Le donne nere sono veramente più “facili”?

Scritto da Michela Fantozzi

“Influenza delle canzonette
sull’arruolamento coloniale.
Alla base di ogni espansione,
il desiderio sessuale.”

Ennio Flaiano, Aethiopia. Appunti per una canzonetta (1935)

C’è una domanda che molte donne nere in Italia si sentono rivolgere almeno una volta nella vita appena mettono il naso fuori casa: “Quanto prendi?”. Dietro a questa molestia non c’è solo l’ignoranza di chi la pronuncia. È la voce di un immaginario che continua a identificare la donna nera con l’iper-sessualità e la disponibilità del corpo. Non è una percezione individuale, ma un riflesso di ciò che l’Italia ha costruito nel tempo: un intreccio di razzismo e sessismo che ha radici nel periodo coloniale e che non è mai stato veramente superato.

Oggi ci assumiamo il compito di analizzare la costruzione di questi stereotipi, a partire dall’Unità d’Italia, passando per le colonizzazioni e il fascismo. È un compito scomodo, ma necessario: solo capendo possiamo iniziare a cambiare.

La nascita della coscienza coloniale

La storia del colonialismo italiano comincia con il 1861, quando il risorgimento non bastava più per costruire un’identità nazionale. Non è stato frutto della volontà popolare, ma imposto e nutrito dai governi dell’Italia Unita per due ragioni. 

Prima di tutto le élite industriali del Paese facevano pressioni sulla politica per conquistare nuove terre nella speranza di accrescere le opportunità di profitto. La seconda ragione risiede nella fragile identità italiana dei cittadini che andava formata e nelle differenze regionali che andavo livellate. 

Prima dell’Unità, l’immaginario italiano sull’Africa era già intriso di pregiudizi, ma filtrato dalla curiosità per i racconti di viaggi e terre esotiche. Questo sguardo, pur problematico, venne rapidamente sostituito da una vera e propria cultura dell’aggressione. Le teorie razziste derivate dal darwinismo sociale furono introdotte nei manuali scolastici per forgiare la coscienza nazionale, soprattutto dopo le prime conquiste in Eritrea.

Come spiega la storica Giorgia Gamba: 

“[…] l’Africa iniziò a occupare uno spazio crescente nella quotidianità e nella coscienza della popolazione italiana: due possedimenti eritrei dalle dimensioni insignificanti come Assab e Massaua furono sufficienti a trasformare gli ideali risorgimentali in ideali coloniali. […] Un contributo parimenti importante fu fornito dai manuali scolastici aventi come duplice obiettivo quello di alfabetizzare e di forgiare la coscienza coloniale della futura cittadinanza: l’Africa infatti servì, sporadicamente, come elemento costitutivo dell’identità nazionale.” (1)

Il fascismo e la costruzione dell’“uomo nuovo”

Nel 1922 Mussolini porta il colonialismo al centro dell’interesse italiano, utilizzando tutti gli strumenti della propaganda moderna: giornali, cinema, iniziative pubbliche come la Giornata Coloniale.

Come scrive Giulietta Stefani in Colonia per maschi, una delle principali preoccupazioni del regime era “instillare negli italiani la consapevolezza di essere colonialisti e di pensare l’Italia come imperiale” (2). 

Ma cosa c’entra tutto questo con la violenza contro le donne nere? La chiave sta nel concetto fascista di mascolinità. 

David Forgacs definisce il fascismo come “il culto della violenza” (3): la violenza non era solo uno strumento politico, ma parte integrante dell’identità maschile e nazionale. Chi non la usava per “ripristinare onore e giustizia” non era considerato un vero uomo e cittadino.

Il fascismo nasceva infatti come risposta a una duplice crisi. Da una parte, era la reazione della borghesia e dei capitalisti contro l’avanzata del movimento operaio. Dall’altra, rappresentava una risposta antimodernista ai cambiamenti sociali portati dalla rivoluzione industriale, in particolare l’uscita delle donne dal focolare domestico, la loro entrata in massa nel mondo del lavoro e l’occupazione di nuovi spazi nella sfera pubblica. In molti Paesi iniziavano persino a votare.

