il 98%) è arrivata per raggiungere un genitore.
Come accennato, geograficamente, la comunità è fortemente radicata nel Nord Italia (64,5%). La Lombardia da sola accoglie il 20,6% della popolazione di origine marocchina. Seguono Emilia-Romagna (13,3%), Piemonte (12,4%). Nel Sud e nelle isole si concentra invece il 20,4% della comunità marocchina italiana.
Lavoro, economia e il ruolo della diaspora marocchina nella società italiana
Sul fronte socio-economico, il profilo occupazionale prevalente resta quello di uomini attivi nell’industria, nei trasporti, nei servizi alle imprese e nel commercio.
In Europa vivono circa 3 milioni di marocchini e quasi mezzo milione risiede in Italia, che diventa così — insieme alla Spagna e dopo la Francia — una delle principali destinazioni migratorie. Come riporta ANSA, “i marocchini rappresentano attualmente la più grande comunità immigrata non appartenente all’UE in Italia”. Nonostante negli ultimi anni ci sia stato un lieve calo, questa presenza così radicata ha creato relazioni sociali intense e collaborazioni costanti tra le due comunità.
Questi rapporti non si limitano alla dimensione migratoria. Infatti, negli ultimi anni sono nati
diversi progetti culturali e religiosi. Tra questi spicca il programma giovanile “Hallo Ciao Maroc”.
L’idea nasce da Abdelouahed El Abchi, originario di Rabat e residente in Alto Adige da quindici anni. Dopo aver organizzato un viaggio formativo in Marocco nel 2009, venendo in contatto con l’associazione umanitaria Bassma — attiva nel quartiere Youssoufia di Rabat — Abdel intuisce il potenziale di uno scambio interculturale Italia-Marocco.
“Da lì ci è venuta l’idea di organizzare uno scambio insieme”, racconta Abdel, spiegando come l’obiettivo fosse permettere a giovani italiani e marocchini, anche provenienti da contesti difficili, di conoscere realmente un’altra cultura.
Bassma, nata nel 2009 da un gruppo di volontari e inizialmente dedicata al sostegno educativo dei bambini, amplia il suo raggio d’azione con assistenza medica, sport e progetti sociali.
Nel 2011 nasce così “Hallo Ciao Maroc”, in collaborazione con Bassma e con l’organizzazione italiana OEW. Ogni anno dodici adolescenti italiani, selezionati tramite una lettera motivazionale, trascorrono una settimana a Rabat ospiti di famiglie locali, partecipando ad attività con coetanei marocchini, visite guidate, momenti di confronto. L’anno successivo i giovani marocchini arrivano in Italia per ricambiare l’esperienza.
Bouchaib, uno dei fondatori di Bassma, racconta come i partecipanti marocchini abbiano sviluppato “una nuova percezione della cultura italiana”, che prima si riduceva a cibo e stereotipi. Molti hanno iniziato a studiare italiano e inglese e a frequentare centri culturali.
Abdel, insiste sulla comune umanità dei ragazzi: “Sono cresciuti in sistemi diversi, ma parlano degli stessi temi, condividono le stesse preoccupazioni e visioni per il futuro. Hanno molte più cose in comune di quanto si possa immaginare.”

Pregiudizi, islamofobia e la lunga ombra della narrazione securitaria
Un punto che merita di essere evidenziato è il peso dei pregiudizi che molte persone marocchine affrontano quotidianamente in Italia.
La storia migratoria tra i due Paesi non è solo fatta di scambi culturali riusciti, ma anche di ostacoli profondi che si ripetono nel tempo perché incollati alla percezione pubblica del Nord Africa e dell’Islam.
Per decenni, il racconto mainstream ha associato il Nord Africa all’arretratezza e alla
devianza. Quando in Italia esplodeva il clima securitario — dagli anni del terrorismo internazionale ai picchi del discorso politico anti-immigrazione — “i marocchini” diventavano uno tra i “volti” dell’allarme sociale.
Il risultato è una forma di esposizione costante alla diffidenza che porta alla descriminazione: dalla ricerca della casa, alla ricerca del lavoro, perfino la propria fede islamica viene osservata come un pericolo.
Com’è oggi il Marocco?
Nel 2024 la popolazione ha superato i 37,7 milioni di abitanti, con Casablanca oltre i 4 milioni e Rabat-Salé che sfiora i 3 milioni. Il Marocco è cambiato radicalmente, nonostante permangano disuguaglianze strutturali tra aree urbane e rurali e tra i marocchini arabizzati e le comunità amazigh indigene.
Il Paese ha registrato una crescita economica sostenuta negli ultimi vent’anni, grazie agli investimenti in infrastrutture (porti, autostrade, alta velocità), sviluppo industriale (automotive, aerospazio), energie rinnovabili e turismo. Le entrate fondamentali rimangono però quelle di esportazioni agricole, fosfati e rimesse della diaspora.
Il tasso di disoccupazione giovanile resta alto — oltre il 23% — e quasi il 30% dei giovani vorrebbe emigrare, secondo l’Arab Barometer. La pressione climatica e le crisi idriche aggravano la vulnerabilità socio-economica, soprattutto nelle zone agricole.
Il Marocco oggi è un Paese in trasformazione, ma ancora segnato da profonde disparità che spingono molti a cercare altrove opportunità reali di mobilità sociale.

Ritornare in Marocco è possibile?
Per chi ha lasciato il Marocco negli anni ’90 o 2000, l’idea del ritorno è complessa.
Il Paese che ritroverebbero è più dinamico, più costoso, politicamente più centralizzato. Allo stesso tempo, le condizioni strutturali che hanno spinto tanti a partire — salari bassi, precarietà, scarse opportunità per i giovani — non sono scomparse.
Rientrare è possibile, ma non sempre conveniente. Se da un lato il Marocco offre opportunità crescenti nei settori emergenti, dall’altro chi torna rischia di ritrovarsi senza una rete di sicurezza adeguata — soprattutto se ha lavorato per anni in Italia in condizioni precarie o con contratti discontinui. Per molti il ritorno, più che un nuovo inizio, può diventare una nuova forma di instabilità economica.
Com’è la situazione marocchina in Italia nel 2025?
La comunità marocchina è la più numerosa tra quelle non europee in Italia, con oltre 430.000 residenti regolari. Negli anni questa presenza si è trasformata.
Oggi esistono imprenditori marocchini, attivisti, studenti universitari, seconde generazioni che spesso devono confrontarsi con discriminazioni istituzionali, narrazioni stereotipate e un mercato del lavoro che paga meno chi è percepito come “straniero”.
Persistono barriere burocratiche, una cittadinanza che resta legata alla discendenza, un immaginario mediatico spesso ingiusto, pensiamo al fenomeno dei “maranza”. Eppure le nuove generazioni — cresciute tra scuola italiana e casa marocchina — stanno ridefinendo cosa significhi essere italiani senza dover cancellare le proprie radici.
La loro presenza culturale, sociale e politica è sempre più visibile, più consapevole, più decisa nel reclamare spazio. La storia della comunità marocchina in Italia è una storia ancora in corso, fatta di lavoro, di appartenenza plurale, di lotte quotidiane contro stereotipi e discriminazioni.
Bibliografia:
https://www.programmaintegra.it/wp/immigrazione-in-italia-i-cittadini-marocchini-sono-la-principale-comunita-proveniente-da-un-paese-extra-ue-2/
https://en.hespress.com/108101-study-moroccan-migrants-in-italy-sent