Perché le riparazioni post-coloniali sono importanti? La storia del Regno del Dahomey

di Kaaj Tshikalandand

L’arte come strumento di riappropriazione culturale nel Regno del Dahomey post-coloniale

Il 17 novembre 1892, l’esercito coloniale francese, comandato dal colonnello Alfred Amédée Dodds, invase e conquistò il palazzo reale di Abomey, nel Benin, razziando ben 26 manufatti. Tra questi, il famoso Trono del re Behanzin e diverse statue antropomorfe dei sovrani Ghézo, Glélé e Behanzin. Questo evento rappresenta solo uno dei molti saccheggi di artefatti africani che caratterizzarono il periodo coloniale. 

Secondo gli esperti, tra l’85% e il 90% del patrimonio culturale materiale africano è oggi custodito al di fuori del continente. In Francia, ad esempio, si contano almeno 90.000 opere d’arte africana in collezioni pubbliche, di cui 70.000 esposte al Museo Quai Branly, mentre molte altre sono conservate in collezioni private. 

Nel 1989, alcune di queste opere furono temporaneamente esposte in Benin, ma furono presto riportate a Parigi. Successivamente, nel 2006, altre opere furono prestate alla Fondazione Zinsou a Cotonou in occasione del centenario della morte del re Behanzin.

Con la fine del dominio coloniale, avvenuta il 1 agosto 1960, il Regno del Dahomey – oggi Repubblica del Benin – si trovò a dover ricomporre un’identità frammentata sotto la guida del presidente Coutoucou Hubert Maga. Non si trattava solo di ripensare la politica, ma di ristrutturare l’intero tessuto culturale e spirituale del Paese. L’arte, fondamentale per raccontare e trasmettere storie, credenze e simboli, aveva subito gravi ferite durante il colonialismo, venendo trasformata in curiosità “esotica” per un pubblico poco attento al suo reale significato. 

La sottrazione di questi artefatti rappresentava ben più di una perdita materiale: essi erano parte integrante della vita del Dahomey, essenziali per riti, miti e momenti collettivi di grande intensità. Con il tempo, però, e con la liberazione dal giogo coloniale, il Paese ha intrapreso un percorso di riscoperta e riconciliazione, mirando a ripristinare un equilibrio tra la memoria del passato e le aspirazioni del presente.

Il ritorno delle opere d’arte: giustizia storica e risanamento culturale

Per il Benin, l’arte è diventata protagonista di un processo di riappropriazione culturale. La decolonizzazione non ha riguardato solo la riorganizzazione politica, ma è stata anche un profondo processo di revisione e riconquista di ciò che era stato imposto, cancellato o banalizzato dal colonialismo. Questa battaglia si è concentrata sulla restituzione delle opere d’arte trafugate, con richieste chiare rivolte a Paesi come la Francia, che custodiscono centinaia, se non migliaia, di manufatti sacri africani nei loro musei. Questi oggetti erano stati sottratti in un contesto di subordinazione e violenza, e una volta nei musei occidentali, vengono da sempre privati della loro funzione simbolica, ridotti a semplici “oggetti d’arte etnografica” e sotto l’appellativo generico di arte africana.

La richiesta di restituzione di questi artefatti ha assunto un significato che va oltre il semplice gesto materiale: rappresenta un atto di giustizia storica e un riconoscimento della violenza culturale inflitta dal colonialismo ai popoli africani.

Il Benin è stato il primo Paese africano a ottenere la restituzione ufficiale di opere d’arte trafugate, avendo ricevuto nel 2021 una serie di manufatti restituiti dal Museo Quai Branly di Parigi. Su 70.000 opere ancora disperse nelle istituzioni europee, il Benin ha ottenuto la restituzione di 26 opere, un traguardo importante che impone una nuova visione e riforma del complesso museale ed espositivo internazionale. 

Questo passo ha ispirato altre nazioni africane, come Nigeria e Senegal, a negoziare il ritorno delle proprie opere custodite nei musei europei.

Ogni oggetto trafugato racconta una storia di disconnessione, di una cultura interrotta e privata della sua essenza. Per troppo tempo, l’arte africana è stata interpretata attraverso una lente distorta nei musei occidentali, considerata non come un’espressione di sofisticazione e spiritualità, ma come testimonianza di una “alterità” esotica. 

