In Arte: Ethan

Sono Ethan un artista queer italo-brasiliano based in Milano! Il mio progetto musicale nasce come un ponte tra due culture, due identità e mondi interiori in costante evoluzione. Crescere tra il Brasile e l’Italia mi ha dato uno sguardo ibrido e fluido che provo a riflettere nella mia musica. 

Non amo definirla, ma si può definire come un mix di alternative pop con influenze di musica brasiliana, ritmi latini, elettronica delicata. Il mio ultimo EP, “Metamorfosi”, è il racconto sonoro di una trasformazione personale, emotiva e artistica. Ogni traccia è una tappa di questo cambiamento: dalla confusione all’accettazione, dalla vulnerabilità alla rinascita. È un viaggio di identità che si ricompongono. Con “Metamorfosi” ho voluto creare uno spazio sicuro, poetico e crudo dove poter essere me stesso e accettare la mia continua mutazione. Non mi interessa essere racchiuso da una definizione: il mio suono vive nel confine, nella contaminazione.

Di Ethan

Quando hai capito che volevi esprimerti con la musica? Com’è iniziato il tuo percorso?

Fin da piccolo, sentivo che la musica era il mio linguaggio più autentico. Non era solo un passatempo, il modo più naturale per dare forma a quello che provavo. Mia mamma ha avuto un ruolo fondamentale in questo percorso: è stata la prima a trasmettermi l’amore per la musica, a incoraggiarmi ad ascoltare, a cantare, a esprimermi senza paura. In casa nostra c’era sempre una canzone in sottofondo.

Negli ultimi anni, la nuova generazione di artistɜ è sempre più propensa a mischiare le lingue che fanno parte della propria identità, e il tuo progetto non è da meno. Quanto è stata importante per te la scelta della lingua brasiliana nel tuo progetto? Che rapporto hai con questo lato di te?

Il Brasile rappresenta una parte profondamente emotiva della mia identità, che per tanto tempo ho cercato di definire o incasellare, senza mai riuscirci davvero. Quando canto o scrivo in portoghese, non sto solo usando una lingua, sto tornando a casa. E in quel ritorno c’è sempre qualcosa che si rinnova: è come se fosse un legame profondo che supera le distanze geografiche.

È per questo che nel mio progetto fondere le due lingue è una scelta naturale, quasi necessaria. Fa parte del mio modo di essere queer, fluido, in continua trasformazione. Non voglio scegliere una sola lingua, così come non voglio scegliere una sola forma di esistere. Il mio corpo, la mia voce, la mia musica sono un territorio ibrido.

Nei tuoi brani, a partire dai primi pezzi in italiano di Idiosincrasia, fino ad arrivare ai tuoi ultimi album Metamorfosi vol. 1 e 2, attingi direttamente dalle tue esperienze e sensazioni. Quali sono i messaggi che vorresti trasmettere a chi ti ascolta? Qual è la metamorfosi a cui punti con la tua musica? 

Non so esattamente dove voglio arrivare, e forse va bene così. Ma so con certezza da dove parto: da me, dalla mia vita quotidiana, dalle emozioni che mi attraversano e che cerco di trasformare in suono. Ogni brano nasce da qualcosa che ho vissuto. Ciò che vorrei è che ognuno, a suo modo, riuscisse a ritrovarsi anche solo per un attimo, che sia in una parola, in una melodia, in un silenzio tra le note.

Fin dai primi pezzi di “Idiosincrasia”, fino a “Metamorfosi” vol. 1 e 2, ho seguito un’urgenza di raccontare chi sono, senza filtri. Non cerco di dare risposte, ma di condividere il processo, il movimento, il dubbio. La metamorfosi che cerco con la mia musica non è un punto d’arrivo, ma un continuo trasformarsi, accettare il cambiamento come parte di me, imparare ad abitare ogni fase con sincerità. Voglio che la mia musica sia uno spazio aperto, dove fragilità e forza convivono.

