Ciao! Sono Mistura Queer, una persona transmascolina non binaria. Ho 34 anni e sono del segno dell’Ariete con ascendente in Cancro. Sono natǝ in Brasile (a Salvador de Bahia) e sono cresciutǝ in Italia (a Bergamo).
Da una decina d’anni mi muovo all’interno delle arti dello spettacolo dal vivo, tra teatro, performing arts e da quest’anno, con il progetto Raiva, mi affaccio per la prima volta alle pratiche musicali, proponendo una sessione di ascolto di canzoni realizzate da persone trans e donne cis indigene/razzializzate brasiliane, accompagnata da una videoproiezione con la traduzione in italiano dei testi.
Di Mistura Queer

Com’è nato l’amore per il teatro?
Ho iniziato a praticare teatro contestualmente alla mia affermazione di genere. A Bergamo c’era un laboratorio teatrale di ricerca sulle identità di genere maschili (“Figli Maschi”) e un amico mi ha consigliato di partecipare. Da allora ho continuato a frequentare gli ambienti teatrali, partecipando a numerosi workshop, corsi, festival, e soprattutto andando a guardare gli spettacoli.
L’aspetto che mi ha conquistatǝ del teatro, racchiudendo in questa parola anche altre forme di spettacolo dal vivo, come la danza e il circo contemporaneo, è che è in grado di incantare ed informare allo stesso tempo.
Cosa ti ha spinto a coltivare dei progetti artistici di questo genere? A chi ti ispiri?
Ciò che mi spinge a fare teatro è innanzitutto la mia identità di genere. Sento il bisogno di raccontare, trasmettere, portare al pubblico degli immaginari a cui non è abituato; rompere quelle barriere invisibili che a volte sono più dure del marmo.
Le prime compagnie che ho conosciuto e che mi hanno ispirato sono sicuramente Collettivo Cinetico e Motus (in particolare lo spettacolo “MDLSX”).
Quando ho visto i loro spettacoli ho provato un’enorme meraviglia e una forte spinta a voler praticare teatro.
Attualmente sono alla ricerca di nuove fonti di ispirazione. Ho preso consapevolezza della bianchezza strutturale che regna in Italia e della difficoltà che si riscontra nel cambiare le cose e sono in un momento di questionamento innanzitutto personale.

Pensi che la tua storia personale abbia influenzato il tuo modo di fare arte?
Certamente. Arrivo da una famiglia con background migratorio e con un passato molto violento. Sono cresciutǝ in un contesto ostile e con pochi punti di riferimento.
Oggi questo bagaglio mi permette di guardare alla realtà con sensibilità ed empatia. I progetti a cui lavoro hanno spesso come obiettivi principali quelli di diffondere consapevolezza con un linguaggio gentile e il più accessibile possibile.
Parlaci di come vivi l’attivismo queer da persona con background migratorio: come riesci a conciliare queste due intersezioni nel tuo lavoro? Trovi che le due istanze siano adeguatamente discusse e rappresentate nel mondo dell’attivismo e artistico?
Partendo dalla seconda domanda, long story short: no, non credo siano adeguatamente discusse e rappresentate.
Negli ultimi anni c’è maggiore attenzione mediatica e istituzionale verso temi che riguardano le “seconde generazioni” e in generale i background migratori, ma questo diventa spesso una lama a doppio taglio. Purtroppo, non è detto che questa attenzione sia accompagnata da un reale interesse e una messa in discussione di modalità escludenti che sembrano scolpite nella pietra.
Questo meccanismo riguarda anche la queerness, che è spesso ridotta a uno slogan (“Love is love”, “Vieni come sei”, ecc…) senza alcun tipo di cambiamento o riflessione sulle pratiche attuate.
La transness invece non viene proprio presa in considerazione. Noi persone trans siamo spesso chiamate a esporci solo quando fa comodo, quando la nostra identità serve a promuovere la grande “inclusività” di un determinato evento, anche qua, però, senza alcuna reale riflessione a riguardo.
A questi stessi eventi, infatti, il pubblico presente è quasi sempre tutto bianco e cisgender (per non parlare della grande assenza di persone con disabilità!).
Nella mia esperienza personale sto maturando consapevolezza col passare del tempo. Come raccontavo prima, arrivo da una situazione familiare difficile, che ha sicuramente interferito con la mia crescita individuale e con la possibilità di slegarmi e creare autonomia. Per tanti anni le mie origini brasiliane sono state messe da parte, in un tentativo di “passare” per persone bianche. In famiglia parliamo solo italiano e sono rare le occasioni in cui ci riconnettiamo al Brasile in maniera positiva.
Questa cancellazione delle mie radici penso che dialoghi molto con l’invisibilizzazione dell’identità queer e trans. È per questo motivo che voglio salire su un palcoscenico e portare alla luce la reale complessità che compone me e tantissime persone che mi somigliano.

