Ciao! Io sono Yaraki e sono un’artista italo-brasiliana. Ho iniziato a scrivere canzoni da quando avevo 14 anni. Ho frequentato una scuola di canto e le medie con l’indirizzo musicale: ho sempre saputo che la musica era la mia più grande passione.
Di Yaraki

Com’è iniziata la tua carriera? C’è stato un momento in cui hai capito che volevi diventare un’artista?
Più che una carriera, il mio è un percorso artistico iniziato nel momento in cui ho cominciato a scrivere le mie canzoni.
Ho capito di voler diventare un’artista quando ho sentito il desiderio di far ascoltare la mia musica agli altri, di esibirmi dal vivo e di condividerla, trasformandola da qualcosa di solo mio a qualcosa per tutti. Soprattutto, ho capito che era la mia strada quando ho visto che le persone riuscivano a comprendermi e a vedere una luce in me.
Quali sono le difficoltà maggiori che una giovane artista incontra in Italia mentre cerca di affermarsi?
Le maggiori difficoltà per una giovane artista che cerca di affermarsi in Italia derivano soprattutto dall’ampia offerta musicale: ci sono tante persone che fanno musica e molte ragazze che stanno emergendo con i loro progetti. Farsi notare e distinguersi in un panorama così ricco può essere complicato.
Per quanto riguarda l’essere donna, la sfida principale, per me, è trovare contesti in cui esibirsi dal vivo, sia come apertura che nei concerti in generale. Prima di arrivare a suonare, è necessario costruire un pubblico, e questo richiede tempo. Tuttavia, non credo che la difficoltà sia direttamente legata all’essere donna, quanto piuttosto al naturale percorso di crescita di ogni artista.

Come influisce il rapporto con le tue origini nel tuo modo di creare e nei suoni che scegli di utilizzare?
Le mie origini sono state una grande fonte di ispirazione, permettendomi di creare qualcosa di autentico e personale.
Nel mio EP, “Piazza Samba”, ad esempio, ho inserito dei fischi, mentre nelle prossime canzoni sperimenterò molto con le “sporche”, una tecnica diffusa in Brasile che consiste nel riprodurre le percussioni con la voce o la bocca. È un elemento distintivo della musica brasiliana che sto reinterpretando in chiave urban. Questo mix di influenze mi entusiasma, e le mie radici sono state fondamentali nel nutrire la mia creatività.
Hai citato il tuo EP, e hai già all’attivo svariati singoli. Puoi farci qualche spoiler sui tuoi prossimi obiettivi?
I miei prossimi obiettivi sono sicuramente raggiungere più persone possibile e pubblicare tanta nuova musica. Voglio essere costante, permettere al pubblico di entrare nel mio immaginario e, soprattutto, farmi conoscere per ciò che sono. Mi piacerebbe sorprendere, soprattutto attraverso il sound.

Il tuo ultimo singolo, “Malattia”, è uscito lo scorso 14 marzo e ha già raggiunto moltissime persone. Come è nato questo pezzo? Svelaci il dietro le quinte del tuo processo creativo!
Malattia è un brano nato quasi per caso, durante una telefonata con un caro amico che vive in Marocco, molto più grande di me. Mi stava facendo un discorso motivazionale, una profonda riflessione sul mondo, e a un certo punto ha detto: “Il razzismo è una malattia”. Come faccio spesso, ho subito annotato quella frase.
Qualche settimana dopo, mentre camminavo per strada, ho sentito una ragazza dire a sua madre: “L’università è una malattia”. Quelle parole mi sono rimaste impresse.
Un giorno, in studio, ho ripreso quei pensieri e ho iniziato a scrivere la canzone. “Stanca grata e emozionata” ricordo di averlo scritto dopo aver terminato tutti i lavori che facevo fino a qualche mese fa. Ero così felice e così sfinita che quelle parole si sono incastrate perfettamente nel ritornello, come se fossero sempre state lì ad aspettarmi.
Tra i generi in cui ti riconosci di più citi il “funk conscious”. Cosa intendi con questa etichetta? E da quali generi ti piacerebbe attingere in futuro?
Definisco il mio genere funk conscious perché amo quei ritmi e quella musicalità. Solitamente il funk affronta temi leggeri, è una musica pensata per il divertimento e per creare atmosfera. Io, però, ho qualcosa da dire, e mi sono chiesta: “perché non unire i miei pensieri a questo ritmo?”.
Si può ballare anche mentre si riflette.

Sei anche arrivata a metà del tuo tour… Hai qualche aneddoto legato ai live che ti va di raccontarci?
Sì, al momento siamo arrivati a metà dei live, ma quest’estate andremo avanti, soprattutto grazie alle nuove uscite e al fatto che è la cosa che più amo fare.
Un aneddoto ce l’ho: ho fatto il mio primo autografo durante il live a Genova. Delle ragazze sono venute da me a chiedermi l’autografo e non avevo neanche mai pensato di poterne fare uno. È stato molto emozionante.
Ultima domanda, ormai di rito a ColorY*: come vedi l’Italia nel 2030?
Allora, l’Italia nel 2030? Penso che dipenderà da quello che farò io.
Sicuramente, dal punto di vista musicale, mi ci vedo dentro. Penso che sarà passato il giusto tempo per far sì che la gente capisca la mia musica e che in generale le persone saranno più pronte per accettare generi musicali e modelli estetici diversi che siano in grado di rappresentarli, uscendo fuori dalle solite proposte, dai soliti schemi. Me lo immagino così il 2030.