Mi chiamo Luzai e sono un’artista con radici camerunesi e italiane. Il mio progetto
nasce durante la pandemia, in un momento di silenzio forzato che mi ha spinto ad ascoltarmi
davvero per la prima volta. Mi sento una creatura in costante mutazione, e questo progetto è
lo spazio dove convoglio un po’ tutto di me.
Di Luzai

Quando hai capito che volevi esprimerti con la musica? Com’è iniziato il tuo percorso?
Credo che la musica mi abbia sempre accompagnata, ma per molto tempo non ho pensato fosse “per me”.
È stato solo quando ho iniziato a produrre da autodidatta, senza aspettative, che ho capito che quello sarebbe diventato il mio modo più sincero di comunicare. È iniziato tutto in camera mia, con pochi mezzi, imparando su YouTube e poi con una mia spinta fortissima a tirare fuori quello che avevo dentro.
Come descriveresti la tua musica? Quali sono i generi da cui attingi?
La mia musica è contaminata da tante influenze, a partire dall’elettronica. Alcuni dei suoi sottogeneri come dnb*, bass music, experimental music, trance, deconstructed e tante manipolazioni vocali. Nell’ultimo disco ho inserito anche delle influenze dembow.
È sempre limitante peró parlare di generi per capire un artista, secondo me. Questa cosa nasce dalla necessità umana di orientarsi, ed è comprensibile, ma il mio suono cambia come cambio io, quindi, soprattutto in fase creativa, preferisco dimenticarmi dei generi.
*Drum and bass
Nel tuo ultimo EP, “Estranea”, parli anche della sensazione di sentirsi “stranierǝ” nel proprio corpo, come in ogni posto. Sono sempre di più le persone GEN2 che scelgono di portare nella musica la loro esperienza: pensi che l’arte possa aiutare a “fare pace con il proprio sangue”?
Sì, credo che l’arte possa essere uno strumento potentissimo per riconciliarsi con le proprie fratture.
“Estranea” nasce proprio da questa sensazione: quella di non appartenere mai del tutto né al proprio corpo, né a un solo posto, né a una narrazione già scritta. Per chi, come me, è cresciutə tra mondi e lingue diverse, l’arte puó diventare uno spazio per riscrivere il proprio vocabolario emotivo.
Il messaggio finale è di “fare pace” nel senso di imparare ad abitare il conflitto, ad ascoltarlo, per non vergognarsi della propria complessità.
E invece, ti è mai capitato di sentirti discriminata nella tua carriera? O al contrario, di essere contattata per una questione di “quote”? Se sì, cosa ne pensi dello stato dell’industria musicale italiana?
Sì, mi sono capitate entrambe le cose. Di sentirmi discriminata, ma anche di essere contattata solo perché rappresento una diversità.
Ci sono contesti in cui ti rendi conto che vieni ascoltatə più per ciò che rappresenti come corpo “altro” che per ciò che hai da dire come artista.
Eppure, penso che in alcuni casi sia giusto e necessario affrontare apertamente le tematiche razziali, perché il razzismo — anche se negato — è ancora profondamente presente, sistemico e normalizzato nella società italiana.
Secondo me non è che le persone nere parlino solo di questo, è che non abbiamo ancora il privilegio di smettere di parlarne. Perché, se stiamo in silenzio, il silenzio si traduce in invisibilità. Siamo la seconda generazione in Italia e stiamo costruendo adesso la nostra voce pubblica. In questo momento storico, rompere il silenzio è fondamentale. È inevitabile per me.
Non possiamo permetterci di aspettare il riconoscimento passivo, purtroppo dobbiamo prendercelo, e dico “purtroppo” perché, proprio per i motivi precedenti, alcune persone devono fare il doppio della fatica di altre per “essere credibili” e per ottenere riconoscimento.
Credo comunque che siamo la generazione che può davvero iniziare a spostare l’immaginario, a cambiare l’industria, la narrazione, il modo in cui ci immaginiamo noi in primis.
Se guardiamo a Paesi come UK o Francia, la questione è diversa perché siamo già alla terza generazione o oltre. Anche lì esistono discriminazioni, certo, ma ci sono maggiore visibilità, più rappresentazione, più spazi aperti nelle istituzioni culturali. Esistono figure nere riconosciute non solo come “diverse”, ma come parte integrante del panorama artistico. In Italia ci stiamo ancora arrivando. Stiamo ancora chiedendo di essere visti nella nostra complessità e non solo come simbolo di qualcosa.
Per quanto riguarda l’industria musicale italiana, penso che stia cambiando, ma c’è ancora molto lavoro da fare per decostruire uno sguardo che troppo spesso è bianco, maschio ed eteronormato.

A quale brano prodotto finora sei più affezionata? Raccontaci qualche aneddoto sul dietro le quinte del tuo EP.
“Occhi” è quella forse più intima tra le cose che dico, mi emoziona sempre cantare lo special guardando negli occhi chi ho davanti. Parla della mia esperienza di donna nera in Italia.
È un dialogo con la mia bambina interiore, una lettera a mia madre e in realtá un abbraccio a chiunque si sia mai sentito solə.
Fun fact: ho registrato la prima demo sopra una culla, perché con il mio team eravamo a scrivere in una casa in campagna e abbiamo arrangiato uno studio come meglio potevamo.
Ricordo che ho registrato la voce con il tramonto, quasi sussurrando. È stato un momento molto intimo.
Che programmi hai nel prossimo futuro? Ci sono live in programma? Facci uno spoiler!
Sto facendo tanti live, sto avendo la possibilità di girare parti d’Italia che non avrei mai pensato di vedere.
Ci saranno live anche in autunno ma nel frattempo sto anche lavorando a nuovi brani. Vorrei anche iniziare a elaborare un nuovo concept visivo che unisca corpo e luce in modo immersivo nei live. Lo spoiler è che mi piacerebbe molto collaborare con altrɜ artistɜ. Credo che accadrá molto presto.

E con chi ti piacerebbe collaborare?
Sarà una sorpresa 🙂
Ultima domanda, ormai di rito a ColorY*: come vedi l’Italia nel 2030?
Mi auguro un’Italia meno spaventata dalla complessità. Spero in un sistema culturale più accessibile e più incentivato. Spero in un’Italia che non abbia paura di cambiare.