I tuoi video e le visual dei tuoi brani si sposano benissimo con le sonorità che scegli. Quanto sei coinvolto nell’aspetto visivo legato alla tua musica? Con cosa ti piacerebbe sperimentare in futuro?

Mi piace moltissimo curare l’aspetto visivo della mia musica, per me è una parte essenziale del progetto, non un semplice accompagnamento. Oggi, nel 2025, l’aspetto visivo è diventato un linguaggio a sé, fondamentale per raccontare l’identità di unə artistə e immergere chi ascolta in un mondo più completo. Ogni suono ha un colore, un corpo, un’immagine che lo accompagna, e lavorare su questi elementi mi permette di estendere il significato della mia musica anche oltre le parole. 

Sono molto coinvolto in tutto quello che riguarda l’estetica dei miei video, delle visual, dei concept grafici. Mi piace collaborare con chi riesce a tradurre in immagini ciò che a volte nemmeno io riesco a spiegare a voce, ma che sento profondamente. In futuro, mi piacerebbe sperimentare ancora maggiormente con la mia parte più dark, quella più cruda, inquieta, viscerale. 

Vorrei esplorare immaginari più notturni, più estremi, che rispecchiano le ombre del mio percorso emotivo e identitario. Credo che nel contrasto tra luce e buio ci sia un grande potenziale espressivo, e vorrei portare questa tensione anche nel visivo, magari contaminandolo con performance, moda, arte digitale o realtà aumentata.

Il 28 giugno è uscito anche il tuo nuovo singolo “DESGRAÇADO”: ti va di raccontarci un aneddoto sulla sua realizzazione?

“DESGRAÇADO” è sicuramente uno dei pezzi in cui sono andato più dritto al punto, senza filtri e giri di parole. Volevo che tutto fosse istintivo, crudo, diretto e credo si senta. È nata da un’urgenza emotiva, la necessità di far emergere qualcosa che stava lì da troppo tempo. Ricordo che tutto è partito da quel giro di piano iniziale, quasi disturbante, che ci ha subito fatto pensare: “ok, dove ci sta portando questa cosa?”. All’inizio non avevamo idea di che direzione avrebbe preso, ma poi è successo qualcosa di molto naturale! 

Che programmi hai nel prossimo futuro? Ci sono live in programma? Facci uno spoiler!

In questo momento sto cercando di capire in profondità cosa voglio raccontare del mio progetto e, soprattutto, come voglio farlo arrivare al pubblico live.

Abbiamo suonato un po’ questa primavera, ed è stato bellissimo portare “Metamorfosi” sul palco e sentire le reazioni delle persone. Ora ci prendiamo un attimo per riorganizzare, riflettere e crescere, ma da settembre ci rivedremo con nuove date e nuove energie.

Ultima domanda, ormai di rito a ColorY*: come vedi l’Italia nel 2030?

Nel 2030 spero che l’Italia abbia finalmente smesso di avere paura di chi è diverso. Paura delle persone queer, paura delle persone migranti, paura di chi alza la voce, di chi non si piega, di chi non si conforma. Spero che ci saremo liberatɜ da questa ossessione per il controllo, per la “normalità”, per l’omologazione.

Vorrei vedere un’Italia che non affida più la cultura e l’arte al caso o al privilegio, ma che le sostiene davvero. Un Paese che smette di tagliare fondi alla creatività indipendente mentre finanzia narrazioni vuote e reazionarie. Un’Italia in cui le scuole non censurano le identità, ma le celebrano. In cui dire fr*cio, trans, straniero, povero non sia più una condanna, ma parte di un racconto collettivo che ha finalmente rotto il silenzio. 
Dal mio punto di vista, l’Italia del 2030 sarà vivibile solo se sarà antifascista, antirazzista e transfemminista. Non ci sono più vie di mezzo. E chi fa arte oggi ha anche la responsabilità di immaginare e costruire quella realtà.

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