Sono Lucas Mustard, cantautore brasiliano naturalizzato italiano e persona razzializzata. Ho appena pubblicato il mio primo album My Skin, un lavoro in cui parlo di body positivity, amore e di accettazione di sé, ispirato anche dalla mia esperienza personale con la vitiligine.
Nella mia musica unisco testi diretti e profondamente queer con sonorità che rispecchiano le mie radici brasiliane e il mio percorso artistico. Il mio obiettivo è raccontare verità, senza filtri, e trasformare la mia storia in canzoni che parlino a chiunque si senta diverso.
Di Lucas Mustard

Foto di @ax_fotografia_lab
Come hai iniziato a fare musica? Cosa ti ha convinto a intraprendere questo percorso?
Ho iniziato a cantare a 7 anni, quando fui invitato a fare un assolo in un coro gospel per bambini nella chiesa evangelica frequentata dalla mia famiglia. Lì ho potuto studiare canto e formare la mia prima band da adolescente. Crescendo, ho lasciato la chiesa, ma la musica è rimasta la mia salvezza, soprattutto dopo aver accettato la mia omoaffettività e quando la vita mi ha portato due cambiamenti profondi: la comparsa della vitiligine dieci anni fa e il mio trasferimento in Italia nel 2017.
Avvertivo il bisogno urgente di trasformare in parole e melodie le mie mancanze, la solitudine, le paure e l’amore, perché non trovavo cantautori che raccontassero ciò che vivevo. Questo bisogno mi ha spinto a scrivere My Skin, nonostante le resistenze verso il mio accento brasiliano, il miscuglio di lingue che compongono la mia quotidianità (inglese, portoghese, italiano e spagnolo) e i generi musicali che porto con me dalle mie origini, spesso poco valorizzati in Italia.
My Skin è per me una forma di resistenza: un atto di verità, libertà e autoaffermazione.
Quali sono i generi da cui attingi?
Il R&B è il filo conduttore del mio album: un genere vicino alle mie radici gospel e naturalmente aperto a contaminazioni. Questa sua versatilità mi ha spinto a intrecciarlo con sonorità soul, pop, trap, synth-pop, MPB e musica latina, creando un linguaggio musicale che rispecchia pienamente la mia identità.
Le mie influenze spaziano tra mondi e culture diverse: da icone anglosassoni come Lauryn Hill, Janis Joplin, Amy Winehouse e Ariana Grande, a grandi nomi della musica brasiliana come Milton Nascimento e Anitta, fino ad arrivare a voci italiane come Madame, Priestess e Pino Daniele.
Nei tuoi brani affronti temi che ti toccano da vicino, come la body positivity e l’accettazione di sé. Raccontaci come sono nati i pezzi del tuo ultimo album, “My Skin”!
Ogni brano di questo album è nato immediatamente dopo un evento doloroso della mia vita negli ultimi anni. Scriverli è stato per me un modo di riflettere su ciò che era accaduto e, allo stesso tempo, di cercare guarigione, condividendo emozioni e storie con chi, certamente, vive esperienze simili.
Parlo di ferite comuni ma profonde: subire razzismo per i miei “colori”, essere lasciato da una persona amata, sentirsi ridotto a un oggetto per il piacere di qualcun altro, subire pressioni o abusi in ambito lavorativo, affrontare il lutto, vivere un divorzio, sentire la mancanza di chi ami.
Sono temi universali, ma che possono essere amplificati se sei una persona razzializzata.
Eppure, tra queste ferite, lascio spazio anche a ritornelli luminosi: momenti di gioia e leggerezza che diventano atti di resilienza.

Foto di @gas_insta_
Nel tuo repertorio ci sono anche dei brani in spagnolo, italiano e portoghese. Cosa possiamo aspettarci dai tuoi progetti futuri? Continuerai a scrivere in più lingue?
Sì, di solito sviluppo il testo di una canzone nella lingua in cui nasce spontaneamente nella mia mente. In My Skin, la maggior parte dei brani è in inglese, non solo per una scelta personale, ma per rispetto alla vera natura di ciascuna canzone. Non mi pongo limiti nemmeno nel mescolare le lingue: credo che questo rifletta profondamente l’universo di molti immigrati, me compreso.
Che rapporto hai con le tue origini? Pensi che la tua identità giochi un ruolo importante nella tua musica?
Sono molto fiero di essere nato e cresciuto nella periferia brasiliana. In Brasile ho imparato il senso di comunità, la leggerezza nel carattere e una profonda sensibilità. Le mie origini sono parte di me e inevitabilmente entrano nella mia musica. Porto dentro il gospel con cui sono cresciuto, la musicalità brasiliana e l’esperienza di essere una persona queer razzializzata e immigrata in Italia. Tutto questo influenza il mio modo di scrivere e cantare: non è qualcosa che scelgo a tavolino, è semplicemente parte di chi sono.

Hai incontrato discriminazioni nel tuo percorso artistico finora? Se sì, di che tipo?
Nel 2018 ho partecipato alla selezione provinciale di Sanremo Giovani, esibendomi con “Io che amo solo te” di Sergio Endrigo. Il pubblico ha reagito con entusiasmo, ma subito dopo uno dei conduttori ha commentato con frasi come: “Forse non capisce le parole” o “Sanremo è un festival italiano fatto da italiani”. Un atteggiamento che, purtroppo, mi ha spesso sbarrato molte porte.
Capita ancora che, mentre canto un brano in italiano, qualcuno mi chieda in che lingua sto cantando, o che mi venga detto che in Italia non c’è spazio per la musica che faccio, invitandomi a copiare i generi di moda e a cantare “senza accento straniero”.
Quali sono i messaggi che vorresti lasciare al tuo pubblico?
Vi consiglio di sostenere i piccoli artisti indipendenti: è un atto politico concreto e potente.
Se vogliamo più apertura, più visibilità per le minoranze e più diversità nell’arte, dobbiamo scegliere cosa supportare consapevolmente, invece di limitarci ad assorbire ciò che i mass media ci propongono come unica opzione.
Ultima domanda, ormai di rito per ColorY*: come vedi l’Italia nel 2030?
L’avanzata di posizioni conservatrici, protezioniste e separatiste rende sempre più difficile immaginare un’Italia serena e accogliente. Per evitare ulteriori passi indietro, dobbiamo pensareinmodocollettivo, affermare con forza la nostra esistenza e occupare anche quei posti che, storicamente, sono stati riservati alle persone considerate “normative”. Solo così l’Italia potrà essere, a tutti gli effetti, il bellissimo Paese che merita di essere.