Questo processo generò quella che gli storici chiamano “crisi del maschile”: paura, smarrimento, frustrazione di fronte a un mondo che cambiava. Il fascismo rispose proponendo un “uomo nuovo” – virile, autoritario, violento – e il colonialismo divenne lo strumento perfetto per riaffermare questa mascolinità in crisi.

Come spiega ancora Stefani, “il colonialismo fu invocato come toccasana per il complesso di impotenza nazionale che affliggeva l’Italia”. Le colonie dovevano essere il luogo dove l’uomo italiano poteva finalmente dimostrare la sua virilità, dove poteva dominare e possedere. E le donne africane divennero il simbolo di questo possesso.

Le donne nere nell’immaginario coloniale

Quando il colonialismo fascista si concentra sull’Etiopia la propaganda del regime comincia a rappresentare l’etiope come un maschio barbaro, incivile, sessualmente minaccioso ma capace di un’astuzia crudele che gli aveva permesso di sconfiggere due volte gli eserciti italiani. Sulle donne etiopi, invece, si scaricano gli stereotipi più disumanizzanti: pr*stitute, senz’anima, oggetti da usare.

Le testimonianze dell’epoca lo dimostrano chiaramente. 

Nel 1935, lo studioso Lidio Cipriani scriveva: “Nelle razze neg*e, l’inferiorità mentale della donna confina spesso con una vera e propria deficienza; anzi, almeno in Africa, certi contegni femminili vengono a perdere molto dell’umano, per portarsi assai prossimi a quelli degli animali”. (4)

O ancora, in un documento del 1938: 

“Per atavica mentalità la donna indigena pratica la meretrice, insensibile dinanzi al lucro ai doveri che la legano al marito e alla famiglia. […] tutte o almeno la grandissima maggioranza delle donne indigene sono meretrici”. (5)

Queste non erano opinioni isolate: la propaganda coloniale fascista utilizzò abbondantemente la prospettiva di “predazione sessuale” delle donne nere come incentivo all’arruolamento. Attraverso la diffusione della macchina fotografica, i coloni in Africa orientale poterono ritrarre gli abusi che commettevano su queste donne e farli circolare, incentivando l’emigrazione in colonia e normalizzando una cultura degli abusi. (6)

L’ampia diffusione di pornografia coloniale con foto o cartoline che ritraevano donne nere nude servì a rinforzare gli stereotipi sulle africane come oggetti sessuali sempre disponibili e sull’Africa come luogo di “libertà” sessuale assoluta. 

Come scrive lo storico Emanuele Ertola: “La stessa stampa coloniale entrò nel merito, ironizzando sul fatto che, al momento di partire per l’Africa Orientale, c’era sempre un amico che chiedeva una ‘bella cartolina’ intendendo una delle moltissime immagini di etiopiche discinte in circolazione; ma l’amico, che non era stato in Africa, ‘resta deluso quando tu gli dici che da Addis Abeba ad Hararm da Gimma a Batiè, da Gondar a Neghelli non ti è mai capitato di vedere in circolazione donne nude”. 

1937: la vera data dell’introduzione delle leggi razziali

Dopo la conquista, in Etiopia si configura un’oligarchia razziale che ha lo scopo di “italianizzare” il paese: dal 1937 iniziano anche le deportazioni nelle vicine colonie di Eritrea e Somalia, per svuotare il Paese dei suoi abitanti. Le divisioni per classi sociali, così importanti in Patria, vennero formalmente (e mai veramente) superate per sostituirle con una nuova gerarchia sociale basata sul colore della pelle.

Il fascismo, infatti, promulgò le leggi razziali nel 1937 contro gli abitanti delle colonie, le stesse che poi verranno allargate nel ’38 anche contro gli ebrei. 

Queste leggi dovevano servire a imporre una distanza tra italiani ed etiopi, in particolare tra gli uomini italiani e le donne etiopi. Le leggi razziali furono quindi anche un tentativo di porre un argine alle fantasie sessuali precedentemente incoraggiate dal regime stesso, oltre che a imporre uno stato di apartheid per separare gli spazi pubblici tra bianchi e neri. (7) La paura del regime era rivolta alla minaccia del “meticciato” che avrebbe potuto compromettere il “prestigio della razza italiaca”. 