La decolonizzazione dell’arte diventa quindi una lotta per restituire all’arte africana la sua legittima autonomia espressiva e culturale, smontando le narrazioni coloniali che la descrivevano come inferiore o “primitiva”.

Oggi, il Benin è impegnato in un processo di riappropriazione culturale che rappresenta un pilastro della sua rinascita post-coloniale. Artisti, intellettuali e attivisti riscrivono le storie delle proprie tradizioni e identità, sfidando le categorizzazioni imposte dall’esterno. 

Dal 1996, il Vodou, la religione che ha avuto origine proprio nell’Africa occidentale, è riconosciuto come patrimonio immateriale del Paese, proteggendo la cultura locale dalla discriminazione e consentendo il riconoscimento delle entità tradizionali. Questo ha favorito la creazione del festival di Ouidah, un’importante celebrazione della cultura vodoun. Artisti come Angélique Kidjo sono diventati ambasciatori di questa identità, promuovendo una nuova immagine del Benin nel mondo.

Tuttavia, questo impegno non si limita a una semplice richiesta di restituzione dei manufatti. È un tentativo di risanare una frattura storica, restituendo alle nuove generazioni la possibilità di conoscere e apprezzare un patrimonio artistico che è parte della loro eredità culturale e spirituale. Ogni opera restituita non è solo un ritorno fisico, ma una ricostruzione di legami spezzati, un’opportunità per comprendere meglio il passato e costruire un futuro più radicato e consapevole.

Decolonizzare l’arte: un nuovo capitolo di dialogo culturale

Il concetto di “restituzione” si intreccia profondamente con quello di “riparazione”. Restituire al Dahomey, al Benin e ai popoli africani, ciò che è stato loro sottratto non è solo una questione di riconoscimento delle ingiustizie subite, ma un passo concreto verso la riparazione culturale e storica. 

In Dahomey, il nuovo documentario diretto da Mati Diop e distribuito da MUBI in collaborazione con Lucky Red, vediamo come in una platea di giovani, invitati a visitare le opere esposte appena tornate in patria, si formino dibattiti, opinioni e sentimenti contrastanti sulla restituzione delle opere rubate durante la colonizzazione. 

Alcuni rivivono un forte patriottismo e consapevolezza storica, mentre altri evidenziano l’assenza di una trasmissione di un patrimonio culturale vitale. Spesso, i governi trattano questa questione principalmente come un’opportunità economica e diplomatica, trascurando il suo valore sociale e storico. La restituzione dei 26 manufatti al Benin potrebbe essere vista come un atto simbolico, ma ciò che realmente restituisce valore è il modo in cui queste opere vengono reinserite nel contesto culturale e sociale, offrendo una nuova forza collettiva e riconnettendo la comunità alle proprie radici storiche. Non è tanto la restituzione in sé ad avere un impatto profondo, ma l’utilizzo che se ne fa, trasformandola in un processo di riappropriazione culturale.

Decolonizzare l’arte implica riconoscere il valore delle culture locali, delle loro narrazioni e dei loro simboli, promuovendo un dialogo che non sia più unilaterale. Le opere d’arte africane non sono meri oggetti di studio o collezione, ma rappresentazioni vive di una coscienza collettiva, profondamente radicate in una lunga tradizione di scambi e interazioni tra i popoli. La decolonizzazione dell’arte richiede un cambiamento di prospettiva, liberandosi dalle categorie eurocentriche che per secoli hanno ridotto l’arte del Dahomey e di altre culture africane a “espressioni di folklore”.

Questo processo di riappropriazione culturale non è privo di sfide. 

Sebbene la restituzione delle opere d’arte sacra rappresenti un passo significativo, il Benin deve anche affrontare la rivalutazione del proprio patrimonio artistico in un contesto globale. L’arte del continente africano deve essere riconosciuta non solo come simbolo identitario, ma anche come espressione di una tradizionalità moderna che interagisce con le culture di tutto il mondo. La restituzione di questi oggetti apre la strada a una nuova narrazione, in cui artisti e creatori possono finalmente esprimersi liberamente, senza dover subire gli stereotipi imposti, restituendo alle opere di questo continente la loro legittima dignità e il loro valore intrinseco, andando oltre le visioni riduttive che le hanno accompagnate per troppo tempo.

