L’amore nei film di Bollywood

La rappresentazione delle relazioni disfunzionali nel cinema indiano

Scritto da Abira Khan

Le storie d’amore sono una delle specialità di Bollywood. Dai grandi classici come Mughal-e-Azam (1960), all’amato Dilwale Dulhania Le Jayenge/Il coraggioso prenderà la sposa (1995), l’India ha saputo appassionare e far commuovere intere generazioni. 

Eppure, dietro le canzoni iconiche e i dialoghi indimenticabili, si nasconde un modello relazionale rigido che per anni ha promosso l’ossessione come passione e il controllo come protezione. Cosa si cela dietro il lieto fine? Per dare una risposta bisogna tornare indietro nel tempo, alle origini della mascolinità tossica.

K. Asif, regista di Mughal-e-Azam (1960). Foto di pubblico dominio via Wikimedia Commons.

C’era una volta a Bombay: la nascita di Bollywood

È il 1913 quando il padre del cinema indiano Dadasaheb Phalke dà vita al primo lungometraggio intitolato “Raja Harishchandra”. Siamo nell’attuale Mumbai (allora conosciuta ancora come Bombay) che – nessuno lo sospetta – di lì a poco ospiterà Bollywood: l’industria del cinema indiano.

Ad oggi, il mercato cinematografico indiano è una potenza che si è affermata a livello globale. Il successo è dovuto in parte alla diaspora indiana che, insieme alla propria valigia, si è portata gli amati eroi bollywoodiani nei mercati del Nord America e in UK. Vi sono, però, anche realtà affini alle culture e alle tradizioni indiane come il Pakistan, il Bangladesh e il Nepal, che fin dall’inizio hanno consumato in grandi quantità i film hindi. Inoltre, paesi come Cina, Russia e Nigeria sono storicamente noti per aver preferito il cinema indiano ai modelli narrativi hollywoodiani.

Il pubblico di riferimento, fin dagli anni ‘50, è stata la famiglia tradizionale indiana. Questo tipo di cinema è stato concepito per essere un’esperienza condivisa con i propri cari. Le pellicole dovevano essere consone ai valori tradizionali, da qui il senso del pudore che spesso ha guidato la censura di alcune scene, come quelle contenenti i baci.

Bollywood non è solo la “brutta copia” di Hollywood, ma è un vero e proprio sistema che influenza e rappresenta la cultura dell’India moderna. La sua forza va oltre i confini del Paese e diventa un potente strumento transnazionale. 

La domanda, a questo punto, è lecita: chi sono i protagonisti del grande schermo e che cosa dicono del tessuto sociale indiano?

Foto di Zeeshan Anwer su Unsplash: Banaras, una location molto amata dai registi. 

L’evoluzione dell’eroe: dall’Angry Young Man al Man-child

A partire dagli anni ‘60 entra in scena la figura del “giovane uomo arrabbiato”. Un eroe carismatico, ma con moti di rabbia che sfociano in scontri fisici. 

La violenza è la soluzione per risolvere gli ostacoli in cui il protagonista si imbatte. A incarnare questo personaggio è l’attore Amitabh Bachchan, che regna indiscusso lungo gli anni ‘70 e ‘80 con film come “Sholay/Fiamme” (1975), “Deewaar/Il Muro” (1975) e “Don” (1978). Se nei primi due titoli, la rabbia dell’eroe è contro la povertà e l’ingiustizia rurale, con “Don”, lo schermo vede agire un antieroe che ha vinto contro il sistema, ma è diventato lui stesso un criminale.

Verso la fine degli anni ‘90 inizia il periodo dei tre Khan: Salman Khan, Shah Rukh Khan e Aamir Khan. 

La tossicità maschile cambia forma lasciando spazio a uomini che ingannano le donne pur di persuadere e le trattano come oggetti. La definizione di amore si mescola con quella di ossessione e autorizza gli autori a mettere in atto dei crimini pur di raggiungere il proprio scopo. In “Darr/Paura” (1993), Rahul (Shah Rukh Khan) molesta e insegue una donna, mentre in “Tere naam/Nel tuo nome” (2003), Radhe (Salman Khan) arriva al rapimento della sua amata.

L’ultima tappa prima di approdare ai temi moderni è quella del man-child (il cosiddetto “uomo-bambino”, o bambinone). L’eroe è un giovane adulto che si rifiuta di crescere. Iconico è diventato il personaggio di Kabir (Ranbir Kapoor) in “Yeh Jawaani Hai Deewani/Questa folle giovinezza” (2013) che insegue i propri sogni ignorando i sentimenti altrui e sacrificando relazioni.

Scena tratta dal film Darr in cui Rahul confessa il suo amore per Kiran. 

Donna tradizionale o “Item Number”?

Al pari degli eroi, anche le eroine dei drammi bollywoodiani hanno vissuto un cambiamento di paradigma. L’India degli anni ‘50 narrava di donne “sanskari”, figure che incarnavano i valori tradizionali e la purezza. Donne abituate al sacrificio e definite in quanto madri, mogli o figlie. Custodi dell’onore familiare (izzat), elemento narrativo attorno a cui si sviluppavano spesso le loro vicende.

Tra gli anni ‘70 e ‘80 avviene una rottura: “la damigella da salvare” assume un ruolo attivo. 

Prende il controllo e diventa eroina vendicativa come Aarti in “Khoon Bhari Maang” (1988), traducibile in “Sangue sulla fronte”. Il titolo di questa pellicola è simbolico: un “Maang pieno di sangue” indica che il matrimonio è stato violato. Nella trama, il marito tenta di appropriarsi dell’eredità della moglie. La motivazione che mette in moto Aarti, però, risiede nel torto subito da parte di un uomo. La rivalsa femminile, dunque, è ancora una volta in funzione di un modello maschile.