Cosa significa per te essere italo-brasilianǝ? Come descriveresti la tua identità GEN 2?
Solo negli ultimi anni sto entrando davvero in contatto con la mia identità italo-brasiliana, da quando ho avuto la possibilità di andare in Brasile, a São Paulo, per lavoro (con lo spettacolo “The present is not enough” di Silvia Calderoni e Ilenia Caleo) e, per la prima volta, senza la mia famiglia. È stato un viaggio importante che mi ha permesso di ricucire una ferita che non sapevo neanche di avere.
Ho potuto guardare al passato con maggiore consapevolezza, rendermi conto di tanti aspetti che fino ad allora non riuscivo a vedere, valorizzare una parte di me che mi era stata negata.
Ad oggi mi impegno a intessere legami con altre persone italo-brasiliane. Mi interrogo su quali privilegi, quali responsabilità, quali possibilità abbiamo in quanto persone cresciute in Italia con un legame (più o meno solido) con un altro territorio, su come possiamo essere partecipi nelle lotte decoloniali e su come possiamo contribuire a cambiare lo sguardo estrattivista ed esotizzante che l’Italia ha nei confronti del Brasile.
Credo che la mia identità GEN 2 parli di questo: consapevolezza, responsabilità e voglia di cambiamento.

Raccontaci di ANTICORPI: qual è un aneddoto a cui sei affezionatǝ sul dietro le quinte di questo spettacolo?
ANTICORPI è il primo spettacolo che ho creato in maniera indipendente e autoriale.
Ho iniziato a svilupparlo nel 2020, durante i vari lockdown per il Covid-19. Ho avuto il tempo necessario per pensare a ciò di cui avevo bisogno e a cosa avrei voluto realizzare una volta uscitǝ di casa.
ANTICORPI è un esperimento artistico che vuole occupare uno spazio teatrale totalmente autodeterminato da persone trans. È infatti un progetto aperto solo a chi si identifica come persona trans ed è in continuo cambiamento, trasformazione, evoluzione.
Lo spettacolo si svolge in un ambiente come quello di un salotto, a volte domestico a volte televisivo, in cui raccontiamo al pubblico alcuni aneddoti, leggiamo alcune poesie, condividiamo parti di noi che riteniamo importanti e che vogliamo siano riconosciute. Di volta in volta coinvolgo persone diverse e portiamo contenuti diversi, così da creare sempre un’opera pensata appositamente per l’occasione.
Ci sono diversi aneddoti che riguardano questo progetto: ad esempio, mi piace ricordare tutte le volte in cui, a fine spettacolo, almeno una persona trans che era seduta tra il pubblico si è avvicinata, visibilmente commossa, ringraziandoci di aver dato visibilità a una parte di sé che vive spesso in grande solitudine; oppure di quando, insieme all’Associazione Libellula di Roma, siamo riuscitɜ a realizzare lo spettacolo coinvolgendo altre 5 persone trans (prevalentemente non professioniste) e facendole salire sul palco del Teatro Centrale Preneste.
Quella, in particolare, è stata una data significativa per me perché ha segnato una modalità di fare spettacolo che vorrei portare avanti, coinvolgendo persone che solitamente non hanno accesso ai circuiti teatrali, che vivono ai margini della società e che vengono spesso dimenticate (o non considerate) proprio da quelle realtà e da quegli enti che si fanno promotori di discorsi politici all’avanguardia.

Cos’hai in mente per il 2026? Sogni nel cassetto, nuove idee in lavorazione… Facci uno spoiler!
Nel 2026 voglio portare avanti i progetti a cui sto lavorando: ovviamente, ANTICORPI, ma anche la sessione di ascolto “Raiva” e il nuovo spettacolo che sto creando insieme a Luce Sant’Ambrogio, intitolato “Un altro nome – chiamarci Giulietta e Romeo”, una rilettura dell’opera shakespeariana da una prospettiva incarnata transgender.
Presenteremo una prima versione di questo spettacolo il 5 febbraio 2026 a Padova, all’interno della rassegna dedicata al bando UAD (Universal Art Design) promosso da WOAK (Polonia) in collaborazione con TSV – Teatro Stabile del Veneto e Kulturanova (Serbia).
Nel frattempo lascio aperte le porte all’imprevisto, mi piacerebbe attivare altre collaborazioni e continuare ad accrescere le mie competenze e le mie consapevolezze.
Ultima domanda ormai di rito a ColorY*, come vedi l’Italia nel 2030?
Se tutto va come previsto, nel 2030 mi sottoporrò all’intervento chirurgico di mastectomia (asportazione delle ghiandole mammarie), prenotato l’anno scorso attraverso il SSN. Per cui spero, innanzitutto, che chi prenoterà questo tipo di intervento nel 2030 non dovrà aspettare a sua volta 5 anni!
Non mi illudo di grandi cambiamenti nel corso di pochi anni (anche se sarebbe bello). Credo che l’Italia si muova molto lentamente e che ci voglia una pazienza enorme per ottenere anche solo piccoli risultati.
Spero che temi come il diritto alla cittadinanza, l’accesso a pratiche di affermazione di genere e la maggiore autonomia delle persone con disabilità siano all’ordine del giorno per la classe politica – ma non solo.
Forse non vedremo rivoluzioni improvvise, ma voglio credere nella forza dei processi lenti e delle pratiche quotidiane: è lì che, per me, nasce la possibilità reale di cambiamento, è lì che creiamo immaginari capaci di aprire crepe reali nel sistema – ed è proprio da quelle crepe che possono germogliare forme nuove di giustizia e convivenza.