Ciao! Mi chiamo Gloria, ho 22 anni, sono nata e cresciuta a Roma, ho origini congolesi e portoghesi e sono affascinata dall’arte da sempre.
Intorno ai 14 anni ho avuto un vero e proprio risveglio spirituale che mi ha portata verso un viaggio alla ricerca delle mie radici: Spiritz_art è un progetto che nasce dal desiderio e dalla necessità di riconnettersi con le proprie radici culturali e spirituali, ma anche di rendere l’arte accessibile alle persone non vedenti.
Questo progetto vuole incoraggiare le seconde generazioni ed ogni individuo ad essere fiero del proprio patrimonio culturale e di assumere consapevolezza del proprio percorso spirituale.
Di Gloria Lutumba

Com’è iniziata la tua carriera? C’è stato un momento in cui hai capito che volevi diventare un’artista?
Come dicevo, intorno ai 14 anni ho avuto un vero e proprio risveglio spirituale: sono giunta alla consapevolezza che tutto ciò che si manifesta nel mondo fisico non è altro che la conseguenza di ciò che accade in un mondo nascosto lontano dall’occhio umano, il mondo spirituale.
Questa consapevolezza ha mosso in me il desiderio di comprendere la profondità della realtà che mi circondava ed ho deciso di intraprendere un vero e proprio percorso alla ricerca della mia identità culturale e spirituale, perché spesso per comprendere ciò che ci circonda é necessario scavare dentro noi stessi.
Come hai vissuto, e vivi tuttora, il rapporto con le diverse nazionalità della tua famiglia?
Onestamente penso che avere più realtà culturali all’interno di un nucleo famigliare ed averne la consapevolezza sia una vera e propria benedizione. A casa spesso parliamo in lingala, italiano e francese contemporaneamente, spesso mi capita di iniziare un discorso in lingala e finirlo in un’altra lingua.
Crescendo non ho mai voluto limitarmi. Ho imparato fluentemente il lingala e il francese, e onestamente ne vado molto fiera. Sono contenta di parlare la lingua del mio Paese d’origine perché, per quanto io possa essere nata qui, sono consapevole che il Congo è la mia terra, la terra dei miei antenati.
Parlare queste lingue mi ha permesso di apprenderne altre, come l’inglese e lo spagnolo e di affacciarmi su nuove realtà culturali. Il nostro patrimonio linguistico e culturale è oro prezioso e va preservato.

Da dove viene l’ispirazione per la tua arte?
La mia fonte di ispirazione principale è la storia di mio padre. Il suo patrimonio culturale ha veramente segnato la mia vena artistica.
Mio padre è nato e cresciuto in Congo, più precisamente, nella Repubblica Democratica del Congo, nel villaggio di Sadi, di cui il mio bisnonno era Capo Villaggio e Guida spirituale. Nella nostra famiglia tramandare i valori culturali e spirituali è una vera e propria responsabilità. Inoltre, mio padre è nato con la retinite pigmentosa ed ha iniziato a perdere la vista in giovane età.
Nonostante io sia nata e cresciuta in un Paese così lontano dalle mie radici, mio padre è stato in grado di trasmettermi tutti i valori culturali che mi appartengono, spesso mi piace definirmi “la voce dei miei antenati, delle future generazioni e gli occhi di mio padre”, perché tramite i miei quadri i miei occhi narrano il mio mondo per raccontarlo a mio padre: parlo del mio sangue e delle storie dei miei predecessori, la mia arte è la voce di tante persone dimenticate dal mondo.
Come hai capito che volevi esprimerti attraverso la pittura? Svelaci qualcosa del tuo processo creativo.
Con il passare del tempo il percorso di crescita spirituale e culturale che ho deciso di intraprendere ha creato in me un desiderio impellente di esprimermi.
La tela è diventata il mio foglio bianco e i colori le mie parole perché spesso il linguaggio spirituale non può essere compreso ed espresso tramite le parole che associamo alla carnalità umana. La pittura è diventata una nuova lingua per comunicare ed interpretare il mondo.
Inizialmente utilizzavo solo l’acrilico su tela, ma tramite vari processi e studi creativi ho preso coscienza dell’importanza della tridimensionalità e dell’esperienza sensoriale perciò ho deciso di mettermi alla prova utilizzando tessuti, perle, brillantini ed infine l’argilla su tela per poter rendere i quadri accessibili anche a mio padre, che tramite il linguaggio della forma narrata su tela in basso rilievo riesce a comprendere il contenuto di ciò che viene rappresentato all’interno del dipinto. Vedere mio padre interagire con i miei quadri per la prima volta è stata un’esperienza davvero toccante e ho deciso di dedicarmi maggiormente a tecniche e materiali che possano rendere l’arte accessibile ai non vedenti, consentendo anche alle persone abili di sperimentare una nuova realtà.
Di recente mi sono anche affacciata all’arte digitale, iniziando a produrre delle stampe grafiche che nascono da foto di me stessa o immagini ispirate alla cultura africana che parlano prettamente della mia identità culturale e della mia esperienza spirituale queste immagini sono caratterizzate da un gioco di colori stratificati tramite l’effetto glitch che interpreto come la rappresentazione di varie dimensioni e diversi piani astrali, ossia: il piano spirituale, il piano dell’anima (in cui risiede la mente) e il piano fisico.