Un nuovo dialogo culturale e una riconciliazione storica

La restituzione culturale è profondamente legata alla trasformazione dei luoghi e delle istituzioni che ospitano le varie espressioni dell’arte africana. 

Musei e gallerie in Europa stanno diventando sempre più consapevoli della necessità di ripensare il modo in cui presentano l’arte proveniente dalle ex colonie. I manufatti artistici africani non possono più essere esposti come se fossero isolati dalla loro storia o dai contesti culturali da cui provengono, bollati con etichette come “manufatto africani X artista ignoto”. Restituire le opere al loro luogo d’origine rappresenta non solo un atto di riconciliazione, ma anche un’opportunità per instaurare un dialogo paritario tra culture.

I musei, da parte loro, sono chiamati a rivedere il proprio ruolo, non solo come custodi di artefatti, ma come agenti attivi di educazione e sensibilizzazione culturale. Restituire questi oggetti d’arte sacra implica anche riconsiderare il rapporto con il pubblico e con la comunità globale, promuovendo un modello di cooperazione e rispetto reciproco.

Nel documentario, la regista Mati Diop sceglie di lasciare spazio ai silenzi, adattando il supporto visivo a una narrazione non lineare, potremmo dire spirituale, che accompagna il commento dell’artefatto 26, finalmente ritornato a casa. Questa scelta stilistica consente di chiarire l’importanza della presentazione di questi artefatti sacri in un contesto che li comprenda e che permetta loro di esprimere legittimamente la propria esistenza. 

Anche se può risultare difficile per un pubblico occidentalizzato comprendere l’importanza della restituzione di queste opere, questo espediente narrativo suscita interrogativi e un disagio profondo, avviando una riflessione sulla legittimità delle istituzioni museali europee nell’esporre artefatti che, privati della loro voce autentica, risultano muti, sordi e ciechi.

La risposta a questa questione risiede nel concetto di appartenenza: questi oggetti sono nati in contesti culturali specifici che ne hanno determinato il significato e il valore. L’arte del Dahomey non è solo una testimonianza storica, ma una parte viva della cultura beninese, capace di ispirare e comunicare con le nuove generazioni. La presenza di queste opere nel loro Paese è fondamentale per garantire una continuità culturale e per consentire ai giovani di riconoscere e celebrare le proprie radici. Restituire questi oggetti significa restituire una voce, una storia e una memoria che il colonialismo aveva tentato di cancellare.

Il ritorno delle opere d’arte al Benin offre dunque l’opportunità di rivedere e rivalutare la nostra percezione dell’arte tradizionale del Dahomey, instaurando un nuovo rapporto con le culture del continente. Questo processo non riguarda solo il passato, ma si estende anche al presente e al futuro.

La decolonizzazione dell’arte ci invita a considerare l’artigianato del continente africano non come un capitolo isolato e omogeneo, ma come una parte integrante del patrimonio culturale mondiale. Restituire al Dahomey ciò che gli appartiene va oltre la mera restituzione fisica di un oggetto: è un gesto di rispetto verso un popolo, una cultura e una storia che meritano di essere riconosciuti e celebrati nella loro unicità e nel loro valore intrinseco.

Per vivere in prima persona il viaggio delle 26 opere beninesi tornate a casa e comprendere meglio la risonanza che questa restituzione ha avuto sui giovani della Repubblica del Benin, non ti resta che guardare il documentario al cinema, disponibile da oggi, 7 novembre.

Bibliografia:

  • Robert Farris Thompson. Flash of the Spirits: african and afro american art and philosphy,Firtst Vintage Books Edition, 1984
  • Léopold Sédar Senghor. L’estethique négro-africanine in Liberté I, pp 209 – 211 
  • A. Maleaux. Prèface à “ Musée de Dakar, témoin de l’art nègre”, Michel Renaudeau edizioni DELROISSE; Paris 1973

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