Inutile dire che tutti gli sforzi del regime per separare i coloni dagli etiopi, e soprattutto, gli uomini italiani dalle donne etiopi non ebbero successo. 

Le donne italiane in colonia costituivano una fortissima minoranza, nonostante le tasse contro il celibato e l’incoraggiamento all’emigrazione femminile dalla patria. Inoltre, quelle leggi non andarono mai ad intaccare nel profondo l’idea che la donna nera fosse a disposizione del colonizzatore. Uno degli esempi che si possono ritrovare nelle testimonianze dell’epoca lo porta un gruppo di diplomatici francesi ad Addis Abeba: “L’italiano, che si tratti di soldato o di civile, vive pressoché sempre con l’indigeno, in uno stato di promiscuità favorevole a qualunque tipo di rapporti dimostrando di essere preda per la femmina di un appetito che rasenta la bulimia, che lo conduce a delle vere e proprie mostruosità, quali donne africane malate, anziane o mendicanti, obiettivo ugualmente degli appetiti maschili italiani”. (8)

L’Eredità che continua

Questo sguardo sulla donna nera come pr*stituta, oggetto senza anima ed estraneo, è vivo e vegeto. Lo ha dimostrato in passato Indro Montanelli con i suoi ricordi di Destà, la bambina che sostiene di aver comprato e abusato. Lo dimostrano le difese più recenti dei suoi discepoli e il loro sforzo nel sminuire e “contestualizzare” le azioni e le parole del loro maestro. Questo stereotipo sopravvive nelle rappresentazioni televisive, nelle campagne contro le atlete nere e in generale nel rifiuto dell’italiano medio di farsi rappresentare da chi ha una pelle scura  ne abbiamo già parlato nell’articolo “Il Corpo Nero nei Media Italiani”. (9)

Ma per spezzare questa catena di violenza e discriminazioni, il primo passo è ammettere le ingiustizie che sono state commesse. Non si tratta di chiedere scusa per qualcosa che non abbiamo fatto personalmente, ma di riconoscere che la cultura in cui siamo cresciuti è stata costruita su rapporti di dominio e sopraffazione che hanno causato sofferenze concrete, reali, documentate.

Ricordare significa non permettere che la storia venga rimossa o minimizzata. Significa chiamare le cose con il loro nome: quello che è successo a Destà e a migliaia di altre bambine e donne non era “costume dell’epoca”, ma violenza sessuale. Quello che è accaduto nelle colonie italiane non era “civilizzazione”, ma sfruttamento brutale. Quello che ancora oggi vivono le donne nere per strada non è “normale interazione sociale”, ma razzismo sessualizzato.

Guardare alla nostra storia coloniale e a quegli episodi violenti con nuovi occhi, più critici, meno disposti a condonare o contestualizzare, ci permetterà finalmente di seppellire la cultura di dominio e, magari, iniziare una nuova storia.  

BIBLIOGRAFIA

  • (1) Giorgia Gamba, Ciò che resta della coscienza coloniale italiana: memoria urbana e resistenze cittadine, Padova University Press, 2024
  • (2) Giulietta Stefani, Colonia per maschi. Italiani in Africa Orientale: una storia di genere, Ombre Corte, 2007
  • (3) David Forgacs, Messaggi di sangue. La violenza nella storia d’Italia, Laterza, 2020
  • (4) (5) Lidio Cipriani, Un assurdo etnico: l’impero etiopico, Bemporad, 1935, p. 181.
  • (6) Archivio storico-diplomativo del Ministero Africa Orintale, b. 181/52, f.245, Relazione politica mensile, Governo dei Galla e Sidama a Mai, Gimma 30 giugno 1938.
  • (7) (8) Emanuele Ertola, In terra d’Africa. Gli italiani che colonizzarono l’impero, Laterza, 2017
  • (9) Quello che a lezione di storia non ci hanno insegnato: il corpo nero nei media italiani, Colory*, link: https://colorycommunity.it/quello-che-a-lezione-di-storia-non-ci-hanno-insegnato-il-corpo-nero-nei-media-italiani/

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