Pensi che i social siano un buon mezzo per promuovere la propria arte? O preferisci farti conoscere in altri modi?
I social media oramai sono spesso e volentieri il mezzo principale di divulgazione e ammetto che siano un mezzo abbastanza valido e funzionale, ma una problematica che riscontro solitamente, e per cui soffrono molti artisti, è che la promozione dell’arte tramite i social consuma il tempo e le energie di cui ho bisogno per creare. Per cui diventa funzionale per la rete, ma disfunzionale per la mia creatività.
Qual è il traguardo più importante che hai raggiunto finora con la tua arte?
Penso che ogni parte del percorso artistico sia un traguardo importante perché la creatività alla fine è soltanto un puzzle d’idee ed esperienze.
Quest’anno in particolare sono riuscita a partecipare a vari eventi artistici e a realizzare alcune esposizioni. L’esperienza più significativa per me quest’anno è stata la live performance che mi ha permesso di comprendere la mia versatilità artistica ed esprimere la mia energia creativa tramite il corpo: la performance era la rappresentazione di un processo ritualistico tipico della mia cultura, contraddistinto dalle classiche vesti tribali.
Divisa in tre parti, la performance vedeva protagonista me, nella prima parte il mio corpo fungeva da tela per poi tornare al centro tramite la danza e il movimento, fino a far diventare il mio riflesso la vera opera, trasferendo tutti i colori sullo specchio. Lo specchio da quel momento in poi non è più tale, ma bensì una tela che fa risaltare la fluidità degli elementi in funzione della creatività. Il risultato finale, in un primo momento, è difficile da decifrare perché si resta davanti all’opera senza comprendere se il disegno finale sia la vera opera d’arte o se lo sia stata l’intera performance e il processo.
Quali sono le difficoltà maggiori che unǝ giovane artista incontra in Italia mentre cerca di affermarsi?
Penso che la difficoltà più grande in Italia per un artista che rappresenta o si senta rappresentato dall’arte moderna o da una realtà culturalmente artistica diversa da quella europea, sia, per assurdo, lo scontro inevitabile con l’arte classica italiana.
Il nostro Paese mostra un eterno amore per l’arte classica, tale che spesso non lascia spazio all’innovazione e, soprattutto, a nuove realtà culturali. A Roma in particolare, trattandosi di una città agglomerata dall’arte classica. Per questo motivo, è difficile trovare realtà in grado di cogliere appieno la bellezza di altre dimensioni culturali.
Ultima domanda, ormai di rito a ColorY*: come vedi l’Italia nel 2030?
L’Italia del 2030 direi che la vedo “colorata”.
Penso che non ci sia ancora la consapevolezza che ormai l’Italia è cambiata, ma sta avvenendo, e di conseguenza cambierà anche il concetto di italianità, come accade da anni ormai nel resto del mondo. In termini di realtà culturale, l’italiano non è più quello
di 30 anni fa e, tra 30 anni, gli italiani non saranno più quelli di adesso.
Noi seconde generazioni siamo la prova che, un giorno, l’Italia sarà un bacino di bellissimi colori e diversità.