Con il passare degli anni, la censura si allenta. Baci e rapporti al di fuori del matrimonio fanno parte della trama narrativa, ma mercificano la donna. La narrazione viene spesso spezzata dall’item number, ovvero una sequenza musicale in cui una ballerina – l’item girl – performa su testi provocatori. 

La telecamera diventa lo sguardo maschile che si sofferma su fianchi e scollature rendendo la donna un insieme di pezzi desiderabili.

Canzone “Sheila Ki Jawani” (La giovinezza di Sheila) estratta dal film Tees Maar Khan (2010) in cui performa Katrina Kaif.

Come l’uomo Alfa modella la cultura

Il cinema di Mumbai ha un forte potere “educativo”, o meglio, diseducativo. Quando un modello relazionale viene ripetuto per decenni su uno schermo, smette di essere finzione e diventa un copione di vita. 

Il pubblico ha imparato dai loro amati eroi a corteggiare insistentemente le donne, a trascurare la propria stabilità emotiva sull’esempio del man-child, a pretendere il sacrificio femminile e il controllo maschile su corpi altrui. 

Bollywood è un esempio perfetto di come società e rappresentazione mediatica si alimentano a vicenda fino ad arrivare al paradosso dell’uovo e della gallina: è la cultura che influenza il grande schermo o è il cinema a modellare i valori sociali?

Ragionare su questo dilemma filosofico può condurre a un vicolo cieco, ma il problema è reale e richiede una gestione immediata. Nonostante ci sia stata una wake-up call tra le nuove generazioni – che faticano a rispecchiarsi nelle narrazioni tradizionali e riconoscono la problematicità della piattezza dei personaggi – il cambiamento è ancora in atto. 

Il recente scandalo legato al film “Animal” (2023) ne è la prova lampante: un’opera che ha riacceso il dibattito sulla glorificazione della mascolinità tossica, dimostrando come il cinema possa ancora oscillare pericolosamente tra l’evoluzione e il ritorno a modelli disfunzionali. Il film è un inno alla violenza, in cui Ranvijay (Ranbir Kapoor) veste i panni di un uomo aggressivo con una relazione paterna profondamente malsana, che si rispecchia nel rapporto con la moglie Geetanjali (Rashmika Mandanna). 

L’action-drama ha avuto un successo clamoroso al botteghino, ma ha generato feroci critiche per l’iper-violenza, la misoginia e l’idea dell’Alpha Maladaptive1 che promuove.

Scena tratta dal film Animal. Ranvijay e il padre si invertono i ruoli. 

1 Nel gergo comune, si parla di Alpha Maladaptive per descrivere quella mascolinità che “non funziona più”. È il maschio che, ossessionato dal mito della dominanza, finisce per adottare comportamenti tossici: aggressività, incapacità di ascoltare e un bisogno compulsivo di controllo che nasconde una grande fragilità emotiva. La psicologia clinica, in tal senso, parla di Alpha-minus.

Verso l’indipendenza delle eroine 

Fare di tutte le pellicole una bobina è un rischio concreto, ma non sarebbe corretto generalizzare. 

È innegabile che Bollywood abbia prediletto a lungo un amore patriarcale, ma non mancano lavori che raccontano la realtà attraverso inquadrature più sfaccettate ed eque.

Già a partire dal 2010, i personaggi femminili diventano soggetti più complessi, indipendenti e caratterizzati da imperfezioni. Esempi eclatanti sono i personaggi di “Rani” (Kangana Ranaut) e “Piku”(Deepika Padukone). I due film, rispettivamente del 2014 e 2015, portano i nomi delle protagoniste femminili emostrano due storie in cui le donne sono ilmotore della propria narrazione. Queste opere agiscono come un potente antidoto al Patriarchal Pulp2, dimostrando che esiste un pubblico affamato di storie eque.

Serve, però, un impegno che vada oltre la buona volontà: per smantellare l’eredità narrativa delle vecchie generazioni bisogna agire a monte, sul controllo dei mezzi di produzione. Dei titoli citati finora, infatti, nemmeno uno è stato diretto da una donna. Si potrà parlare di una nuova era dentro Bollywood quando a dirigere non saranno solo gli uomini. Servono film fatti dalle donne per le donne. 

2 Il termine viene utilizzato per la prima volta dall’artista Tatiana Ginsberg per definire la materia delle strutture sociali maschiliste. In ambito cinematografico può essere utilizzato per definire quel sottogenere che utilizza uno stile “pulp” per glorificare figure maschili tossiche e dominanti.

Fonti 

Non perderti nessuna 
StorYa a
ColorY*

ColorY* si impegna a proteggere e rispettare la privacy degli utenti: le informazioni personali raccolte vengono utilizzate solo per amministrare gli account e fornire i prodotti e servizi richiesti.

Gli utenti potrebbero essere contatti con suggerimenti su prodotti, servizi o altri contenuti che a nostro giudizio potrebbero interessare loro. 
Se si desidera essere contattati a questo scopo, selezionare una delle seguenti modalità di contatto:

Puoi annullare l'iscrizione a queste comunicazioni in qualsiasi momento.
Per ulteriori informazioni su come eseguire questa operazione, consultare le nostre normative sulla privacy e altre indicazioni su protezione e rispetto della privacy, leggi la nostra Informativa sulla privacy.

Facendo clic sul pulsante qui sotto, si consente a ColorY* di archiviare e utilizzare le informazioni per fornire il contenuto richiesto.